<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" version="2.0"><channel><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > provincia di Cuneo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/]]></link><atom:link href="https://www.cuneodice.it/rss/news/cultura/storia-locale/rss2.0.xml?page=5rss2.0.xml" rel="self" type="application/rss+xml"/><description><![CDATA[Tutte le notizie di Storia Locale che la provincia di Cuneo dice]]></description><lastBuildDate>Thu, 04 Jun 2026 10:06:02 +0200</lastBuildDate><image><url>https://static.cuneodice.it/cuneo/images/logo.png</url><title><![CDATA[Cuneodice.it > Cultura > Storia Locale > provincia di Cuneo]]></title><link><![CDATA[https://www.cuneodice.it/news/cultura/storia-locale/]]></link></image><item><title><![CDATA[Tasse: cos'è cambiato (e cosa no) dal Medioevo a oggi?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/tasse-cos-e-cambiato-e-cosa-no-dal-medioevo-a-oggi_121437.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/tasse-cos-e-cambiato-e-cosa-no-dal-medioevo-a-oggi_121437.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/121437/148827.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Ahim&egrave;, in fatto di tasse non &egrave; cambiato molto fra il Basso Medioevo e il presente. Continuiamo a pagarle e, pi&ugrave; o meno, son sempre le stesse: Irpef, Imu, tasse di successione e sulla vendita degli immobili, e altre ancora, come i dazi tornati di moda con il presidente Trump.&nbsp;Cominciamo con una prima curiosit&agrave; riguardante Cuneo. Le prime case costruite nei villaggi erano di legno e paglia. I tetti soprattutto erano di paglia e quando Cuneo divenne citt&agrave; importante e soggetta ad assedi con lanci di palle infuocate, &egrave; facile immaginare con quanta facilit&agrave; fosse facile mandare a fuoco le case e parti intere della citt&agrave;. Cos&igrave; il comune decise di obbligare i cittadini a ricostruire le case in mattoni e pietre e a fare i tetti con tegole o lose.&nbsp;E quale fu la legge finalizzata ad obbligare i cittadini a ricostruire le proprie case? Qui sta il bello.&nbsp;</p>
<p>La decisione degli homines de Picio Cunij, come furono chiamati all&rsquo;epoca della fondazione della citt&agrave;, sono riportate in uno statuto del 1500, ma molte di esse risalgono con probabilit&agrave; gi&agrave; alla fine del 1300. Ebbene qual&rsquo;era la punizione per chi continuava a vivere in capanne di creta con tetti di paglia? Curiosa davvero: il padrone della casa di paglia non poteva assolutamente permettere alla moglie di sfoggiare su di s&eacute;, n&eacute; sul capo, n&eacute; sui vestiti, n&eacute; perle, n&eacute; argento, n&eacute; pelliccia, "sotto pena di 60 soldi (3 lire) a testa e per ogni volta che sar&agrave; accusato&rdquo;. Insomma: se hai i soldi per comprare costosi gioielli per tua moglie &egrave; giusto che li spendi per proteggere il tetto della tua casa e con essa le case dei vicini.</p>
<p>E l&rsquo;Irpef?&nbsp;Era il Fodro, una tassa pagata dai Comuni al Signore del luogo (nel caso di cui si parler&agrave; fra poco il Marchese di Saluzzo), somma che poi il Comune recuperava dai propri cittadini con tasse individuali. In alcuni comuni era detto &ldquo;capatico&rdquo;, che inizialmente imponeva a ogni abitante del luogo il pagamento della stessa somma, indipendentemente dal reddito, prelievo che poi via via divenne proporzionale al valore dei beni posseduti.&nbsp;</p>
<p>In epoca altomedievale il Fodro era una esazione in natura, e cio&egrave; una quantit&agrave; di cibo e foraggio che i borghi dovevano versare ai signori di cui erano sudditi (imperatori, duchi, marchesi, conti ecc.). Poi, dopo che, a partire grosso modo dal 1000 dC. (inizio del Basso Medioevo), ripresero a crescere i commerci, con essi crebbe anche l&rsquo;economia monetaria e il Fodro poco a poco fu trasformato in denaro.</p>
<p>&Egrave; noto che Federico Barbarossa prima della sconfitta a Pontida tent&ograve; di imporre, riuscendoci solo in parte, ai Comuni italiani sottomessi al suo impero il pagamento di un Fodro per mantenere il suo esercito. Si era gi&agrave; nel XII secolo (il giuramento di Pontida in seguito al quale fu sconfitto dalla Lega Lombarda &egrave; del 1167).&nbsp;Significativo &egrave; quanto descritto nell&rsquo;atto del 1231 sottoscritto fra il Marchese di Saluzzo (che aveva il dominio su parti del Basso Piemonte e in particolare sulla Valle Stura) e il Comune di Demonte.&nbsp;Nell&rsquo;atto in esame l&rsquo;imposta pretesa dal Marchese di Saluzzo a carico dell&rsquo;intera valle Stura fu indicata in complessive lire 40, di cui la met&agrave;, 20 lire, a carico della sola Demonte (seguivano a notevole distanza Vinadio con 7 lire e Aisone con 5 lire, mentre gli altri villaggi erano tenuti a corrispondere somme di poco superiori o inferiori alle due lire).</p>
<p>E veniamo alle altre tasse.&nbsp;C&rsquo;era gi&agrave; l&rsquo;Imu? Certo che c&rsquo;era, ed era chiamata &ldquo;focaggio&rdquo; o &ldquo;focatico&rdquo;, cio&egrave; la tassa sul focolare dovuta da chiunque possedesse una casa con il focolare. Vi erano poi i pedaggi. Oggi paghiamo i pedaggi sulle autostrade, e allora? Si pagavano molto pi&ugrave; sovente, cio&egrave; ogni volta che si passava su una strada, su un ponte, o davanti a un castello. Erano veri e propri diritti di transito.&nbsp;</p>
<p>C&rsquo;erano anche, e anche questi assai pi&ugrave; numerosi di oggi, i dazi. Si doveva lasciare un obolo in ragione del valore della merce trasportata non solo quando si entrava in un borgo, ma, in taluni casi, per il solo fatto di passare su un ponte o per una determinata strada. Inizialmente i pedaggi erano motivati dal fatto che si riscuotevano in cambio delle spese che il beneficiario sosteneva per mantenere in buono stato il passaggio, ma poco a poco divennero una vera e propria imposta in favore di chi aveva la sovranit&agrave; del luogo (in genere un castello o la citt&agrave; o il borgo che cos&igrave; recuperava parte di quanto dovuto per il Fodro).</p>
<p>La frequentissima presenza dei dazi era un vero e proprio &ldquo;protezionismo&rdquo; locale (oggi Trump docet), dato che il territorio era diviso in &ldquo;stati&rdquo; e &ldquo;staterelli&rdquo;, piccoli e grandi feudi, castelli e castelletti, borghi grandi e piccoli e ogni volta che si passava da uno all&rsquo;altro si pagava dazio; pochi chilometri e finivi in &ldquo;casa d&rsquo;altri&rdquo;, e pagavi dazio. Altro che l&rsquo;Iva!</p>
<p>Interessante &egrave; sottolineare la presenza frequentissima di altre forme di &ldquo;protezionismo&rdquo; locale. Sempre gli statuti di Demonte proibivano, ad esempio, l&rsquo;importazione di vino estraneo o vietavano l&rsquo;esportazione di miele, cera, legname da costruzione, ardesie, tegole e mattoni. E chi violava tali limitazioni pagava multe salatissime.</p>
<p>Addirittura chi teneva a battesimo come padrino un figlioccio di altro Comune poteva fare soltanto un regalo di infimo valore. Naturalmente al forestiero era poi vietato cacciare o pescare nel territorio del Comune. Insomma: non solo esistevano gravi limitazioni di movimento e di commercio fra territori sotto il dominio di diversi signori o citt&agrave; e paesi, ma anche fra i diversi Comuni o frazioni di Comuni all&rsquo;interno della loro zona di competenza. Ad esempio chiunque non fosse abitante dal paese, ma abitante di altri Comuni anche se vicini e confinanti, era &ldquo;forestiero&rdquo; e doveva pagare una tassa se entrava nel territorio del paese (la tassa veniva poi divisa fra il Comune e il marchese, al quale rimaneva &ldquo;soltanto&rdquo; un terzo).</p>
<p>Par giusto, infine, chiudere con le tasse di successione.&nbsp;Erano ben pi&ugrave; pesanti di quelle oggi applicate nel nostro Paese.&nbsp;Nel gi&agrave; citato statuto di Demonte tale tassa spettava al marchese che si prendeva la bellezza di un terzo degli immobili caduti in successione. Un terzo! &Egrave; come se oggi si dovesse pagare come tassa di successione il 33%. Bont&agrave; del nobile, i parenti del defunto potevano ricomprare i beni andati al signore al prezzo di un terzo in meno del loro valore. Altro che la tassa di successione di oggi!&nbsp;</p>
