VALDIERI - Giuseppe Canavese, una vita per la montagna: "In 40 anni è cambiato tutto"

Dopo 43 anni di lavoro nel Parco Alpi Marittime, per lui è arrivato il tempo della pensione. Un'intervista ripercorre alcuni momenti del suo infaticabile lavoro a favore del territorio

Giuseppe Canavese - foto Nanni Villani

10/03/2022 16:47

Giuseppe Canavese, da ultimo direttore vicario delle Aree Protette delle Alpi Marittime, è recentemente andato in pensione dopo quarantatré anni e più di servizio. Il Parco per lui è stato una missione, non solo un lavoro: condivide questa convinzione la quasi totalità di quanti lo hanno conosciuto nel corso della sua lunga carriera, che da responsabile dell’ufficio tecnico lo ha portato alla direzione dell’Ente.
 
In realtà Canavese è Parco prima ancora che il Parco stesso veda la luce. Alla fine degli anni Settanta, quando il Piemonte ha allo studio la realizzazione di un sistema regionale di aree protette, lui, giovanissimo geometra in forza al Comune di Entracque, viene cooptato dai due principali fautori della creazione di un Parco in alta Valle Gesso. Dei due, Alberto Bianco, ex manager dell’Olivetti di origini valdieresi, nonché importante figura, come il fratello Dante Livio, nel panorama delle formazioni partigiane che hanno sconfitto il nazifascismo, viene oggi ricordato anche per essere stato il primo presidente del Parco dell’Argentera. L’altro personaggio chiave è Remigio Crosetto, all’epoca sindaco di Entracque, grande appassionato di natura, che coinvolge il responsabile del suo ufficio tecnico nel processo che porterà nel 1980 all’istituzione dell’area protetta.
 
Il salto dalla sede del Comune a quella del Parco è presto fatto, e inizia così per Canavese un’avventura che coincide con la storia della più vasta e famosa area protetta piemontese. Una storia che nella sua interezza e specificità solo lui può ripercorrere: lo ha fatto in un'intervista pubblicata sul sito del Parco Alpi Marittime, che pubblichiamo qui di seguito.
 
Partiamo dalla prima fase, quella del Parco dell’Argentera. È il momento di transizione da Consorzio di caccia a Parco, i vecchi guardiacaccia diventano guardaparco.
Il Parco nasce su un’area che in precedenza era stata gestita da un Consorzio di Caccia che nel secondo dopoguerra si va a sostituire a quella che era stata la Riserva di caccia di Casa Savoia. Inizialmente il “modello Consorzio” era ancora molto forte. Le guardie erano abituate a una gestione attiva, basata sugli abbattimenti del camoscio. C’era una élite del mondo venatorio che veniva a caccia nel Parco. Gli abbattimenti si facevano su più mesi, e rappresentavano un elemento importante per l’economia locale perché i personaggi che venivano a caccia si piazzavano in albergo per tre o quattro giorni, con accompagnatori al seguito. Poi c’era lavoro per i portatori impegnati nel trasporto degli animali. Ricordo che si erano creati dei legami affettivi tra questi grandi signori che venivano a cacciare e le guardie, ogni cacciatore aveva la sua guardia di fiducia. Dopodiché sono entrati come guardaparco i giovani, che avevano un atteggiamento diverso. Si indirizzavano gli abbattimenti su capi defedati, senza corna… Insomma, mentre prima venivano abbattuti gli animali più belli, poi si è passati a una caccia davvero di selezione, e la cosa naturalmente non ha entusiasmato i cacciatori. Per cui è iniziato il momento di declino di una certa impostazione. Dopo i camosci per alcuni anni si è proseguito con l’abbattimento di mufloni, finché si è completata la transizione e non si è più cacciato. Si è passati alla gestione faunistica attraverso le catture e il trasferimento di camosci e di stambecchi sull’intero arco alpino. A parte la gestione faunistica, all’epoca dell’Argentera si dà avvio a un gran numero di attività, tra cui quelle legate a far conoscere il Parco. Ne cito una sola: è di quei primi anni la realizzazione della prima guida sul Parco, curata insieme a me dall’allora direttrice Patrizia Rossi. Arriva in quegli anni anche il Diploma Europeo, rilasciato dal Consiglio d’Europa, per il modello di gestione unitamente al Parc du Mercantour.
 
