CUNEO - "La cultura del campanile è un macigno che questa provincia si porta appresso come la rogna"

Il dottor Ezio Barp ci invia una riflessione sul ruolo delle strutture ospedaliere, allargandola poi alle grandi infrastrutture (che restano una chimera)

Redazione 27/08/2021 15:53

Riceviamo e pubblichiamo.
 
Egr. Direttore
 
Prendo spunto dal “contraddittorio” innescatosi tra il sindaco di Alba e quello di Cuneo relativamente alla questione ospedali, su quale debba essere l’hub a livello provinciale e non solo lo “spoke” e devo prendere nuovamente atto che la “cultura del campanile” era e continua ad essere un macigno che questa provincia non solo non ha ancora saputo scrollarsi di dosso, ma lo porta appresso come la rogna.
 
Avendo letto con interesse il libro “Politicamente scorretto” (ricevuto in gentile omaggio dal suo autore, Paolo Chiarenza, appassionato e minuzioso raccoglitore di testimonianze giornalistiche nonché di eventi che hanno riguardato anche la storia di questa Provincia) mi rendo conto che il difetto di cui sopra è diventato congenito dal secondo dopoguerra e ha permeato e marcato tutta la vita politica e amministrativa con relative scelte o, per meglio dire, con le mancate o rimandate scelte.
 
Cito alcuni stralci interessanti, riportando fedelmente quanto scritto nel libro: davvero interessanti le date cui fanno riferimento questi articoli e fonti.
 
“Ezio Bernardi, capo redattore de La Guida, in prima pagina il 26 marzo 1993 denuncia con realismo la «Cultura del campanile: ogni progetto si ferma. Cuneo e la sua provincia, i suoi amministratori e le sue rappresentanze istituzionali, piangono impotenti sulle macerie dei grandi progetti infrastrutturali come la Cuneo-Asti e la diga di stroppo, miseramente naufragati come sappiamo…E’ il campanilismo esasperato di questa provincia e delle sue sette sorelle che continua a minare tutto dalle fondamenta, fin dagli inizi. Questo perché ogni città della Granda persegue politiche completamente divergenti dalle altre senza alcuna volontà di coordinare gli sforzi e la programmazione. Se una città vuole l’autostrada, l’altra vuole la superstrada. Se una vuole l’Università l’altra gliela vuole rubare. Se una rifiuta la discarica o l’inceneritore , l’altra fa altrettanto. Se una ha l’ospedale più bello o con qualche specialità in più, gli altri si sentono oscurati…La stessa cultura del campanile, per la verità, guida ed ispira anche le politiche e le iniziative dei nostri partiti, dei singoli partiti, la nostra classe politica che è al governo della provincia e delle sue città, spesso anche le associazioni di categoria che modificano comportamenti e impegni per adattarli alla bisogna a seconda se la platea che hanno davanti è saluzzese, monregalese, albese o cuneese…Eppure è chiaro a tutti che questa cultura del campanile…non può che diventare perdente quando si va a trattare con le controparti di un livello superiore come la Regione, lo Stato o addirittura l’Europa.»
 
Infatti: con l’infelice uscita del sindaco di Alba (peraltro la mia città preferita e che adoro) eccoci nuovamente a mettere inutilmente in discussione il ruolo che hanno le strutture ospedaliere distribuite sul territorio provinciale, in uno strano meccanismo di competizione prettamente di stampo locale tipica da “baroliadi langarole”, tendente a perdere di vista gli obiettivi comuni che sono il vero traguardo da raggiungere, lo sport insegna: quando si va a competere con squadre di categoria superiore (che si chiamano Regione, Stato, Europa) l’unico modo per cercare di portare a casa un risultato positivo è quello di “fare squadra”, spirito di team, soprattutto coesione ed unione: altrimenti, se ognuno gioca per far risaltare solo sé stesso, alla fine si viene presi a pallonate sempre e comunque. Il caso Langhe e Roero patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO e la mancanza di infrastrutture sul territorio sono esempi eclatanti del saper “fare squadra” e vincere oppure dell’individualismo campanilistico e il conseguente perdere.
 