<p>Assai salato era anche il tributo dovuto al signore quando si vendeva un immobile (tassa chiamata &ldquo;laudema&rdquo;). Va ricordato che, secondo il diritto feudale, al genitore succedevano solo i figli maschi (le figlie non avevano diritti) e in caso di morte di un possessore senza figli maschi, l&rsquo;eredit&agrave; andava interamente al Marchese, che tuttavia negli atti sopra citati fece una nuova importante concessione: chi non aveva figli, poteva fare testamento e disporre liberamente dei due terzi di quel che aveva mentre al marchese andava &ldquo;solo&rdquo; il solito terzo.&nbsp;</p>
<p>Altri tempi?&nbsp;Alla fin fine non c&rsquo;&egrave; molta differenza.</p>]]></description><pubDate>Wed, 03 Jun 2026 10:56:00 +0200</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[È l’ultimo giorno della biblioteca di via Cacciatori delle Alpi]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/lultimo-giorno-della-biblioteca-di-via-cacciatori-delle-alpi_121265.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/lultimo-giorno-della-biblioteca-di-via-cacciatori-delle-alpi_121265.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/121265/148532.jpg" title="" alt="" /><br /><p>&Egrave; un addio senza lacrime, perch&eacute; la biblioteca che lascia la sua <a href="https://www.cuneodice.it/attualita/cuneo-e-valli/unidea-per-la-vecchia-biblioteca-di-cuneo-ospiti-il-museo-dei-longobardi_116012.html" target="_blank" rel="follow">storica &ldquo;casa&rdquo; in via Cacciatori delle Alpi</a>, dopo quasi un secolo, si prepara ad aprire un capitolo nuovo in una sede ancora pi&ugrave; grande e bella, <a href="https://www.cuneodice.it/attualita/cuneo-e-valli/a-settembre-apre-la-nuova-biblioteca-di-cuneo-con-orari-ampliati-e-uno-spazio-per-i-giovani_116295.html" target="_blank" rel="follow">quella di palazzo Santa Croce</a> finalmente restituito alla citt&agrave;.</p>
<p>Per molti cuneesi, per&ograve;, &egrave; anche un&rsquo;occasione malinconica: l&rsquo;addio - o l&rsquo;arrivederci, si spera - a palazzo Audiffredi, alle sue librerie, alla sala di consultazioni in cui intere generazioni hanno preparato esami di maturit&agrave; e tesi di laurea, al suo bellissimo cortile con i tavolini attorno alla fontana seicentesca. Era il 1930 quando la pi&ugrave; antica biblioteca pubblica del Piemonte - fondata nel 1802, sotto la dominazione napoleonica - lasci&ograve; gli angusti locali municipali per trasferirsi nel palazzo di fine Seicento legatosi al nome dell&rsquo;agronomo e senatore <strong>Giovanni Audiffredi</strong>, il benemerito <em>&ldquo;senator dj mor&egrave;&rdquo;</em> (il senatore dei gelsi) che dopo una vita dedicata alla diffusione della bachicoltura lasci&ograve; l&rsquo;edificio in eredit&agrave; al Comune.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/121265/small_148533.jpg" alt="La Biblioteca Civica di Cuneo" loading="lazy"></p>
<h2>Niente libri contro il buon costume ai &ldquo;giovinetti&rdquo;</h2>
<p>Di un necessario trasferimento si era iniziato a parlare almeno dagli anni Venti, lamentando la crescente inadeguatezza della sede, gli orari di apertura non consoni e anche la scarsa attenzione alle richieste dei lettori: l&rsquo;arcigno&nbsp;<strong>Giovanni Ugo</strong>, in carica come bibliotecario dal 1912, aveva ricevuto tre anni pi&ugrave; tardi i rimproveri della giunta che, sollecitata dal <em>&ldquo;padre di un malmenato&rdquo;</em>, lo invitava ad avere pi&ugrave; riguardi per i frequentatori della biblioteca civica. Il suo pensionamento, nell&rsquo;aprile 1930, precede di pochi mesi l&rsquo;inaugurazione della nuova sede: si sceglie la data fatidica del 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma.</p>
<p>La direzione &egrave; affidata in via provvisoria al professor&nbsp;<strong>Euclide Milano</strong>, storico di natali braidesi, gi&agrave; membro della commissione operativa della biblioteca, cui si deve la fondazione del Museo Civico nello stesso palazzo Audiffredi. I locali ad esso destinati, al piano terra, sono completati nel 1933, con l&rsquo;aggiunta di una pinacoteca nell&rsquo;ammezzato. La biblioteca, al primo piano del palazzo, &egrave; composta da tre sale di lettura: una per le lettrici, una per i ragazzi, una per gli altri frequentatori, tutte affacciate sull&rsquo;allora via Liceo. Si vara un nuovo regolamento, dove &egrave; scritto fra l&rsquo;altro che <em>&ldquo;resta pure deferito al criterio del bibliotecario il rifiutare ai giovanetti i libri di valore bibliografico, e quelli contrari al buon costume e alla morale, salvo reclamo alla commissione. &Egrave; in facolt&agrave; del bibliotecario di escludere dal prestito agli studenti tutti quei libri che i professori reputassero dannosi al loro insegnamento, indicandoli specificatamente. In ogni caso non si daranno in prestito a studenti delle scuole medie le traduzioni di classici greci e latini&rdquo;</em>.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/121265/small_148534.jpg" alt="La Biblioteca Civica di Cuneo" loading="lazy"></p>
<h2>La prima direttrice e il dibattito sul prestito</h2>
<p>Nel dicembre 1931 viene bandito il concorso per il nuovo direttore della biblioteca. Tra quindici candidati ha la meglio una donna, la demontese <strong>Lalla Romano</strong>, destinata a diventare una scrittrice affermata. Rimarr&agrave; in carica fino al 1935, prima di chiedere congedo a seguito di un trasferimento del marito. Nei suoi anni alla direzione si dibatte la questione del prestito a domicilio: i librai lamentano la concorrenza della biblioteca e il podest&agrave; decide perci&ograve; di limitare il prestito alle sole opere di studio. La direttrice &egrave; d&rsquo;accordo. Tra i lettori per&ograve; c&rsquo;&egrave; chi protesta: una tale signora Aimo Boot, per esempio, essendo costretta a lavorare per vivere lamenta di poter leggere solo <em>&ldquo;nelle piccole ore&rdquo;</em> e chiede un permesso speciale per portare a casa romanzi storici e volumi di accademici. Fa quindi appello al podest&agrave;, che la asseconda, affinch&eacute; comprenda <em>&ldquo;l&rsquo;amore allo studio di una figlia del popolo che non pu&ograve; comprarsi n&eacute; affittarsi i libri&rdquo;</em>.</p>
<p>Sono testimonianze che restituiscono l&rsquo;importanza della biblioteca, gi&agrave; cresciuta nel 1931 a 10.360 lettori dai 6.500 che erano censiti nel 1875, e da 17mila a oltre 34mila volumi, nel diffondere e democratizzare l&rsquo;accesso al sapere.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/121265/small_148537.jpg" alt="La Biblioteca Civica di Cuneo" loading="lazy"></p>
<h2>Orari ampliati per l&rsquo;ultimo giorno della biblioteca</h2>
<p>In occasione dell&rsquo;ultimo giorno di apertura prima del trasloco, la biblioteca di via Cacciatori delle Alpi offre questo sabato 30 maggio un orario ampliato dalle 8,30 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 18.30.</p>
<p>Sar&agrave; ancora possibile prendere in prestito e rinnovare i libri con le solite modalit&agrave; (fino a 4 libri su ciascuna tessera, per 30 giorni). A partire dal mese di giugno per&ograve; i prestiti, i rinnovi e i servizi prestito interbibliotecario e document delivery saranno sospesi, perch&eacute; per riuscire a gestire al meglio la lavorazione e lo spostamento di tutte le collezioni &egrave; necessario che i libri rientrino prima possibile, per consentire la sistemazione delle collocazioni e il trasloco come da programma.</p>