Arriviamo al secondo periodo, quello dell’accorpamento nel 1995 tra Parco dell’Argentera e Riserva di Palanfré, con conseguente nascita del Parco delle Alpi Marittime. Si entra nell’era dei grandi progetti europei…
Sì. Di fatto i progetti europei nascono nel ’96-’97. Non si parla ancora di Alcotra, si tratta di una fase sperimentale di progettazione transfrontaliera. In precedenza c’era stato il periodo del famoso Obiettivo 5B, grazie al quale la Regione aveva molte risorse da investire sul territorio. Noi avevamo a disposizione cifre che si aggiravano anche sul milione di euro annuo per investimenti. È in quella fase, durata cinque o sei anni, che è stato possibile come Parco realizzare tutta una serie di opere e iniziative di promozione. Risalgono a quegli anni le nuove sedi, la falegnameria, le strutture ricettive, le aree attrezzate e i centri visita. Tra le iniziative di promozione ricordo la pubblicazione di “Montagnes sans Frontieres”, una guida di itinerari escursionistici con quattro cartine allegate, dedicata al vasto territorio comprendente non solo Alpi Marittime e Mercantour, ma anche i parchi Alta Valle Pesio e Alpi Liguri. E citerei anche il progetto sul gipeto, incentrato sul rilascio di esemplari nelle Alpi per accrescerne l’areale di presenza. Finito il 5B, sono finiti i soldi e ha avuto inizio una fase prima di mantenimento e poi di progressivo ridimensionamento del sistema delle aree protette, che ha portato ad esempio a una riduzione del personale di vigilanza, a livello regionale, da oltre 400 addetti a circa un terzo dei giorni nostri.
 
I progetti transfrontalieri rinsaldano un rapporto tra Argentera/Alpi Marittime e Mercantour nato già da tempo.
Sì. Già nel primo anno di vita del Parco dell’Argentera io e il presidente Alberto Bianco, accompagnati dal capo guardia Ferrero, su una vecchia Campagnola ereditata dal Consorzio di caccia siamo andati a Nizza per incontrare il primo direttore del Mercantour, Jacques Florent. Con lui si era detto che, anche in considerazione del fatto che all’origine di entrambe le aree c’era la Riserva di caccia di Re Vittorio Emanuele II, sarebbe stato importante avviare una collaborazione. E di lì è partito tutto. Sono nati degli accordi su singole attività, poi via via con i progetti transfrontalieri finanziati dall’Europa la collaborazione è diventata sempre più stretta, fino a diventare “strutturale” con la creazione del GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale ndr) nel 2013. Naturalmente in questi quarant’anni ci sono stati alti e bassi, in genere determinati dalla maggiore o minore propensione alla collaborazione da parte degli attori in gioco. Molto spesso sono le persone a fare la differenza.
 
A parte il risultato molto positivo di favorire una stretta collaborazione tra due aree protette di confine, i progetti europei hanno apportato dei veri vantaggi per il territorio?
I progetti sono serviti. È vero che per la loro natura di interventi mirati a creare reti e non tanto a finanziare opere sul territorio, che dovrebbero spettare alle Istituzioni territoriali, non sempre hanno saputo incidere sulle realtà locali, ma comunque hanno rappresentato, almeno per quanto ci riguarda, una fonte fondamentale per poter investire, che ci ha permesso di raggiungere un certo equilibrio con le comunità locali. Rispetto ad altre situazioni, dove tra parchi e territorio il conflitto è palese, da noi mi pare si sia raggiunto diciamo un quieto vivere. Il Parco non ha risolto i problemi della montagna, ma ha attenuato in parte la loro portata. Alla montagna servono servizi, dalla scuola all’assistenza sanitaria, ma anche solo una buona copertura di telefoni e rete internet, servono politiche che permettano di ricostruire un tessuto produttivo, e su obiettivi di questo genere il Parco può dare un contributo ma sono altri gli enti che possono davvero cambiare le cose. Noi siamo intervenuti sulla mobilità, abbiamo favorito la riapertura dei negozi di Sant’Anna di Valdieri e di Aisone, ma sappiamo bene che non sono interventi tali da incidere più di tanto su una realtà in grande sofferenza.
 
Se non altro possiamo dire che a oggi il processo di integrazione tra chi opera sui due versanti opposti della catena alpina è a buon punto?
I programmi Alcotra, anche per le modalità di controllo dei risultati ottenuti, che sono essenzialmente di carattere amministrativo, non hanno favorito più di tanto l’integrazione di territori, nella maggior parte dei casi hanno determinato aggregazioni al cui interno ogni singolo partner si è mosso per portare a casa qualcosa per sé, per il proprio territorio di riferimento. Di azioni davvero comuni se ne sono viste poche. Qualcosa si è creato, ma più tra le strutture, le persone che ci lavorano, piuttosto che tra i diversi ambiti geografici.
 
