Lunedì 19 gennaio alle ore 19.45 presso il ristorante “Porta delle Langhe” si è tenuta la serata Interclub dei Rotary Alba, Porta delle Alpi, Bra, Mondovì e Savigliano con conferenza sulla Borsa Italiana dal titolo “Il capitale, l’Europa e la sfida del futuro: perché senza mercati forti l’economia si ferma” di Fabrizio Testa, amministratore delegato di Borsa Italiana.
Presenti i soci dei club partecipanti, con i loro presidenti Piera Arata (Alba), William Brignone (Porta delle Alpi), Alberto Di Caro (Bra), Paola De Rosi (Savigliano) e Roberto Bresciano (vicepresidente del Rotary Mondovì). Gradito ospite il Governatore del Distretto 2032 Luigi Gentile, accompagnato dalla moglie Patrizia Bergese Bogliolo, e l’assistente del governatore Lorenzo Gallo.
La relazione è stata una interessante riflessione sul ritardo europeo, sull’intelligenza artificiale e sul ruolo della finanza nell’economia reale, il tutto in una sala piena ed entusiasta. La conferenza ha toccato molti punti diversi, a cominciare dal problema italiano nell’impiegare il denaro preferendo sempre un risparmio considerato più sicuro, come gli immobili, che spesso però hanno un basso rendimento. Il denaro non è mai neutrale. Quando resta fermo, diventa un problema; quando circola male, crea squilibri; quando viene indirizzato verso l’economia reale, può diventare uno strumento di crescita, lavoro e innovazione.
Testa parte da una definizione volutamente elementare: la Borsa è un ponte. Da un lato c’è il risparmio, dall’altro l’impresa. In mezzo, un’infrastruttura che consente alle risorse di trasformarsi in investimenti produttivi. Non è un concetto nuovo. Ma è un concetto che in Europa, e soprattutto in Italia, sembra essersi progressivamente indebolito. Il risultato è un paradosso: Paesi ricchi di risparmio e poveri di capitali per crescere.
Negli ultimi anni, l’Italia ha ritrovato una credibilità che sembrava compromessa. Il miglioramento del rating sovrano, la riduzione dello spread e una stabilità politica rara nella storia recente hanno cambiato la percezione del Paese sui mercati internazionali. Un dato colpisce più di altri: oggi il debito pubblico italiano costa meno di quello francese. Un’inversione che racconta come la fiducia degli investitori non sia un concetto astratto, ma il risultato di scelte politiche, continuità istituzionale e capacità di governo. C’è poi un altro elemento strutturale che rafforza il sistema italiano: circa tre quarti del debito pubblico è detenuto da investitori domestici. Questo riduce la volatilità nei momenti di crisi e limita le fughe improvvise di capitali.
Eppure, questa ritrovata solidità non si riflette pienamente sulle imprese. Il tessuto produttivo italiano continua a essere fragile dal punto di vista finanziario. La dipendenza dal credito bancario resta elevata, mentre l’accesso ai mercati dei capitali è limitato. La Borsa italiana cresce, ma non abbastanza. Nel 2024 la capitalizzazione ha superato i 1.000 miliardi di euro, tornando a rappresentare circa il 46–47% del PIL. Un progresso significativo, ma lontano dagli standard di altri Paesi avanzati, dove il valore delle Borse supera stabilmente il prodotto interno lordo.
Un altro dato racconta molto del sistema italiano: gli investitori italiani investono poco nelle aziende italiane, mentre gli investitori stranieri sono molto più presenti. I fondi domestici hanno un’esposizione sull’azionario nazionale inferiore al 2%. Al contrario, gli investitori esteri — soprattutto statunitensi e britannici — giocano un ruolo centrale, in particolare nelle grandi aziende e nel segmento STAR. È un paradosso che fa riflettere: la qualità industriale italiana è riconosciuta all’estero più che in patria.
Il nodo centrale resta il risparmio. Le famiglie italiane possiedono una ricchezza complessiva superiore ai 12.000 miliardi di euro. Ma è una ricchezza in gran parte immobilizzata: metà in immobili, oltre 2.500 miliardi sui conti correnti. Vent’anni fa la ricchezza delle famiglie europee era paragonabile a quella americana. Oggi il divario è enorme. La differenza non sta nella capacità di risparmiare, ma nella capacità di investire. Negli Stati Uniti una quota crescente del risparmio è stata indirizzata verso i mercati azionari e i fondi di investimento, alimentando un circolo virtuoso di crescita e innovazione. In Europa, e in Italia, prevale ancora una cultura difensiva.