<p>Saranno infatti necessari quattro mesi per traslocare tutti i materiali (circa 350.000 volumi, oltre a tutti i periodici): l&rsquo;apertura della nuova sede, Esseci, &egrave; prevista per fine settembre. Per la restituzione dei libri oltre la data di chiusura sar&agrave; comunque possibile utilizzare il box 24h che si trova di fronte all&rsquo;ingresso della biblioteca, in via Cacciatori delle Alpi. Sar&agrave; inoltre sempre attivo il prestito digitale di ebook, periodici, audiolibri e molto altro su <a href="https://sbc.medialibrary.it/" target="_blank" rel="nofollow">MLOL</a>, il cui portale &egrave; stato appena rinnovato e ottimizzato. Il <a href="https://www.cuneocultura.it/biblioteche/sistema-bibliotecario-cuneese/biblioteche/" target="_blank" rel="nofollow">Sistema Bibliotecario Cuneese</a> mette a disposizione altre 19 biblioteche civiche e 9 biblioteche specializzate, cui si aggiungono 16 <a href="https://www.cuneocultura.it/biblioteche/sistema-bibliotecario-cuneese/posti-di-prestito/" target="_blank" rel="nofollow">posti di prestito</a>.</p>
<p>L&rsquo;ultimo giorno di apertura &egrave; prevista l&rsquo;iniziativa Ritratto di lettore, con la quale si invitano i lettori a partecipare a una sessione di scatti fotografici d&rsquo;autore per restare per sempre parte della storia di questa biblioteca. Per maggiori informazioni&nbsp;<a href="https://www.cuneocultura.it/evento/ritratto-di-lettore-lultimo-scatto-prima-del-nuovo-capitolo/" target="_blank" rel="nofollow">clicca qui</a>.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/121265/small_148536.jpg" alt="La Biblioteca Civica di Cuneo" loading="lazy"></p>]]></description><pubDate>Sat, 30 May 2026 07:10:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Multe, fustigazioni, torture, impiccagioni: il destino di chi delinqueva nella Cuneo del Medioevo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/multe-fustigazioni-torture-impiccagioni-il-destino-di-chi-delinqueva-nella-cuneo-del-medioevo_119923.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/multe-fustigazioni-torture-impiccagioni-il-destino-di-chi-delinqueva-nella-cuneo-del-medioevo_119923.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/119923/146194.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Sa chi legge da cosa deriva il motto &ldquo;andar di culo&rdquo;?&nbsp;Deriva da una pena medievale inflitta a chi? Ai falliti.&nbsp;Gi&agrave;, il fallimento era assai mal visto al punto da essere punito, non essendo possibile farlo economicamente perch&eacute; i falliti non avevano pi&ugrave; soldi, mandando il fallito ad &ldquo;andar di culo&rdquo;.</p>
<p>Venivano legati mani e piedi, appesi a una corda, tirati su in alto e poi lasciati cadere, in modo che sbattessero a terra violentemente il sedere. Doveva essere terribile, e per di pi&ugrave; la gente che assisteva alla pena se la rideva a crepapelle. &Egrave; facile immaginare che qualcuno non si alzava pi&ugrave; o rimaneva per sempre invalido.&nbsp;Le pene poi diventavano ancor pi&ugrave; crudeli per i responsabili di furto e qui, come si vedr&agrave; a breve, valeva la bont&agrave; d&rsquo;animo del tempo. Con i responsabili di furto non si scherzava, ma in modo pressoch&eacute; uniforme in tutto il territorio cuneese le pene erano in ordine progressivo: la multa, la fustigazione (in Cuneo dalla porta Caranta alla porta del Borgo), il marchio in fronte col ferro rovente, il taglio di un orecchio, il taglio di una mano o di un piede. E qui vien fuori lo spirito umanitario del tempo, perch&eacute; al condannato era lasciata la scelta: o il piede o la mano.</p>
<p>Ai ladri colpevoli di furti pi&ugrave; gravi o recidivi era data la morte per impiccagione o annegamento. In Beinette si andava dalla multa (se il reo non pagava veniva fustigato) alla mutilazione di una mano o di un piede (sempre a scelta); se il furto era eseguito di notte, la multa era doppia e si procedeva sempre alla mutilazione; la condanna a morte era certa se il valore del furto era superiore a lire 100.&nbsp;Il ladro, se per tre volte recidivo, poteva anche essere sottoposto a tortura (Boves) al pari dei sospettati di lesa maest&agrave; o tradimento.&nbsp;Agli omicidi, tutto sommato, andava meglio perch&eacute; venivano semplicemente impiccati, decapitati o annegati. In taluni luoghi, per&ograve;, si faceva uso della &ldquo;gabbia&rdquo; in ferro in cui il reo veniva chiuso e appeso alle mura e qui lasciato morire di fame. Veniva poi lasciato per giorni e giorni fino a imputridire.&nbsp;In molti statuti &egrave; contenuta un&rsquo;ulteriore precisazione. Nel caso di condanna in contumacia, il latitante non aveva comunque scampo: chiunque l&rsquo;avesse incontrato poteva ucciderlo senza incorrere in alcuna pena.&nbsp;</p>
<p>L&rsquo;impiccagione era il tipo di esecuzione pi&ugrave; usato, perch&eacute; il condannato veniva appeso in luoghi pubblici e ben visibili e vi veniva lasciato per giorni, monito per tutti. Basti ricordare quanto accaduto a Arcembaldo d&rsquo;Abzat e ai suoi uomini. Arcembaldo era un guascone e comandante di una compagnia di ventura. Furono moltissime le compagnie di ventura chiamate dai nobili locali per difendere i loro interessi e spesso, dopo aver svolto l&rsquo;incarico, tali compagnie si fermavano causando gravi danni alle popolazioni. Arcembaldo si insedi&ograve; in Centallo, e di l&igrave; scorrazz&ograve; nel 1457-8 nelle nostre terre. Fu un vero flagello pari alla peste. La sua fine &egrave;, per&ograve;, assai significativa della mentalit&agrave; del tempo. Non solo, quando Ludovico di Savoia lo prese, lo fece decapitare. E fin qui sarebbe normale. Il fatto &egrave; che, non contento, lo fece squartare e tagliare in tanti pezzi quanti erano i borghi vittime delle sue violenze, e a ognuno ne invi&ograve; un pezzo perch&eacute; venisse opportunamente esposto. Infine, per soddisfare il desiderio di giustizia e vendetta delle popolazioni oppresse, pi&ugrave; di cento banditi furono inviati in ognuno di quei borghi e citt&agrave; e l&agrave; appesi per il collo, affinch&eacute; ne rimanesse indelebile memoria nei luoghi in cui il bandito e i suoi scherani avevano lasciato il triste ricordo di s&eacute;.&nbsp;</p>
<p>Quelli erano i tempi. &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</p>]]></description><pubDate>Mon, 11 May 2026 16:44:00 +0200</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[La “Bra che fu” presto sarà visibile online]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/bra-e-roero/la-bra-che-fu-presto-sara-visibile-online_119875.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/bra-e-roero/la-bra-che-fu-presto-sara-visibile-online_119875.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/119875/146116.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Grazie ad un contributo di oltre 50.000 euro concesso dalla Direzione Generale Creativit&agrave; Contemporanea del Ministero della Cultura, il progetto di digitalizzazione dell&rsquo;archivio fotografico &ldquo;Studio Bruno Risso&rdquo; verr&agrave; portato a compimento.</p>
<p>Si tratta di un archivio con circa 30 mila scatti (oltre a varia attrezzatura storica) prodotti durante i 50 anni d&rsquo;attivit&agrave; dal fotografo Bruno Risso, che aveva il suo studio in via Cavour, oltre che dai suoi predecessori Beppe Rainero, Giovanni Novara e Carlo Novara.</p>
<p>Nel dettaglio, l&rsquo;archivio conta circa 25.000 lastre fotografiche su vetro tutte raffiguranti delle persone, tanto da costituire un grande &ldquo;albero genealogico&rdquo; della citt&agrave; che permetterebbe anche alle nuove generazioni di recuperare i volti di lontani parenti. Le immagini sono accompagnate da minuziosi registri manoscritti che indicano con precisione quando e chi &egrave; stato ritratto. A questi si aggiungono circa 700 stampe ai sali d&rsquo;argento e circa 5 mila negativi su pellicola che rappresentano vari soggetti tra cui vedute di Bra e dintorni, fotografie di gruppo (feste di leva, gruppi di contadini), eventi, architetture, ritratti. Da un punto di vista cronologico, l&rsquo;archivio comprende fotografie risalenti tra i primi del Novecento e gli anni &rsquo;80.</p>
<p>L&rsquo;archivio fotografico &ldquo;Studio Bruno Risso&rdquo; &egrave; oggetto da 6 anni di un intervento di recupero, conservazione e digitalizzazione da parte del dott. Giancarlo Volpi, del fotografo Bruno Risso e del Comune di Bra. L&rsquo;archivio &egrave; stato ordinato e digitalizzato in parte. Inoltre, &egrave; stata allestita una sala dedicata a questo archivio presso la Casa dei braidesi ospitata all&rsquo;interno della Zizzola.</p>