Torniamo all’evoluzione del Parco. Terza e per ora ultima fase. Nel 2016 la Regione istituisce l’Ente di gestione delle Aree Protette delle Alpi Marittime, una realtà che mette insieme due parchi, Alpi Marittime e Marguareis, e otto riserve naturali. Ma non solo: all’ente si chiede anche di fare da riferimento per i siti della Rete Natura 2000 posti in un’area che dalla Valle Maira si spinge fino alla Valle Tanaro. Cresce enormemente il territorio e per contro, se pensiamo alla contemporanea riduzione di fondi e personale, si indeboliscono le strutture. La conseguenza è che la presenza del Parco sul territorio diventa meno percepibile. È un’analisi corretta?
La tentazione di dire “piccolo è bello” c’è, inutile negarlo. Oggi è diventato tutto molto più complicato. L’attenzione che si può avere per un territorio di venti o trentamila ettari non è la stessa che per un’area di centomila ettari. Senza considerare l’ulteriore complicazione che viene dalla disomogeneità dei territori in gestione. Caratteristiche e prospettive di un’area umida come Crava Morozzo hanno poco a che vedere con la realtà delle valli alpine. Non parliamo poi di una Riserva archeologica come Benevagienna. Alla luce dell’esperienza di questi anni, penso che il modello di aggregazione di più aree andrebbe rivisto. Bisognerebbe ridisegnare degli spazi basandosi sull’omogeneità territoriale e senza esagerare in termini di dimensioni.
 
Tre cose fatte dal Parco che hanno lasciato il segno.
La prima è legata ai giovani. Con la creazione delle cooperative Montagne del Mare e Grandalpi il Parco ha offerto uno sbocco lavorativo per giovani del posto che probabilmente avrebbero dovuto cercare fortuna altrove. E non dimentichiamo che anche tra il personale dell’Ente i locali non sono pochi.
 
La seconda?
L’impegno nel turismo. Penso non solo alla gestione del patrimonio sentieristico, alla promozione del territorio, ma anche al percorso che si è fatto insieme agli operatori con la Carta Europea del Turismo Sostenibile, con la creazione dell’associazione Ecoturismo in Marittime... Sicuramente si poteva fare di più, ma credo che nella rivitalizzazione del turismo in Valle Gesso, e dunque nel creare economia, il Parco abbia dato un grande apporto.
 
Terza?
Il ruolo che il Parco ha avuto nell’ambito della conservazione del territorio e nella divulgazione. Penso ad esempio all’Atlante Biologico Generalizzato, che ci ha permesso di scoprire nuove specie. O ancora alla reintroduzione del gipeto, al trasferimento di camosci e stambecchi in tanti posti dell’arco alpino, in tempi più recenti al progetto sul lupo. Abbiamo collaborato con Università di mezzo mondo, interagito con realtà istituzionali sparse per l’Europa, concorrendo alla formazione di giovani scienziati e ricercatori che hanno saputo e sanno farsi valere.
 
Il ruolo di capofila nei progetti europei sul lupo ha fatto conoscere il Parco se non in tutta Europa, perlomeno in tutti i paesi dell’arco alpino. Una bella soddisfazione.
In effetti il progetto Wolfalps è uno di quelli a cui tengo maggiormente. Ricordo benissimo quando sono stato al Boréon, nel Mercantour, per le prime verifiche sul possibile ritorno del predatore in territorio alpino. Negli anni successivi ci siamo dovuti confrontare con il problema dei danni alla pastorizia, prima in Valle Stura e poi via via in tutte le valli, abbiamo creato insieme all’associazione Allevatori, alla Coldiretti, al WWF il primo sistema di indennizzi… Insomma è partita una storia, ormai vecchia di un quarto di secolo, che ci ha portati all’attuale situazione, con il lupo che ha ricolonizzato l’intero arco alpino ed è presente oggi anche in pianura. Noi siamo stati i primi a lavorare sul lupo, gli altri si sono via via accodati. Abbiamo avuto un ruolo che la Regione Piemonte stessa ci ha riconosciuto con la creazione presso il nostro ente del Centro Grandi Carnivori. Per quanto mi riguarda personalmente, è chiaro che se per tanto tempo ti occupi di qualcosa, alla fine diventi un riferimento in materia. Se dovessi esprimere un parere, sono convinto che oggi si debba arrivare al più presto ad un Piano di gestione della specie una gestione scientificamente corretta che passa in primo luogo attraverso la prevenzione ma che, sulla base di modelli ben definiti, non escluda a priori gli abbattimenti, in particolare di ibridi ed esemplari problematici. In caso contrario si rischiano scenari socialmente non sostenibili.
 