Proprio sull’ultima questione delle infrastrutture (strade, ponti, autostrade, ferrovie ecc.) latitanti da oltre 70 anni, prendendo sempre spunto dal libro di Chiarenza voglio sottolineare alcuni passaggi che, nonostante siano stati detti e/o scritti oltre 50 anni fa, sono di un’attualità a dir poco incredibile.
 
“Nel settembre del 1967 il Presidente del Consiglio Aldo Moro è in visita alla Provincia di Cuneo dove il presidente della provincia Giovanni Falco che gli presenta le aspirazioni del Cuneese, riportate dal settimanale diocesano La Guida: «Noi riteniamo che per il rilancio economico delle Province meridionali del Piemonte occorra principalmente rompere l’isolamento in cui oggi è chiusa Cuneo. Questo isolamento può essere rotto attraverso la creazione di grandi direttrici di traffico, infrastrutture indispensabili allo sviluppo economico…Vorrei, Signor Presidente, sottolineare che le esigenze della provincia di Cuneo non si esauriscono entro il suo limitato ambito territoriale. Esse trascendono le nostre pur legittime aspirazioni e necessità per collocarsi in un quadro europeo.»
 
“Sulla prestigiosa rivista Cuneo Provincia Granda del mese di agosto del 1974 appare uno scritto dell’avv. Dino Andreis, presidente dell’Ente provinciale del turismo: «Cuneo si – no. Un semplice, doveroso richiamo a una triste ultra venticinquennale esperienza di mai interrotta denegazione di accoglimento di tutte le nostre istanze: di tutte le nostre aspirazioni, di qualsivoglia di tanti nostri problemi tutti pressanti e concreti... Ma ieri perché si è detto di no?...Perché il traforo del Ciriegia non ha progredito, anzi lo si è dolorosamente accantonato…Perché ogni difficoltà è stata di volta in volta sollevata?...Perché deve essere così facile a tutti dire di “no” ad ogni nostra, per quanto giustificata e documentata, richiesta?».
 
La risposta si trova, amaramente, in un’altra testimonianza richiamata nel libro di Chiarenza, allorquando parlando dell’assessore provinciale alle grandi infrastrutture Pier Giorgio Pagano e delle sue dimissioni-denuncia contenute in una lettera del marzo 1993, avvenute in seguito alla ennesima bocciatura del progetto dell’Asti-Cuneo da parte dell’allora Ministro dell’Ambiente Carlo Ripa di Meana, in un tratto della sua lettera dichiarava testualmente: «Mi lascia inoltre perplesso la nostra abitudine tutta cuneese di ridiscutere sempre gli stessi problemi, ritornando sulle decisioni già prese senza mai riuscire ad essere conseguenti ed a stabilire un punto fermo sul quale tutti convergere.»
 
Credo che gli attuali rappresentanti politici nostrani, di tutti i colori e schieramenti, dovrebbero fare tesoro di queste paradossali vicende che si ripetono ciclicamente e anziché scannarsi tra loro su questioni ideologiche (sovranisti contro antisovranisti, sulla falsa riga dell’antagonismo antifascisti-fascisti tipico del secondo dopoguerra), provare a fare fronte comune tentando fattivamente di portare a casa qualche cosa: tanto per iniziare la variante di Demonte (e poi a ruota quelle di Aisone e Vinadio) fino all’ultimo tratto della Asti-Cuneo (che, nonostante i toni trionfalistici della Ministra Dadone non più di un anno fa con tanto di manifesti appesi per le città della provincia, è nuovamente bloccata ai nastri di partenza dal Ministero della Cultura).
 
Cordialmente
 
Ezio Barp

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