<p>Tramite il finanziamento, concesso mediante il bando &ldquo;Strategia Fotografia 2025&rdquo;, si proceder&agrave; non solo alla digitalizzazione ma anche alla creazione di un apposito database on-line ospitato sul sito www.museidibra.it, che risulter&agrave; liberamente accessibile a tutti. Inoltre, si potenzier&agrave; l&rsquo;allestimento museale realizzato all&rsquo;interno della Zizzola mediante l&rsquo;esposizione temporanea di parte dell&rsquo;attrezzatura storica e delle stampe originali. In programma anche la realizzazione di un documentario che racconter&agrave; l&rsquo;archivio e come questo &egrave; stato recuperato.</p>
<p>L&rsquo;intero progetto terminer&agrave; entro il 2026.</p>
<p>Vuoi cercare un tuo ritratto o di un parente nell&rsquo;archivio fotografico tra il 1960 e il 1980?</p>
<p>Scrivi a info@giancarlovolpi.it.</p>]]></description><pubDate>Mon, 11 May 2026 09:26:00 +0200</pubDate><dc:creator>c.s.</dc:creator><author><name>c.s.</name></author></item><item><title><![CDATA[I volti dei soldati piozzesi protagonisti della commemorazione del 25 aprile (FOTO)]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/i-volti-dei-soldati-piozzesi-protagonisti-della-commemorazione-del-25-aprile-foto_119130.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/i-volti-dei-soldati-piozzesi-protagonisti-della-commemorazione-del-25-aprile-foto_119130.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/119130/144965.jpg" title="" alt="" /><br /><p>In occasione delle celebrazioni del 25 aprile, svoltesi a Piozzo nella giornata di luned&igrave; 27, l&rsquo;amministrazione comunale guidata dal sindaco Sergio Lasagna ha voluto sottolineare il valore di un&rsquo;iniziativa dedicata al ricordo dei soldati piozzesi che hanno preso parte alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p>Nel corso della commemorazione, i Volontari per l&rsquo;Arte hanno curato un allestimento presso il Monumento ai Caduti, installando le fotografie dei militari del paese. Le immagini sono state accompagnate da una poesia, contribuendo a rendere il momento di ricordo ancora pi&ugrave; partecipato e significativo per la comunit&agrave;.</p>
<p>L&rsquo;esposizione ha raccolto i volti sia dei soldati caduti durante i conflitti, sia di coloro che sono riusciti a fare ritorno alle proprie famiglie al termine della guerra.&nbsp;</p>
<p>Un insieme di istantanee che ha permesso di restituire identit&agrave; e riconoscibilit&agrave; ai nomi presenti sul monumento, ricostruendo idealmente le storie personali e collettive legate a quegli eventi.</p>
<p><em>&ldquo;Un grazie speciale ai Volontari per l&rsquo;Arte&rdquo;</em>, ha dichiarato l&rsquo;amministrazione comunale, <em>&ldquo;che in occasione della commemorazione hanno installato presso il Monumento ai Caduti le fotografie dei soldati di Piozzo della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, accompagnate da una poesia: sia di coloro che hanno perso la vita, sia di chi &egrave; riuscito a fare ritorno a casa. Un gesto prezioso, capace di restituire volti, emozioni e storie alla memoria collettiva della nostra comunit&agrave;&rdquo;</em>.</p>
<p>L&rsquo;iniziativa si &egrave; inserita all&rsquo;interno delle celebrazioni del 25 aprile come frangente di forte significato simbolico, contribuendo a rafforzare il valore della memoria storica e il legame tra la comunit&agrave; e le proprie radici.</p>]]></description><pubDate>Wed, 29 Apr 2026 08:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Alessandro Nidi</dc:creator><author><name>Alessandro Nidi</name></author></item><item><title><![CDATA[Cesar Palace, quando la notte aveva luce: memoria e silenzio di una leggenda di Magliano Alpi]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/cesar-palace-quando-la-notte-aveva-luce-memoria-e-silenzio-di-una-leggenda-di-magliano-alpi_118825.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/cesar-palace-quando-la-notte-aveva-luce-memoria-e-silenzio-di-una-leggenda-di-magliano-alpi_118825.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/118825/144360.jpg" title="" alt="" /><br /><p>C&rsquo;&egrave; un tipo di silenzio che non &egrave; mai davvero vuoto: &egrave; quello dei luoghi che hanno vissuto troppo intensamente per essere dimenticati. &Egrave; ci&ograve; che traspare oggi dal Cesar Palace, l&rsquo;ex discoteca di Magliano Alpi tornata al centro dell&rsquo;attenzione grazie a un post pubblicato dalla pagina Facebook &ldquo;I luoghi dell'abbandono&rdquo;, che da anni racconta spazi dismessi e architetture sospese nel tempo.</p>
<p>Le istantanee in rete mostrano ambienti vuoti, luci spente, piste da ballo ormai immobili e corridoi attraversati solo dalla polvere e dalla memoria. Eppure, proprio in quell&rsquo;abbandono, riaffiorano le tracce di ci&ograve; che &egrave; stato: una delle discoteche pi&ugrave; imponenti e iconiche del Nord Italia, capace di accogliere fino a 8mila persone su quattro livelli, punto nevralgico della vita notturna tra anni Settanta e Duemila.</p>
<p>Prima di diventare Cesar Palace, la struttura era conosciuta come &ldquo;Hyppodrome&rdquo;, inaugurata nel 1975 in un&rsquo;epoca in cui la discoteca era molto pi&ugrave; di un semplice luogo di intrattenimento: era un rito collettivo, un appuntamento generazionale. Per oltre trent&rsquo;anni, quel complesso ha rappresentato un riferimento per migliaia di giovani provenienti da tutto il territorio cuneese e oltre, fino alla chiusura definitiva nel 2007.</p>
<p>Tra quelle pareti sono passati nomi importanti della musica italiana, contribuendo a costruire la fama del locale come spazio capace di unire provincia e grande spettacolo. Ma il Cesar Palace non era solo palcoscenico: era soprattutto esperienza, costume, identit&agrave; di un&rsquo;epoca in cui il sabato sera aveva una ritualit&agrave; precisa e condivisa.</p>
<p>Oggi, guardando le fotografie online, il contrasto &egrave; netto. L&rsquo;eco delle serate affollate lascia spazio a sale vuote e strutture invecchiate, ma non spente nel ricordo. Il post ha rapidamente raccolto centinaia di reazioni e commenti, segno di quanto quel luogo sia ancora vivo nella memoria collettiva.</p>
<p>Nei commenti sotto il post, affiora una travolgente marea di ricordi personali: chi racconta di concerti storici, chi di serate a ingresso simbolico, chi delle domeniche affollate e leggere, tra luci stroboscopiche e musica che sembrava non finire mai.&nbsp;</p>
<p>Accanto alla nostalgia, emerge anche una domanda ricorrente: se e come un luogo cos&igrave; simbolico possa avere una seconda vita.</p>
<p>Il Cesar Palace di Magliano Alpi resta cos&igrave; sospeso tra ci&ograve; che &egrave; stato e ci&ograve; che potrebbe essere. Un gigante addormentato che oggi non accende pi&ugrave; luci, ma continua a illuminarle nella memoria di chi lo ha vissuto.</p>]]></description><pubDate>Fri, 24 Apr 2026 07:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Alessandro Nidi</dc:creator><author><name>Alessandro Nidi</name></author></item><item><title><![CDATA[Cuneo, il colera e l'impegno delle prostitute]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/cuneo-il-colera-e-l-impegno-delle-prostitute_118140.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/cuneo-il-colera-e-l-impegno-delle-prostitute_118140.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/118140/143218.jpg" title="L'attuale via Peveragno: all'incrocio con corso Giovanni XXIII sorgeva casa Serra, utilizzata come lazzaretto nel 1835" alt="L'attuale via Peveragno: all'incrocio con corso Giovanni XXIII sorgeva casa Serra, utilizzata come lazzaretto nel 1835" /><br /><p>M&rsquo;&egrave; capitato di rileggere recentemente un <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-cera-davvero-bordello-prostituzione-selvaggia-e-case-di-tolleranza-a-inizio-900_70866.html" target="_blank">articolo</a> apparso su Cuneodice a febbraio del 2023, che parlava della prostituzione (i bordelli) nella Cuneo dei primi del &lsquo;900. La lettura mi ha ricordato quanto ho scritto nel libro &ldquo;Piumla Basa&rdquo; a proposito del colera del 1835 in Cuneo e dell&rsquo;eccezionale comportamento delle prostitute del tempo. Ancora una volta emerge dal racconto la straordinaria curiosit&agrave; della nostra Cuneo, e, aggiungo, il senso di accoglienza che l&rsquo;ha sempre caratterizzata. Comincio dalla prima parte del racconto, la parte che potrebbe essere anche una delle tante barzellette cuneesi.</p>
