BERNEZZO - A tu per tu con il campione paralimpico Diego Colombari: “Sono un uomo felice”

L’incidente del 2008, lo sport, la famiglia, le emozioni di Tokyo 2020: “Ho imparato tanto, ma non mi sento un modello”

Gabriele Destefanis 25/04/2022 10:28

Pubblicato in origine sul numero del 7 aprile 2022 del settimanale Cuneodice: ogni giovedì in edicola
 
“Non so che vita avrei avuto, ma quella che sto vivendo mi piace. Sono felice”. Non sembrano le parole di una persona che un giorno di 14 anni fa, a causa di un grave incidente in moto, ha perso una gamba. Eppure è proprio così. Il cuneese Diego Colombari ha trasformato un dramma in un’opportunità, ricostruendosi una nuova vita che lo ha portato ad essere oggi un uomo felice, con una splendida famiglia ed una carriera di successo da atleta di handbike. E quella medaglia d’oro conquistata a settembre alle Paralimpidi di Tokyo ha reso tutto più speciale.
 
Diego, partiamo proprio da quella vittoria. Non sei ancora stanco di parlarne?
“Come ci si può stancare di raccontare una cosa così bella? E’ un orgoglio, e ogni volta è l’occasione per ringraziare tutte le persone che mi hanno dato fiducia e hanno creduto in me quando ancora non avevo vinto nulla. L’emozione c’è sempre: forse oggi è ancora più forte, perché grazie al calore dimostrato dalla gente, mi sono davvero reso conto di quello che abbiamo fatto”.
 
Cosa si pensa in quei momenti?
“È difficile da spiegare. Ero concentratissimo, la pioggia rendeva tutto più difficile ed io, partendo per ultimo, non volevo fare errori per non rovinare il lavoro dei miei compagni. Il fatto che fosse una staffetta mi ha fatto sentire molto la responsabilità, perché eravamo una squadra. Questo fa capire che dietro a chi sale sul podio ci sono tantissime persone che contribuiscono al successo”.
 
Riavvolgiamo il nastro: che ricordi hai di quel tragico incidente del luglio del 2008?
“Ero a Moretta, a 600 metri da casa. Ero praticamente arrivato, quando mi sono scontrato con un camion. Subito dopo, nella mia testa ho immediatamente pensato che avrei perso la gamba, perché non la muovevo. Infatti, quando i medici me l’hanno detto, era come se sapessi già tutto, ero pronto. Tutti si stupivano di questa mia tranquillità e lucidità, ma io lo sapevo già, l’avevo già metabolizzato”.
 
E dopo, come sei riuscito a reagire?
“Molto del merito è stato della mia famiglia: nessuno mi ha trattato mai come una persona disabile, così facendo mi hanno spinto a reagire. Mi è servito per riappropriarmi della mia vita, affrontandola nel modo più normale possibile, con tanta voglia di rivalsa”.
 
Ed in questo percorso lo sport ti ha aiutato.
“Sì, molto. Da piccolo avevo provato tutti gli sport, anche la bici. Dopo l’incidente, mia moglie mi ha spinto a cercare una società per praticare l’handbike: la Passo mi ha dato questa opportunità, ed è cominciato tutto, all’inizio quasi per gioco, poi sempre con più passione. Fino a quando, nel 2014, ho deciso di intraprendere la carriera da professionista. Vedevo che in Italia riuscivo ad ottenere risultati, ma a livello internazionale era più difficile: dovevo dedicarmi a tempo pieno all’handbike se volevo fare un altro step”.
 
Una scommessa.
“Sì, è stata davvero una scommessa, anche perché il professionismo non è riconosciuto per i disabili. Lavoravo in un pastificio, ho lasciato quell’impiego, una scelta non facile che ho preso con la mia famiglia. Dopo tre anni, però, stavo per mollare: non riuscivo ad arrivare in Nazionale, così ho cominciato a cercare lavoro. Lo avevo anche trovato in una concessionaria, dovevo solo dare la conferma, ma la sera stessa mi hanno chiamato per un ritiro con la Nazionale. A quel punto mi sono trovato di fronte ad un bivio. È stata fondamentale mia moglie: ‘Abbiamo investito 3 anni della nostra vita, possiamo investirne ancora uno: provaci!’, mi ha detto. E così ho fatto”.
 
