ROBILANTE - Intervista esclusiva a Marco Olmo: 'Il mio deserto indomabile'

In occasione dell'uscita del nuovo libro 'Correre nel grande vuoto', siamo andati a trovarlo nella sua casa di Robilante

Alberto Brignone 26/09/2018 09:42

Su di lui sono stati scritti tre libri e una canzone che ha concorso alla selezione 'Sanremo nuova generazione'. Inoltre è stato stato realizzato un film-documentario sottotitolato in inglese, francese e spagnolo. Il quotidiano “La Stampa” l’ha definito “l’uomo che ha fermato il tempo” quando è riuscito a vincere per ben due volte consecutive (nel 2006 e nel 2007) l’Ultra Trail du Mont Blanc, una gara di circa 168 km con 9000 metri di dislivello intorno alla montagna più alta d’Europa attraverso la Francia, l’Italia e la Svizzera; considerata dagli appassionati la gara di resistenza più importante e estrema al mondo. Ha partecipato per 22 volte alla Marathon des Sables, una corsa in semi autosufficienza di 240 km nel deserto del Sahara finendo più volte sul podio. Ha vinto diverse 100 miglia (180 km) nei deserti più aridi e inospitali del pianeta, come la Desert Cup e la Desert Marathon. Lo scorso anno, all’età di 69 anni, ha vinto la 170 km della Ultra Bolivia Race, nel deserto di sale del Salar de Uyuni, a 4000 metri di altezza.
 
Se non avete smesso di leggere e siete arrivati fin qui, avrete certamente capito di chi stiamo parlando.Lui è Marco Olmo, classe 1948, originario di Robilante. E nella sua vita, a differenza delle stelle di sport più blasonati, ha lavorato come boscaiolo, camionista ed escavatore. Siamo andati a trovarlo a casa sua una mattina di settembre, quando l’aria delle montagne inizia a essere più frizzante e ci si accorge che l’estate sta finendo lasciando spazio ai caldi colori autunnali. 
 
Marco è tornato da poco dalla sua corsetta quotidiana “avrò fatto una quindicina di km, un’oretta e venti minuti,ma non ci faccio molto caso” e ci fa accomodare in cucina mentre sua moglie - Renata - ci prepara un caffè. Il motivo per cui abbiamo concordato un'intervista è noto: pochi giorni fa è uscito il suo nuovo libro “Correre nel grande vuoto” 160 pagine, edito da 'Ponte alle Grazie'. 
 
Il tuo nuovo libro si chiama "Correre nel grande vuoto” e parla delle tue esperienze nel deserto. Come ti sei avvicinato alle lande desolate e come hai iniziato a fare questo tipo di gare?
 
Mi sono avvicinato come fanno un po' tutti, come si dice? Da turista Alpitour. Ho iniziato a andare in vacanza con dei viaggi organizzati, ma quando mi sono trovato sul posto ho sentito il bisogno di scoprirlo da solo questo “deserto”. Come se ci fosse qualcosa che mi attirasse a lui e quindi ho deciso di ritornare gli anni successivi, ma con la mia macchina. Io e mia moglie, per cercare di scoprirlo meglio. E così abbiamo fatto. Sono passati gli anni e una sera d’inverno ricevo l’invito per la Marathon des Sables. Si era liberato un posto e la squadra aveva scelto me. Quella fu una chiamata che mi cambiò la vita, come diciamo spesso io e Renata. Da li sono passati più di 20 anni e, in un modo o nell’altro, nel deserto ci sono sempre tornato.
 
Che cosa è per te correre  “nel grande vuoto”?
 
Il deserto è particolare, perché c’è tutto e nulla. E’ correre nella desolazione, è diverso dalla montagna dove per esempio hai dei punti di riferimento. In montagna hai una salita, una spianata, il paesaggio che cambia. Nel deserto no, non ci sono punti di riferimento. Forse è questo che attrae, questo mondo cosi misterioso che facciamo fatica a comprendere. 
 
 
Ci immaginiamo spesso il deserto come un cumulo di sabbia, ma tu racconti che ci sono diversi tipi di deserti. In quali hai corso?
 