<p>Prima, per&ograve;, mi sia consentito un breve accenno al colera, brutta malattia, che si ripet&eacute; per parecchi anni &nbsp;(ben sei volte fino al 1893) e colp&igrave; prevalentemente quelle che eran chiamate &ldquo;classi inferiori&rdquo; (circa il 97-98% della popolazione), a causa delle allucinanti condizioni igieniche in cui erano costrette a vivere nella Cuneo di quei tempi, come nella stragrande maggioranza delle citt&agrave; italiane.</p>
<p>Riporto dal mio libro citato: &ldquo;<em>Al giorno d&rsquo;oggi ci &egrave; quasi impossibile comprendere come la stragrande maggioranza delle persone (il popolo) vivesse a quei tempi e quanto &lsquo;schifose&rsquo; (il termine non &egrave; esagerato) dovessero essere le citt&agrave;. Un&rsquo;inchiesta parlamentare del 1885-1886 rivel&ograve; che in Italia su oltre 8 mila Comuni pi&ugrave; di 6 mila erano ancora privi di rete fognaria, che ben poche case (quelle dei ceti benestanti) disponevano di latrine e che molti Comuni non avevano l&rsquo;acqua potabile (l&rsquo;acqua arrivava in condotte a cielo aperto)</em>&rdquo;. &Egrave; facile immaginare quale fosse la situazione, ancor peggiore, cinquant&rsquo;anni prima. I poveri erano costretti a vivere in stanze malsane (ancora ai primi del '900 migliaia di poveracci in Cuneo vivevano in scantinati, e sempre nei primi anni del Novecento ancora correva nel centro dell&rsquo;attuale via Roma la &ldquo;bealera" di acqua sporca), costretti a vivere in dieci e pi&ugrave; persone in due stanze o in una sola stanza (che faceva da cucina, con camino e camera da letto, tutti insieme in una promiscuit&agrave; assoluta). Non c&rsquo;erano latrine; i pi&ugrave; fortunati vivevano negli ultimi piani di caseggiati con latrine comuni a decine di famiglie. Le strade erano piene di rifiuti di ogni genere: scarti di macellazione e della concia delle pelli, letame degli animali, rifiuti organici ed escrementi di animali e di esseri umani. Non c&rsquo;era l&rsquo;acqua nelle case e la si doveva andare a prendere nei pochi pozzi, spesso alimentati da condotte a cielo aperto in cui poteva cadere di tutto, e il popolo la beveva! Il fetore delle strade sarebbe al giorno d&rsquo;oggi insopportabile. La gente (si parla sempre dei ceti bassi) non aveva possibilit&agrave; di lavarsi. In pi&ugrave; l&rsquo;alimentazione delle &ldquo;classi inferiori&rdquo; era al limite della sopravvivenza.</p>
<p>Ed ecco la prima curiosit&agrave;, proprio cuneese: come combattere il malanno? Ci pensarono, a dire il vero senza alcun successo, il sindaco (il conte Alessandro Ferraris di Celle) e il Consiglio comunale su indicazione di uno spagnolo, &ldquo;don Javier di Pamplona&rdquo;. L&rsquo;uomo, che parlava un italiano accettabile, raccont&ograve; che la malattia era miracolosamente scomparsa da Pamplona grazie alle pecore. Ebbene s&igrave;. Le pecore. Una mandria di pecore merinos era entrata nella citt&agrave; nel pieno dell&rsquo;epidemia e, dopo quel passaggio, la terribile malattia era rapidamente scomparsa. Furono comprate quattrocentosettantuno pecore, che furono fatte girare pi&ugrave; volte per la citt&agrave; e per le frazioni: &ldquo;<em>Mossi a ci&ograve;</em> &ndash; cos&igrave; recita l&rsquo;ordinato della Ragioneria civica &ndash; <em>dalla notizia che il passaggio non previsto di una mandria di merinos presso le mura della citt&agrave; di Pamplona in Spagna, mentre essa era afflitta dalla stessa malattia, aveva prodotto il salutare effetto di questa far scomparire immediatamente</em>&rdquo;. Naturalmente la cura non ebbe l&rsquo;effetto sperato. I poveri, per&ograve;, l&rsquo;apprezzarono.&nbsp;</p>
<p>&ldquo;<em>Il germe morboso o elemento miasmatico o principio volatile o effluvjo colerico, seminio morbifero, fomite choleroso, come avevano preso a chiamarlo i medici a seconda della loro preparazione, continu&ograve; a mietere vittime. Il lazzaretto e l&rsquo;ospedale Santa Croce continuarono a riempirsi di malati, che prendevano il posto di quelli usciti in orizzontale, dopo aver lasciato i loro effluvi morbosi nell&rsquo;aria, sui materassi e sui pavimenti; sulle pareti persino, perch&eacute; c&rsquo;era chi vomitava spruzzando ovunque il fomite choleroso. Diarree tremende, incontenibili e poi lo &lsquo;stato algido&rsquo;, il male al cuore e la respirazione affannosa, mentre non si riusciva pi&ugrave; a urinare e riprendevano le diarree sempre pi&ugrave; acquose; la sete, infine, insaziabile e la morte in pochi giorni</em>&rdquo;. Questo era il colera.</p>
<p>Solo ancor un piccolo accenno alle prostitute. V&rsquo;erano gi&agrave; allora le case chiuse, ma molte lavoravano anche per strada. Ovviamente, salvo quando davano soddisfazione ai clienti, erano disprezzate e mal viste, spesso ritenute contagiose e accusate anche di essere untrici (come ai tempi della peste). Ebbene cosa accadde? &Egrave; la moglie di Roberto d&rsquo;Azeglio (fratello di Massimo) ad averci ricordato quanto accaduto in una lettera inviata al figlio Emanuele (lettere riportate nel libro &ldquo;Il giornale degli anni memorabili&rdquo; edito da Cino del Duca Editore nel 1960).&nbsp;</p>
<p>Segue il brano tratto dal libro Piumla Basa. &ldquo;&lsquo;<em>Conosco una&hellip;&rsquo;, disse una giovane suora al Vescovo (Amedeo Bruno di Samone, il primo vescovo di Cuneo), e il viso si fece rosso, si fece forza: &lsquo;Una della casa&rsquo;, respir&ograve; profondamente, &lsquo;di una casa chiusa&rsquo;. Amedeo sollev&ograve; sorpreso un sopracciglio. &lsquo;Continua&rsquo;, disse. &lsquo;&Egrave; venuta a curare il fratello in ospedale. Lui &egrave; morto, ma lei &egrave; voluta rimanere a curare gli altri&rsquo;. &lsquo;Bene&rsquo; disse in un sospiro Amedeo, &lsquo;cos&igrave; potr&agrave; fare ammenda dei suoi peccati. E con questo?&rsquo;. &lsquo;&Egrave; che non &egrave; la sola. Dice che altre&rsquo;. &lsquo;Donne da strapazzo&rsquo; sussurr&ograve; il vescovo. La giovane suora lo fiss&ograve; smarrita. Sospir&ograve;, riprese coraggio: &lsquo;Quella che ho conosciuto era pi&ugrave; brava degli infermieri e di noi suore&rdquo;. &lsquo;Far di prostitute delle infermiere. Questo sei venuta a propormi?&rsquo;, chiese, mostrando un pizzico di irritazione, il Vescovo. Solo un pizzico, per&ograve;. &lsquo;Chi meglio di loro &ndash; pens&ograve; il prelato &ndash; chi meglio di loro abituate a vederne di tutti i colori, a maneggiar uomini&rsquo;, al pensiero Amedeo alz&ograve; gli occhi al cielo, &lsquo;pu&ograve; sopportare tanto orrore?&rsquo;. &lsquo;Sono brave&rsquo;, Amedeo ud&igrave; la voce della giovane. &lsquo;E cos&igrave;&rsquo;, disse, &lsquo;si guadagneranno anche il Paradiso</em>&rsquo;&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>E cos&igrave; fu. Amedeo Bruno incaric&ograve; un prete, che sapeva frequentatore delle case chiuse, di prendere contatto con le tenutarie e di far loro la proposta, che poteva sembrar folle, ma folle non era. &nbsp;&ldquo;<em>Cui &lsquo;d Cuni</em>&rdquo;, disse qualche tempo dopo una dama in tono ironico e sprezzante in casa d&rsquo;Azeglio. Costanza, moglie di Roberto d&rsquo;Azeglio la fiss&ograve; con disprezzo. &ldquo;<em>Mi riferisco alle pecore</em>&rdquo;, aggiunse la dama chinando il capo per farsi perdonare. Anche Costanza aveva riso delle pecore, ma aveva apprezzato la scelta del Vescovo e, al contrario della sua ospite, ammirava le poverette. &ldquo;<em>Le prostitute</em>&rdquo;, rispose, &ldquo;<em>si sono dimostrate le infermiere pi&ugrave; attente e pi&ugrave; devote. Non &egrave; mai stato possibile rimproverarle e, evidentemente, per la salute delle loro anime il buon Dio ricava profitto anche dal colera</em>&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Quando la terribile epidemia cess&ograve;, in ringraziamento per l&rsquo;opera che avevano svolto durante l&rsquo;epidemia di colera, re Carlo Alberto concesse al vescovo e al sindaco di Cuneo l&rsquo;onorificenza di Commendatore dell&rsquo;Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro. Nessuna onorificenza fu riconosciuta alle prostitute.