L'arrivo in piazza Spreintenbach, la navetta in attesa dei passeggeri (forse Charon il nome dell'autista?), la salita verso la collina, gli ultimi metri a piedi prima di entrare nell'area del festival, le riprese fotografiche e video che trasformano in un fastidioso red carpet il sentiero sterrato, gli stand delle associazioni, l'area food e del merch, il gin tonic di attesa di inizio concerto, i fotografi ufficiali e quelli delle fanzine dentro il “recinto” (quella zona tra il palco e la transenna che impedisce di vivere la dimensione ritualistica di un concerto distanziando il fotografo dal sudore, dai respiri, dalla corporeità del pubblico), i saluti istituzionali dell'amministrazione di turno, l'inizio del concerto. L'elenco potrebbe andare avanti e la descrizione essere arricchita, affinata, impreziosita. Non siamo ad Inverary ma nella provincia Granda: una provincia che è una grande zona del crepuscolo dove le cose si ripetono uguali a se stesse. Quando nel paese nato dalla mente di Tiziano Sclavi si apre uno squarcio (letteralmente, nella pelle del Signor Belknap) Mabel Carpenter telefona all'indagatore dell'incubo. Cinquanta sterline al giorno -più le spese- per scoprire che ad Inverary il tempo è sospeso in un istante tra la vita e la morte, un tempo in cui la quotidianità e gli eventi si ripetono identici ogni singolo giorno. Anche in provincia il ripetersi degli stessi eventi, delle stesse cose, delle stesse facce, delle stesse conversazioni e dell'uguale scandisce il tempo. E se non c'è salvezza, pure qui, accade che si creino degli strappi. Ma non arriverà nessun indagatore dell'incubo. Nel caso di Artico Festival sono stati i suoni dei Marlene Kuntz -look e aspetto dylandoghiano per il frontman- ad aprire uno squarcio durante il live di celebrazione dei trent'anni de “Il Vile”, disco imprescindibile del rock alternativo italiano. Sono i primi taglienti istanti di 3 di 3, brano in apertura dell'album eseguito quasi integralmente (assente la traccia numero 10) a inviluppare il pubblico -di compostezza tipicamente sabauda- trasportandolo in un viaggio di suoni cupi e distorti. L'immersione nel passato - sul palco con il pensiero rivolto indietro nel tempo, Godano ha ricordato l'importanza dell'esistenza in provincia di un luogo come Le Macabre, significativo per l'educazione musicale della band e del cuore (dal “concerto della vita” dei Thin White Rope arrivati nella grotta braidese al live di Nico dei Velvet Underground, un anno e pochi mesi prima della fatale caduta in bicicletta) - è proseguita in scaletta, tra rabbia e lirismo, con pezzi da “Catartica” (Sonica, Nuotando nell'aria e Festa Mesta), “Che cosa vedi?” (La mia promessa e Cara è la fine) e “Ho ucciso paranoia” (Infinità). Poi (si torna a “Catartica”) con Lieve il concerto finisce...Qualcuno si rassegna alla vita della zona del crepuscolo. Per chi non lo fa (ma è possibile uscirne?) momenti come Artico, nell'edizione di celebrazione del decennale, possono offrire attimi di squarci intensi.