Esatto. Il deserto è quello ma non è tutto. Il 70% è composto da rocce. La sabbia generalmente si forma dove c’è acqua nel sottosuolo. Ma l’immagine del deserto, per noi occidentali, è quella della enorme distesa di sabbia. E tutti abbiamo in mente il Sahara, perchè è il più famoso ed è quello più vicino a noi. Io ho avuto la fortuna di correre nel deserto nord africano in Marocco, in Mauritania, in Libia. Ma sono stato anche in Giordania, nel deserto bianco in Bolivia e nella Valle della Morte in California. Ogni paesaggio e ogni corsa ti regalano emozioni che sono difficilmente comparabili tra loro, anche a seconda del momento che stai vivendo. Una cosa sola è simile: il fatto che è difficile orientarsi. In questo il deserto si rivela indomabile.


Spesso racconti che quando torni dal deserto hai degli incubi. Di cosa si tratta?
 
Sopratutto dopo una periodo di grande fatica, e ovviamente di grandi emozioni,  come per la Marathon des Sables il corpo ti lascia dei “segni” nel cervello che poi ritornano. Mi capitava spesso di svegliarmi nel letto una volta tornato a casa nel cuore della notte pensando di essere ancora la, nel deserto. Di non rendermi conto di aver raggiunto quel risultato in gara. Di sentire il caldo del giorno e il freddo della notte. E gli incubi si confondevano spesso con il ritmo costante del mio escavatore al lavoro. Mi è capitato anche con altre gare, non solo con le competizioni nel deserto. Per esempio dopo la vittoria all’Ultra Trail du Mont Blanc. 


Più volte, anche prima della pubblicazione di questo libro, hai sempre parlato del deserto come di una seconda casa. Cosa c’entra il deserto con un uomo di montagna come te?
 
Poco tempo fa una persona mi ha scritto un messaggio su Facebook facendomi la tua stessa domanda. Non so darti una risposta precisa, però pensa a quanti rifugi gestisce il CAI di Genova sulla nostre montagne. Gente che vive al mare che viene in montagna, cosi come noi che viviamo lontano dal mare appena possiamo ci andiamo.  Ecco, spesso desideriamo quello che non abbiamo, quello che è diverso dal nostro mondo quotidiano e ne siamo attratti. E poi comunque il deserto è pur sempre un posto inospitale ma nonostante questo la gente ci vive lo stesso, un pò come in montagna. 
 
 
Hai anche detto che “il deserto è il più bello e il più triste paesaggio al mondo e sei sicuro che qualche deserto ti stia ancora aspettando”. 
 
Si dice che esiste il mal di deserto una volta che ci vai. Io ho il mal di deserto, un male che non è altro poi che un amore. Un amore profondo. Non so perchè, ma quella sabbia, su cui mi piace tanto correre, alla fine mi richiama a sè.
 
 
Hai altri progetti o gare nel prossimo futuro?
 
Alla mia età non è facile fare progetti a medio termine (ride n.d.r.). Figuriamoci a lungo termine! Scherzi a parte, faccio lo stage in Marocco in primavera ogni anno per trasmettere le emozioni di correre li. E’ adatto a chiunque voglia provare cosa significa calpestare quella sabbia. 


Tra qualche giorno festeggerai 70 anni. Hai un palmares incredibile di vittorie nelle gare più prestigiose del mondo però continui a correre. Cosa ti spinge a non fermarti? 
 
Perchè correre mi fa stare bene, anche gareggiando poco. Fare attività fisica ti da assuefazione, ti fa produrre endorfine che non sono altro che una droga. Ma una droga positiva. Poi se è vero che la gente normale corre per migliorarsi, io alla mia età corro per non peggiore tanto. (e mentre lo dice, si fa una bella insieme a sua moglie Renata n.d.r.)
 
Ultima domanda. Cosa vorresti trasmettere con questo libro? Che consigli dai a chi vorrebbe provare a fare qualche gara nel deserto?
 
Mi piacerebbe far capire al lettore tutte le emozioni che ho provato a correre nei deserti che ho avuto occasione di visitare. Ho parlato delle mie gare perchè sono le mie esperienze, ma il deserto è bello da vivere, ma non dall’aria condizionata di una macchina. Bisogna viverlo tutto il deserto. Il vento che ti soffia contro, il caldo del giorno e il freddo della notte. Queste cose ti fanno apprezzare appieno l’ambiente che ti circonda in quel momento. 

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