</p>]]></description><pubDate>Tue, 14 Apr 2026 09:38:00 +0200</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo c'era la zecca del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-c-era-la-zecca-del-regno-di-sicilia-e-del-regno-di-napoli_117059.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-c-era-la-zecca-del-regno-di-sicilia-e-del-regno-di-napoli_117059.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/117059/141729.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Quanti sanno che Cuneo &egrave; stata per qualche tempo la zecca del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli? &Egrave; accaduto poco pi&ugrave; di settecento anni orsono, durante il periodo della dominazione angioina su buona parte dell&rsquo;Italia e, in particolare, sul basso Piemonte di cui Cuneo fu capitale (<em>Conium caput est Pedemontis</em>). Par giusto riportare quanto ha scritto il Gabotto sull&rsquo;importanza dell&rsquo;arrivo degli Angi&ograve; nel basso Piemonte e in Cuneo in particolare: <em>&ldquo;Impura nelle origini, la signoria angioina, estesasi rapidamente a tutto il Piemonte a danno di Asti, ebbe per&ograve; per la nostra citt&agrave; (Cuneo) benefici effetti&rdquo;</em>. Con un pacifico e notevole sviluppo dei commerci, aprendo Cuneo ai solidi rapporti con la Provenza francese che sono durati nei secoli e che molto hanno legato e legano Cuneo alla vicina Francia.</p>
<p>Fra l&rsquo;altro il nome &ldquo;Piemonte&rdquo; nasce proprio con gli Angioini, Pedemontis appunto. Cuneo era nata ufficialmente da poco pi&ugrave; di una cinquantina di anni (gi&agrave; esisteva come villaggio prima del 1198, anno a cui risale il primo documento ufficiale attestante la sua esistenza e la sua sottomissione alla citt&agrave; di Asti) quando Carlo I di Angi&ograve;, dopo aver partecipato alla settima crociata (1248-1254) conquist&ograve; il basso Piemonte e fece di Cuneo la sua capitale. Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX (poi santo), si fece grande onore nella crociata e anche con l&rsquo;aiuto del Papa tent&ograve; la conquista dell&rsquo;Italia contro l&rsquo;imperatore germanico (le famose lotte fra Guelfi e Ghibellini) e vi riusc&igrave; in buona parte. Conquist&ograve; la maggior parte delle citt&agrave; di Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Toscana, e divenne poi re di Sicilia, re di Napoli, principe di Taranto, re d&rsquo;Albania, principe d&rsquo;Acaja e re titolare di Gerusalemme (non pago estese il suo dominio anche alla Lorena e a regioni lontane come la Polonia e l&rsquo;Ungheria). Molto per la venuta di Carlo I in Piemonte si deve anche all&rsquo;abate di Borgo San Dalmazzo.&nbsp;</p>
<p>L&rsquo;abbazia allora aveva gi&agrave; grande influenza sulle valli che si dipartono da Borgo San Dalmazzo e il suo abate Anselmo partecip&ograve; in qualit&agrave; di segretario del papa Innocenzo IV al concilio di Lione, con cui fu promossa la crociata. Innocenzo IV premi&ograve; l&rsquo;abate con la bolla Religiosam Vitam del 1246, una sorta di <em>magna charta</em> con la quale l&rsquo;abbazia ebbe la definitiva sovranit&agrave; su tutte le valli. Come &ldquo;signore feudale&rdquo; l&rsquo;abate si impegn&ograve; a mandare uomini delle valli e della citt&agrave; del pizzo, Conium, alla crociata sotto le insegne di Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;. Favor&igrave; cos&igrave; anche l&rsquo;alleanza di Carlo I con Cuneo e il suo ingresso in Piemonte. Alla crociata presero parte, infatti, molti cuneesi e abitanti delle valli. &Egrave; certo che vi parteciparono i fratelli Alardo e Giovanni di Valdieri e i Lovera loro parenti, tant&rsquo;&egrave; che Ugone dei Lovera, che gi&agrave; risiedeva in Cuneo, dopo quella spedizione ottenne l&rsquo;autorizzazione di aggiungere allo stemma di famiglia, accanto al lupo antico (da cui deriva il nome, Lupus-Lupera-Lovera), la Croce di Gerusalemme. Sempre su proposta e per volont&agrave; di Ugone, in Cuneo fu edificata una chiesa intitolata a San Giovanni Gerosolimitano con annessa precettoria dei cavalieri del Tempio e un ospedale di carit&agrave;, cui si aggiunse poi la confraternita di Santa Croce.</p>
<p>Con Carlo I inizi&ograve; dunque la dominazione degli Angi&ograve; su Cuneo, dominazione che dur&ograve; con alterne vicende (guerre e temporanei domini dei marchesi di Saluzzo, dei Visconti di Milano e dei Savoia) per un centinaio di anni. Quella di Carlo I fu infatti una dominazione disorganica con molte sollevazioni soprattutto nell&rsquo;Italia settentrionale, ma anche in Italia meridionale (fra cui quella famosa dei Vespri Siciliani). Ne segu&igrave; la guerra contro Genova che port&ograve; alla formazione di una potente coalizione, comprendente buona parte delle citt&agrave; settentrionali gi&agrave; sottomesse e di importanti casate nobiliari (i marchesi di Saluzzo, i Visconti di Milano, i Savoia, addirittura invi&ograve; proprie truppe a sostegno della coalizione anche Alfonso di Castiglia dalla Spagna). Cuneo soltanto rimase fedele all&rsquo;Angi&ograve; e ne usc&igrave; sconfitta (nel novembre del 1275 le truppe angioine subirono l&rsquo;ultima sconfitta a Roccavione). Seguirono anni difficili: molte famiglie di fede guelfa e angioina dovettero fuggire da Cuneo, le loro case furono distrutte e con i resti delle stesse furono rinforzate le fortificazioni.</p>
<p>Gli Angi&ograve;, tuttavia, rimasti signori di buona parte degli altri territori italiani fra cui il regno di Napoli e il regno di Sicilia (cui formalmente apparteneva ancora il ducato piemontese, di cui Cuneo era la capitale), non tardarono a ritornare. Nel 1305 si riaffacciarono&nbsp;in Piemonte con Carlo II, detto lo Zoppo, con un esercito di trecento cavalieri e di mille fanti, guidati da Raimondo Gambatesa e dal cuneese Giacomo Arduino (procuratore, avvocato regio e vice reggente del siniscalco). E questa volta tornarono a vincere.&nbsp;</p>
<p>Ne segu&igrave; il periodo di maggior splendore di Cuneo, quale <em>Caput Pedemontis</em>, e qui entra in gioco la zecca. A Cuneo fu infatti fabbricato per anni il &ldquo;Grosso Tornese&rdquo;, moneta medievale d'argento, equivalente a 12 denari, che riprodotta in varie localit&agrave; europee ebbe una vasta circolazione in molte nazioni dell'Europa.&nbsp;</p>
<p>Afferma G. Fea che dieci degli undici grossi tornesi della zecca di Cuneo, sino ad oggi pubblicati, debbano essere attribuiti a Carlo I. In verit&agrave; un documento attesterebbe l'attivit&agrave; della zecca cuneese anche pochi mesi dopo l'inizio della signoria angioina con Carlo I. Tuttavia l'unico testo di appalto della zecca di Cuneo giunto sino a oggi &egrave; quello a nome di Carlo II del 31 marzo 1307, che prevedeva l'emissione in Cuneo dei grossi tornesi.&nbsp;</p>
<p>Poco importa quale sia la data esatta. Certo &egrave; che Cuneo fu la zecca degli angioini in Piemonte e Italia e che fu tra le citt&agrave; pi&ugrave; importanti del regno angioino. Non &egrave; un caso che lo stemma di Cuneo porti le tre bande orizzontali rosse su campo bianco proprie delle insegne degli Angi&ograve;, dato che in un sigillo del Comune di Cuneo del 1379, custodito presso l'archivio storico di Torino, spiccano le insegne degli Angi&ograve; (con le tre bande orizzontali rosse su campo bianco) con la legenda: <em>"Notum sit contis: Conium caput est Pedemontis"</em>.</p>