Quale il rammarico o la delusione più grande?
Non saprei. C’è, come ho già detto, il generico rammarico legato alla constatazione che si poteva fare di più. A parte questo, forse con approccio diverso da parte mia certi rapporti tra colleghi avrebbero potuto funzionare diversamente. Ho avuto un mio modello di gestione del lavoro che non è facile far accettare da tutti. Io ho sempre pensato a risolvere concretamente i problemi, e forse in qualche situazione avrei potuto curare di più il rapporto interpersonale.
 
È stato citato Alberto Bianco, primo presidente del Parco. Di quali altre persone che hanno legato il proprio nome al Parco il ricordo è più vivo?
Bianco era un personaggio che aveva tanto a cuore questo territorio. Grazie anche ai suoi forti agganci con la Regione, poiché era amico del presidente Aldo Viglione, è stato fondamentale già nella fase di studio del Parco, prima ancora che si arrivasse alla creazione. Direi che rispetto ai presidenti mi sono trovato bene con tutti. Tra chi più di altri ha lasciato un segno mi vengono in mente Mucciarelli, che ha avuto la capacità di far convergere sul Parco finanziamenti importanti, e Pepino, un amministratore lungimirante, che tra i suoi meriti ha la realizzazione del centro del lupo, nato da una sua idea. Ci tengo anche a ricordare Quaranta e Salsotto, entrambi fortemente legati al territorio e al Parco. Un ruolo importante lo ha avuto, in qualità di consigliere, Bruno Vigna, e prima ancora di lui Remigio Crosetto, sindaco di Entracque nel periodo di creazione del Parco dell’Argentera. Lui si era speso molto per la creazione del Parco in un momento in cui c’erano ancora molti contrari. Era molto sensibile ai temi ambientali, aveva organizzato una visita ai parchi del Circeo e d’Abruzzo per capire come funzionavano realtà attive da molto tempo…
 
Come è cambiata la Valle Gesso, la montagna, in questi quarant’anni?
È cambiato tutto. Quando io sono arrivato a Entracque, alla fine degli anni Settanta, il paese era molto vivo, pieno di strutture turistiche, di discoteche, in zona il lavoro non mancava, anche perché c’era ancora l’ENEL in piena attività. Oggi i paesi di montagna fanno fatica, come ho già sottolineato mancano i collegamenti, i servizi. Per invertire la tendenza all’abbandono, che è tutt’ora in atto, si dovrebbe lavorare non solo sul lato degli investimenti e nella fornitura dei servizi, ma anche su un cambio di mentalità tra quanti in montagna vivono e ci lavorano. Oggi il turista deve essere considerato un amico da accogliere, da fare sentire a casa propria e per questo oltre a sapersi rapportare con professionalità occorre dotarsi di tutti i servizi, non ultimo quello dei pagamenti attraverso le carte. Abbiamo operatori turistici che considerano il turista solo come fonte di guadagno, secondo una visione ormai del tutto superata, altri che tengono aperte le strutture giusto nel periodo di massima affluenza e poi spariscono, anche dalla valle. E ci sono tanti residenti che non comperano in valle: è evidente che i prezzi non possono essere quelli della grande distribuzione, ma ci deve essere uno sforzo da parte dei gestori nella direzione di garantire prezzi ragionevoli, e da parte di tutti i residenti a rifornirsi in loco. La spesa in valle va assolutamente incentivata. Detto ciò, mi pare che sul territorio comunque ci sia del fermento: piccole attività che si insediano, nuove professioni che offrono sbocchi mai neanche immaginati.
 
In questa situazione, il Parco che cosa può fare?
Può agire da stimolatore, da creatore di reti tra gli attori locali. Fare piccole cose concrete.
 
Progetti personali per il futuro prossimo?
Mi piacerebbe fare un libro di analisi delle ricadute che il Parco ha avuto sul territorio. Oppure riprendere la mia vecchia passione per il disegno e realizzare qualcosa per i giovani che con illustrazioni e brevi testi insegni loro a leggere un territorio, ad apprezzare la biodiversità e le connessioni che intercorrono tra le varie specie viventi.
 
Un bel viaggio no, pandemia permettendo?
Chissà… Ho parenti in Australia, dove sono già stato ma tornerei molto volentieri.

c.s.

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