Tua moglie Giulia ha avuto un ruolo fondamentale per spingerti a inseguire il tuo sogno. Ma anche tuo figlio Leandro non scherza...
“Sì, lui è molto esigente. Ogni volta che parto per le gare vuole sempre che torni con una medaglia. Quando lo scorso giugno abbiamo vinto il titolo mondiale in Portogallo, prima della partenza mi ha dato un adesivo di Spider-Man da attaccare sulla mia bici, uguale ad uno che lui ha messo sul suo monopattino. È diventato un portafortuna, allora quando sono partito per Tokyo gliene ho chiesto un altro: questa volta ne abbiamo scelto uno dei Minions, ed ha portato bene”.
 
Ti sei mai chiesto come sarebbe stata la tua vita senza quell’incidente?
“Sinceramente, non so che vita avrei vissuto. Ma so che quella che sto vivendo mi piace: sono felice, anche se come atleta uno non è mai appagato. Sicuramente, quello che mi è accaduto mi ha insegnato a dare più valore alle cose, a capire che a volte ci lamentiamo per stupidaggini, mentre i veri problemi sono altri”.
 
Pensi che lo sport praticato dai disabili meriti maggiore attenzione?
“Quando arrivano le Paralimpiadi, i riflettori si accendono sul nostro mondo. Poi però è difficile tenerli accesi. Qualche passo in avanti è stato fatto ed i risultati sportivi raggiunti nei grandi appuntamenti aiutano in questa direzione. Ma ci sono cose che mi fanno capire che siamo ancora lontani: per esempio, dopo le Olimpiadi sono stati invitati in tv moltissimi atleti che hanno vinto delle medaglie, ma di atleti paralimpici non ne ho visti. Un’altra questione è quella che riguarda il professionismo: noi non siamo riconosciuti come tali, e non è facile per chi sceglie questa strada, come me. La società ti aiuta a partecipare alle gare, gli sponsor sono importantissimi, ma poi ci sono tante spese a cui devi pensare, e non tutti hanno la forza e la disponibilità per poter stare senza uno stipendio per provarci”.
 
Nel dare visibilità al vostro mondo ha avuto un ruolo importante Alex Zanardi, che tu conosci molto bene.
“Sì, negli ultimi anni che abbiamo trascorso insieme in Nazionale, abbiamo spesso condiviso la camera. Per me è stato molto importante, mi ha dato lo spunto per comprendere meglio alcuni particolari tecnici della bicicletta che mi hanno aiutato a crescere e migliorare. Il suo incidente mi ha colpito e mi ha fatto riflettere, pensando ai pericoli che ci sono ad allenarsi tutti i giorni in strada. Allo stesso tempo, però, se ti fermi a pensare a queste cose, non fai più niente. Alex è stato fondamentale per dare visibilità al mondo paralimpico, da quando non c’è più la differenza si vede. Sono sicuro che se ci fosse stato, al ritorno da Tokyo all’aeroporto ci sarebbe stata più attenzione per noi”.
 
E tu, ti senti un modello per le persone?
“No. Ho imparato che nello sport quando vinci sei un idolo, quando perdi si dimenticano di te. Per questo vivo le emozioni in maniera pacata, forse anche a causa dell’incidente, cercando sempre di mantenere l’equilibrio, senza esaltarmi troppo quando le cose vanno bene, né deprimermi nei momenti difficili”.
 
Cosa vedi nel tuo futuro?
“L’obiettivo a lungo termine sono le Paralimpiadi di Parigi, quelli più vicini le gare di Coppa del Mondo in Belgio e in Germania a maggio e il Mondiale in Canada ad agosto. Vorrei fare questa vita ancora per un po’ di anni, ma ho imparato che non bisogna fare progetti troppo a lungo termine. Pensa che poco prima dell’incidente, ero andato a convivere: ho capito che la vita può cambiare da un momento all’altro, per questo cerco di vivere giornata per giornata, anno per anno”.

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