<p>Ulteriore dimostrazione dell&rsquo;importanza di Cuneo &egrave; il fatto che quando nel 1309 Roberto I detto il Saggio (cui Carlo II, quando nel 1309 mor&igrave;, lasci&ograve; il regno di Napoli, cui era assoggettata anche la contea del Piemonte) non volle tutti i nobili del suo Regno a giurargli fedelt&agrave; in Napoli, ma pretese che tutti si ritrovassero per tale scopo in Cuneo. In Cuneo, dunque, e non a Napoli.</p>
<p>Seguirono una trentina d&rsquo;anni di relativa pace, fin quando, morto Roberto (nel 1343), essendogli prematuramente scomparso il figlio Carlo, assunse il potere la regina Giovanna (nota in provincia di Cuneo come Reino Jano). Con lei inizi&ograve; la decadenza degli Angioini e nel 1366 Cuneo, Cherasco e Mondov&igrave; dovettero rimettersi a Amedeo VI detto il Conte Verde, che, avendo vinto grazie all&rsquo;alleanza con i Visconti di Milano, a sua volta decret&ograve; la signoria sulle nominate citt&agrave; di Galeazzo II Visconti.</p>
<p>Si arriva infine al 19 febbraio 1382 quando Luigi d&rsquo;Angi&ograve; - adottato come erede da Giovanna - rimise definitivamente a favore di Amedeo VI Conte Verde di Savoia ogni diritto su Cuneo, oltre che su Asti, Alba, Tortona, Mondov&igrave; e Cherasco: in buona sostanza su quel che restava della contea del Piemonte. Inizi&ograve; il lungo dominio dei Savoia protrattosi fino all&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;Italia, trasformando Cuneo da borgo commerciale in strategica citt&agrave;-fortezza proprio contro i francesi. Cos&igrave; Cuneo fin&igrave; di produrre i grossi tornesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>FONTI</strong></p>
<p><em>Ferdinando Gabotto &ldquo;Storia di Cuneo &ndash; dalle origini ai giorni nostri&rdquo;.</em></p>
<p><em>Da Biblioteca Diocesana &ndash; Cuneo: Ospedale di San Giovanni Gerosolimitano (Precettoria dei Cavalieri del Tempio dal 1217 al 1437, quando fu unito all&rsquo;ospedale della Confraternita di Santa Croce). La tradizione collega la fondazione della Precettoria dei Cavalieri del Tempio a Cuneo dal 1217 o dal 1250 all&rsquo;iniziativa della famiglia dei Lovera di Valdieri, di cui due cavalieri parteciparono alla &nbsp;crociata guidata da san Luigi di Francia.&nbsp;</em></p>
<p><em>La zecca angioina di Cuneo in "Gli Angi&ograve; nell'Italia nord-occidentale" a cura di R. Comba, 2006, pagg. 363-376</em></p>
<p><em>R. Lopez, &ldquo;La prima crisi della banca di Genova - &nbsp;1250-1259&rdquo;, Milano 1956, doc. 108</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 25 Mar 2026 16:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Clavesana tra i siti storici Grimaldi: dalle alleanze medievali alla rete culturale]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/clavesana-tra-i-siti-storici-grimaldi-dalle-alleanze-medievali-alla-rete-culturale_116862.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/clavesana-tra-i-siti-storici-grimaldi-dalle-alleanze-medievali-alla-rete-culturale_116862.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116862/141446.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La storia, spesso, costruisce ponti invisibili tra territori lontani nel tempo e nello spazio. &Egrave; proprio uno di questi legami, nato da eredit&agrave; feudali e alleanze matrimoniali, a riportare oggi Clavesana al centro di un progetto culturale contemporaneo. Il Comune piemontese entra ufficialmente nell&rsquo;Associazione italiana dei Siti Storici Grimaldi di Monaco, contribuendo al raggiungimento di un traguardo significativo: 50 Comuni aderenti in tutta Italia.</p>
<p>L&rsquo;ingresso non &egrave; casuale, n&eacute; simbolico. Il sodalizio, infatti, accoglie esclusivamente territori che possano dimostrare un rapporto storico diretto con la famiglia Grimaldi.&nbsp;</p>
<p>Una scelta precisa, che tutela il valore della rete e ne rafforza l&rsquo;identit&agrave;, fondata su connessioni documentate e su una memoria condivisa che continua a vivere attraverso progetti di valorizzazione culturale e turistica.</p>
<p>Per comprendere il legame tra Clavesana e i Grimaldi, occorre tornare indietro di secoli, in un contesto segnato da dinastie e passaggi di potere. Il territorio, inizialmente inserito nella Marca Arduinica torinese, cambi&ograve; assetto dopo la morte di Adelaide di Torino nel 1091, entrando nei domini del nipote Umberto II di Savoia e, successivamente, sotto il controllo del Marchese di Savona Bonifacio del Vasto.</p>
<p>Fu per&ograve; con i suoi discendenti che Clavesana assunse un ruolo centrale. Dopo la morte senza eredi del figlio Ugo, i possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di Anselmo. Da lui ebbe origine la dinastia dei Marchesi di Clavesana, protagonisti per oltre due secoli di un dominio esteso tra Piemonte e Liguria.</p>
<p>Il loro feudo comprendeva numerosi centri, tra cui Farigliano, Dogliani e Saliceto, e si spingeva fino alla Marca di Albenga, un&rsquo;area strategica che collegava l&rsquo;entroterra alle coste liguri, da Finale Ligure a Bussana. Un territorio vasto e articolato, testimone dell&rsquo;importanza politica e geografica della casata.</p>
<p>Un momento decisivo nella frammentazione di questi domini &egrave; documentato nell&rsquo;atto del 21 ottobre 1268, redatto presso il Monastero di Santo Stefano di Millesimo. In quell&rsquo;occasione, una quota di Clavesana, appartenuta al Marchese Giacomo Del Carretto, fu assegnata al figlio Antonio, dando origine al ramo dei Del Carretto di Finale Ligure.</p>
<p>&Egrave; proprio attraverso la famiglia Del Carretto che si consolida il legame con i Grimaldi di Monaco. Ilaria del Carretto, figlia del marchese Giacomo e titolare di una parte del territorio di Clavesana, spos&ograve; Rainieri II Grimaldi (1350-1407), figura di primo piano nella storia della dinastia monegasca.</p>
<p>Da questa unione nacque una linea familiare che rafforz&ograve; nel tempo i rapporti tra le due casate. Il loro nipote Catalano, morto nel 1457, spos&ograve; Bianca del Carretto, confermando una continuit&agrave; di alleanze che attraversa generazioni e territori. Un intreccio dinastico che rappresenta oggi il fondamento storico dell&rsquo;adesione di Clavesana all&rsquo;associazione.</p>
<p>L&rsquo;ingresso del Comune piemontese segna dunque un duplice risultato: da un lato il riconoscimento di un passato condiviso, dall&rsquo;altro l&rsquo;apertura a nuove opportunit&agrave; di valorizzazione. Con Clavesana, l&rsquo;Associazione Italiana dei Siti Storici Grimaldi di Monaco raggiunge quota 50 Comuni, rafforzando una rete sempre pi&ugrave; ampia e coesa.</p>
<p>Attraverso iniziative comuni, eventi, percorsi tematici e collaborazioni istituzionali, i territori aderenti trasformano la storia in uno strumento attivo di promozione culturale. In questo quadro, Clavesana si inserisce come un tassello significativo, capace di raccontare una vicenda complessa fatta di eredit&agrave;, relazioni e identit&agrave; condivise.</p>