Allargando lo sguardo, emerge un problema ancora più grande: l’Europa non riesce a creare aziende di dimensioni sufficienti per competere su scala globale. Il confronto con gli Stati Uniti è impietoso. Una singola banca americana, JP Morgan, vale quanto tutte le principali banche europee messe insieme. Nel settore tecnologico il divario è ancora più marcato: le Big Tech americane hanno capitalizzazioni superiori al PIL di molti Stati europei. La dimensione non è un dettaglio. È ciò che consente di investire in ricerca, attrarre talenti, resistere agli shock geopolitici.
Nel 2010 Europa e Stati Uniti investivano percentuali simili in ricerca e sviluppo. Oggi la distanza è evidente. Gli Stati Uniti investono oltre il 6,5% del valore delle loro aziende in R&S, contro meno del 5% in Europa. Ma soprattutto investono su basi di capitalizzazione molto più ampie. Questo crea un vantaggio cumulativo che si autoalimenta: più investimenti producono più innovazione, che genera ulteriore crescita.
In questo contesto, la quotazione in Borsa diventa uno strumento strategico. Non solo per raccogliere capitali, ma per cambiare struttura e mentalità. Una società quotata è più trasparente, più leggibile, più credibile. Attrae investitori, partner industriali e talenti. E diventa uno strumento fondamentale per affrontare il passaggio generazionale, soprattutto nelle imprese familiari. A differenza del private equity, spesso orientato a orizzonti temporali brevi, la Borsa offre una prospettiva di lungo periodo. Naturalmente la quotazione comporta anche obblighi. Le aziende sono valutate continuamente dal mercato, subiscono la volatilità settoriale e geografica, devono rispettare regole stringenti. Negli ultimi anni, però, l’Italia ha lavorato per ridurre il peso burocratico, eliminando parte del gold plating normativo che penalizzava le imprese rispetto ad altre giurisdizioni europee.
Il contesto globale è sempre più segnato dalla geopolitica. Guerre, tensioni commerciali, ridefinizione delle catene di approvvigionamento influenzano direttamente i mercati.
I mercati non reagiscono in modo emotivo, ma selettivo. Crollano quando vengono colpite le supply chain, resistono quando gli shock restano localizzati. È una logica che può apparire cinica, ma che risponde a dinamiche concrete. La parte più prospettica dell’intervento riguarda l’intelligenza artificiale. Non una moda, ma una trasformazione strutturale. Secondo Testa, l’AI non distruggerà lavoro, ma moltiplicherà la produttività. In un’Europa che invecchia e perde forza lavoro, può diventare un alleato decisivo. Accelererà la ricerca, renderà più efficienti i processi, aprirà nuove linee di business. La medicina è un esempio emblematico: l’uso di tecnologie avanzate ha già rivoluzionato i tempi della ricerca e della sperimentazione.
L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali stanno trasformando anche la finanza. Tokenizzazione, blockchain e smart contract consentono di scambiare asset in modo diretto, rapido e a costi ridotti. Questo pone una sfida esistenziale alle infrastrutture tradizionali. Il rischio è un “Kodak moment”: non vedere il cambiamento finché non è troppo tardi. Le nuove generazioni investono già in ambienti digitali che bypassano i mercati regolamentati, replicando azioni e obbligazioni sotto forma di token.
L’Europa eccelle nella regolamentazione, meno nella creazione di mercati. Ha prodotto una delle normative sull’intelligenza artificiale più avanzate al mondo, ma non ha grandi player tecnologici da regolare.
Il rischio è che capitali e talenti continuino a migrare verso Stati Uniti e Asia, lasciando l’Europa in una posizione di rincorsa permanente.
La conclusione dell’intervento è chiara: senza mercati dei capitali forti non c’è futuro economico. L’innovazione, l’intelligenza artificiale, la crescita delle imprese richiedono risorse, visione e coraggio. Il capitale deve muoversi. E il modo in cui una società decide di farlo è, prima di tutto, una scelta politica e culturale.