Riceviamo e pubblichiamo.
Gentile Direttore,
desidero affidare alle pagine del Suo giornale un pensiero di profonda gratitudine rivolto a tutto il personale medico, infermieristico, paramedico degli ospedali e delle strutture della provincia di Cuneo che ha accolto con professionalità, umanità e rispetto mia madre, Domenica Fraire, recentemente deceduta. Nel corso delle sue varie degenze ospedaliere a partire dal 2020, mia madre ha attraversato fasi di grande fragilità, durante le quali il personale sanitario ha saputo accompagnarla - e accompagnarci - con competenza e sensibilità, qualità, non così scontate. A suo ricordo ho voluto raccogliere fondi da destinare alla Fondazione Ospedali di Saluzzo, Savigliano e Fossano. La somma raccolta è di 1000 euro, che sarà interamente destinata alla Fondazione Ospedaliera che finanzierà l’acquisto di uno Spirometro per l’Ospedale di Saluzzo.
Colgo anche l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno risposto con generosità e sensibilità a questa iniziativa. Accanto a questi sentimenti di gratitudine, sento tuttavia il dovere di condividere, con rispetto e spirito costruttivo, una riflessione: durante la permanenza presso una struttura del territorio, non mi è stato possibile assistere mia madre durante i pasti, nonostante la sua condizione di particolare debolezza lo richiedessero.
Comprendo perfettamente i regolamenti interni, la burocrazia, il fatto che l’assistenza ai pasti è gestita da personale apposito, che per quanto validissimo però è spesso sottodimensionato e non può materialmente seguire i numerosi pazienti che necessitano di essere assistiti ai pasti. Ho sempre rispettato in maniera rigorosissima le regole comunicate nelle varie occasioni perchè il rispetto del lavoro degli altri per me è imprescindibile. Ci sono però occasioni in cui l'umanità, la sensibilità, "le ragioni del cuore" devono prevalere su tutto il resto. Per molte persone anziane, soprattutto quando la fragilità si fa più evidente, il pasto rappresenta anche un’occasione di relazione, di conforto, di riconoscimento. Non si tratta soltanto di mangiare, ma di sentirsi accompagnati, di ritrovare un volto familiare che rassicura, che incoraggia, che restituisce dignità a gesti quotidiani diventati difficili.
La mia non vuole essere una critica, ma un invito alla riflessione. Forse, nel ripensare alcune modalità organizzative, si potrebbe restituire spazio anche a quella dimensione relazionale che non è un accessorio della cura, ma parte integrante di essa. Mi permetto perciò di esprimere l’auspicio che situazioni simili possano essere oggetto di attenzione in futuro, affinché, quando le diverse condizioni di salute lo richiedono, ai familiari sia consentito di offrire quella presenza e quel conforto che rappresentano parte integrante della cura stessa.
RingraziandoLa per l’attenzione e per la pubblicazione, porgo cordiali saluti.
Nadia Miretto