BRIAGLIA - L'oro sotterraneo delle Langhe monregalesi: Briaglia celebra il suo tartufo bianco pregiato De.Co.

Una storia che affonda le radici negli anni Cinquanta, tra il profumo selvatico dei boschi, la complicità del cane da cerca e un rigoroso legame con la biodiversità del territorio cuneese

Una cartolina di Briaglia

Alessandro Nidi 28/06/2026 16:50

Il sottosuolo delle Langhe monregalesi custodisce un tesoro botanico e gastronomico che da oggi gode di una nuova e strutturata centralità culturale. Il Comune di Briaglia, in stretta sinergia con la Pro Loco e con il supporto strategico della Fondazione CRC, dell’associazione Trifolao Monregalese e Cebano, di Slow Food Condotta del Monregalese e dell’Atl del Cuneese, ha avviato un importante percorso di valorizzazione della Denominazione Comunale (De.Co.) dedicata al tartufo bianco pregiato di Briaglia. Si tratta di un'eccellenza che non rappresenta soltanto un vanto culinario, ma il fulcro di un’identità territoriale che intreccia la storia contadina, la tutela ambientale e i sentieri escursionistici, come il celebre sentiero Landandè. Dal punto di vista scientifico, la definizione di questo straordinario fungo ipogeo spontaneo come "Tuber Magnatum Pico" risale al 1788, catalogato dal medico torinese Vittorio Pico. La variante che nasce spontaneamente a Briaglia si distingue nel panorama della gastronomia piemontese grazie a tratti organolettici unici e ben definiti. Esternamente si presenta con una forma tondeggiante, notevolmente nodosa e irregolare a causa di caratteristiche depressioni superficiali, offrendo al tatto una consistenza liscia e vellutata. Visivamente è riconoscibile per le sfumature della buccia che variano dal crema al giallo ocra, mentre la polpa interna, soda e compatta, rivela un colore giallo-grigiastro attraversato da fitte venature bianche, una conformazione definita in gergo "marmorizzata". È però l'olfatto a decretarne la straordinarietà: un mix intenso in cui la dolcezza del miele incontra l'aroma deciso dei boschi selvatici, arricchito da inconfondibili note di aglio e formaggio. Con il suo sapore netto e leggermente piccante, esprime il massimo delle sue potenzialità gastronomiche consumato rigorosamente a crudo. La vocazione della terra briagliese per il tartufo bianco non è affatto una scoperta recente. Già negli anni Cinquanta del secolo scorso, la straordinaria produttività di zone storiche come Otteria, Fossato Gaffodio, i laghi di Briaglia e Tetti Ellero aveva alimentato la nascita dello storico mercato del sabato mattina a Mondovì, sotto i portici sottani di piazza Santa Maria Maggiore. Questa tradizione protettiva e comunitaria si è consolidata nel tempo: tra il 1984 e il 1988 i raccoglitori locali istituirono una vera e propria riserva tartufigena nella zona di Otteria, dotata di segnaletica e di un tesserino orario per regolamentare la raccolta e la sorveglianza. Il percorso di valorizzazione del tartufo bianco De.Co. di Briaglia Nel 1992 è nata l’Associazione Trifolao del Monregalese e Cebano, a cui i cercatori di Briaglia aderiscono ancora oggi. Tre anni più tardi, nel 1995, la medesima associazione diede vita al mercato del tartufo del fine settimana, una vetrina in cui il prodotto briagliese è sempre stato protagonista, così come avviene tuttora all'interno delle prestigiose cornici della fiera regionale del tartufo di Mondovì e della fiera del tartufo di Alba, contesti in cui gli esperti ne certificano regolarmente le altissime qualità. Oggi questo patrimonio vegetale e culturale viene difeso attivamente dalle istituzioni pubbliche. La commissione agricoltura del Comune di Briaglia, integrata con i rappresentanti dei raccoglitori, applica rigidamente la legge regionale per verificare i requisiti ed esprimere i pareri necessari all'ottenimento dei contributi finanziari finalizzati al mantenimento e alla cura delle piante tartufigene del territorio. Il segreto della qualità del tartufo di Briaglia risiede nella geologia locale, caratterizzata da un terreno marcatamente argilloso e marnoso che permette lo sviluppo del fungo a profondità variabili da pochi centimetri fino a un metro. Lo sviluppo del corpo fruttifero avviene in perfetta simbiosi con le radici di alberi specifici. Questa interazione biologica è talmente profonda da influenzare persino il colore interno del tartufo: gli esemplari nati vicino alle querce presentano una polpa più scura, quelli in prossimità dei salici risultano quasi bianchi, mentre la vicinanza ai pioppi dona una gleba giallastra. Tra le altre piante ad altissima vocazione tartufigena censite sul territorio figurano anche il tiglio, il nocciolo e il carpino. La figura del "trifolao" resta l'ultimo baluardo di un’arte antica che richiede regole ferree e un legame ancestrale con la natura. Per scovare il prezioso tubero, il cercatore si affida esclusivamente al fiuto finissimo di un cane addestrato, una pratica che dal 1985 ha sostituito definitivamente l'antico uso dei maiali. Le razze più idonee per questa attività sono il lagotto, il bracco, lo spinone e l'infaticabile bastardino. La cerca si svolge preferibilmente di notte, momento ideale per la raccolta, e richiede il possesso di un apposito patentino per evitare pesanti sanzioni. Una volta individuato il punto, il cercatore utilizza il "vanghetto", una piccola zappa utile a estrarre il tartufo con estrema delicatezza per preservarne la totale integrità. Anche le operazioni successive richiedono cautela: la pulizia deve avvenire esclusivamente a secco tramite uno spazzolino a setole morbide per rimuovere la terra. L'uso dell'acqua è tassativamente vietato, poiché l'umidità espone il fungo all'azione distruttiva di muffe e batteri. La stagionalità biologica di questo gioiello sotterraneo inizia in tarda estate e attraversa l'autunno, concentrandosi principalmente nei mesi che vanno da ottobre a dicembre, per poi estendersi fino a gennaio qualora si verifichino particolari e favorevoli condizioni climatiche. Con il lancio ufficiale di questa nuova documentazione informativa, Briaglia non promuove semplicemente un prodotto agroalimentare, ma un intero ecosistema fatto di biodiversità, storia locale e passione condivisa.