<p>Un passato che non resta confinato nei documenti, ma che continua a generare valore, costruendo nuove connessioni tra comunit&agrave; unite da una storia comune.</p>]]></description><pubDate>Mon, 23 Mar 2026 07:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandro Nidi</dc:creator><author><name>Alessandro Nidi</name></author></item><item><title><![CDATA[Quando a Cuneo era vietato lavorare nei giorni festivi. Storie e curiosità sulla legge nel Medioevo]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/quando-a-cuneo-era-vietato-lavorare-nei-giorni-festivi-storie-e-curiosita-sulla-legge-nel-medioevo_116275.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116275/140647.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Alcune curiosit&agrave; sulle norme penali durante il Medioevo nelle nostre terre.&nbsp;In questo campo davvero si nota l&rsquo;impressionante differenza fra le epoche passate e l&rsquo;attuale. Se alcune pene possono apparire addirittura ridicole, altre fanno rabbrividire.&nbsp;Rispetto a oggi due sono le differenze sostanziali: allora erano pubbliche e soprattutto fisiche (con menomazioni corporali) e, in secondo luogo, erano pesantemente puniti i reati contro la morale (cristiana, logicamente).&nbsp;Uno per tutti: la bestemmia.&nbsp;Era il primo reato contro la religione.&nbsp;Come veniva punita? Un po&rsquo; ovunque con la &ldquo;lavata di capo&rdquo;. In questo caso la pena non comportava lesioni fisiche, ma &ldquo;solo&rdquo; l&rsquo;esposizione al pubblico ludibrio.&nbsp;Il colpevole veniva condannato a pagare una multa salata e, se non vi provvedeva, veniva portato in un luogo pubblico (in genere al pozzo centrale del borgo, a Demonte e a Cuneo al luogo chiamato il &ldquo;pellerino&rdquo;): di fronte al popolo tutto radunato per l&rsquo;occasione, il bestemmiatore veniva fatto distendere per terra e gli venivano versate tre o pi&ugrave; secchiate d&rsquo;acqua sul capo (tre a Boves, quattro a Cuneo, tre a Demonte). Per di pi&ugrave; a Demonte il colpevole, prima della lavata di capo, doveva rimanere per un giorno intero legato al pellerino ed esposto al pubblico ludibrio. Una bella umiliazione e non solo, perch&eacute; quando il poveretto era legato e impossibilitato a difendersi, chi passava poteva non limitarsi a deriderlo.</p>
<p>Un altro reato oggi scomparso &egrave; il &ldquo;lavoro in giorno festivo&rdquo;.&nbsp;Anche questo era un reato ed era punito con una multa, in quanto spregio al giorno dedicato al Signore. V&rsquo;era tuttavia la possibilit&agrave; di farla franca. Quando? Facile immaginarlo. Quando si lavorava per il bene diretto o indiretto della Chiesa: ad esempio lo statuto di Beinette prevedeva l&rsquo;esenzione dalla pena se il lavoro era fatto per la Confratria (le confraternite erano enti religiosi), o per l&rsquo;ospedale (anche qui, in quanto opera di carit&agrave;, in mano al Clero) o per la Chiesa o per una persona povera.&nbsp;</p>
<p>E il buon costume?&nbsp;In questo termine erano compresi tutti i comportamenti lesivi del credo religioso e della morale assai severa del tempo, ma ci&ograve; che pi&ugrave; colpisce &egrave; la differenza enorme di trattamento fra uomo e donna nei delitti di adulterio e violenza sessuale. Sembra roba d&rsquo;altri tempi, ma &egrave; giusto ricordare che la violenza sessuale &egrave; divenuta in Italia reato contro la persona soltanto nel 1996. Le pene poi, solitamente, riguardavano soltanto gli uomini e non le donne, alle quali era riservato un trattamento ben peggiore.&nbsp;L&rsquo;adulterio dell&rsquo;uomo era punito con la multa e, nel caso il reo non potesse pagarla, con la pubblica fustigazione. Ad esempio, in Beinette l&rsquo;adultero si prendeva una bella multa, il cui importo variava a seconda del consenso o meno della donna. Chi non poteva pagare la multa era sottoposto alla fustigazione.&nbsp;A Boves ci si limitava alla fustigazione da una porta all&rsquo;altra del paese e per due volte.&nbsp;</p>
<p>&Egrave; appena il caso di ricordare che destinatario delle norme in esame era l&rsquo;uomo e non la donna, perch&eacute; a quest&rsquo;ultima era riservato ben di peggio. Scopo della donna era dare figli certi al marito e nel comune sentire la donna che violava tale obbligo, violava una legge sacra e si metteva fuori dalla societ&agrave;. L&rsquo;adultera poteva nel generale consenso essere picchiata anche fino alla morte dal marito tradito, in molti luoghi era condannata a morte; ben che andasse veniva ripudiata e diventava la svergognata del paese, una puttana e niente pi&ugrave;, e come tale trattata da tutti. &nbsp;</p>
<p>A comprova dello stato di totale inferiorit&agrave; della donna &egrave; anche quanto veniva disposto in tema di violenza carnale cum virgine (e anche qui siamo arrivati quasi ai giorni nostri). Sempre in Boves la pena consisteva nel taglio di una mano o di un piede (molte donne e non solo, al giorno d&rsquo;oggi, riterrebbero giusto ripristinare qualcosa di simile a quell&rsquo;uso, anche se adattato ai tempi, come ad esempio: la castrazione chimica), ma il reo poteva evitare la pena sposando entro dieci giorni la vittima. &Egrave; il cosiddetto &ldquo;matrimonio riparatore&rdquo; in uso pressoch&eacute; ovunque e rimasto nella nostra Italia fino al 1981 quando con la legge n. 442 fu finalmente abrogato l&rsquo;art. 544 del Codice Penale che prevedeva l&rsquo;estinzione del reato per lo stupratore e i suoi complici se la violentata (se minorenne, per lei i suoi genitori) accettava di sposarlo. Del resto la donna aveva ben poche alternative, perch&eacute; ben difficilmente avrebbe potuto sposarsi ed era per tutti una &ldquo;svergognata&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Senza approfondire molti altri casi di reati assai pi&ugrave; gravi e pene, par giusto chiudere con una curiosit&agrave;. Era il reato per &ldquo;i cattivi scherzi alle spose&rdquo;. S&igrave;, i cattivi scherzi alle spose vietati dallo statuto di Cuneo. Evidentemente in citt&agrave; era invalso l&rsquo;uso curioso di far scherzi alle spose, degenerato poi in scherzi decisamente pesanti al punto di prevederne la punibilit&agrave;, come l&rsquo;accogliere la sposa con corni, sonagli e bacini o con ingiurie, o addirittura, si badi perch&eacute; la cosa &egrave; davvero curiosa, portar via porte e finestre della camera nuziale o far trovare un terzo vestito (da uomo ovviamente) nel letto nuziale.</p>
<p>Cos&igrave; andava il mondo.</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Ad Aigues Mortes una targa per ricordare il massacro in cui furono uccisi anche due cuneesi]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ad-aigues-mortes-una-targa-per-ricordare-il-massacro-in-cui-furono-uccisi-anche-due-cuneesi_116254.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/116254/140624.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Ieri, mercoled&igrave; 13 marzo 2026, ad Aigues Mortes &egrave; stata inaugurata una targa in memoria della <a href="https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/sangue-nelle-saline-il-massacro-degli-immigrati-italiani-ad-aigues-mortes_77333.html" target="_blank">strage xenofoba</a> che tra il 16 e il 17 agosto 1893 provoc&ograve; la morte di dieci lavoratori italiani, due dei quali, Giovanni Bonetto, trentunenne di Frassino, e Giuseppe Merlo, 29 anni, centallese, erano originari della provincia di Cuneo.</p>
<p>La posa della targa &egrave; frutto dell&rsquo;impegno di Enzo Barnab&agrave;, lo storico che da anni si occupa del tragico episodio in cui un gruppo di lavoratori italiani impiegati nelle saline della cittadina francese venne massacrato dalla folla inferocita con l&rsquo;accusa di sottrarre lavoro alla manodopera locale.</p>
<p>Nel corso della cerimonia, cui ha partecipato il sindaco di Aigues Mortes, Pierre Maum&eacute;jean, &egrave; stato auspicato che le vittime dell&rsquo;eccidio possano essere ricordate anche nei rispettivi paesi di origine con la dovuta evidenza.</p>
<p>&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[I quattro argomenti: quando il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-quattro-argomenti-quando-il-borgo-di-demonte-divenne-ufficialmente-comune_115843.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/i-quattro-argomenti-quando-il-borgo-di-demonte-divenne-ufficialmente-comune_115843.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115843/139976.jpg" title="Un'immagine storica di Demonte" alt="Un'immagine storica di Demonte" /><br /><p>Cos&rsquo;erano nel Medioevo i quattro argomenti? Rappresentavano il potere del signore sui luoghi da lui dominati. Erano l&rsquo;aria, l&rsquo;acqua, il fuoco e la terra. Quindi le fonti di vita: i terreni, anzitutto, gli animali di terra, di acqua e di aria, il legname per costruire case, riscaldarsi, cuocere i cibi, e l&rsquo;acqua, in particolare i corsi d&rsquo;acqua, sui quali nel Medioevo erano costruiti i mulini, la pi&ugrave; importante fonte di energia dell&rsquo;epoca. Interessanti per capire come funzionava tale potere dei signori sono gli atti a cui si fa risalire la data della nascita del Comune di Demonte, cio&egrave; gli atti con cui il Marchese di Saluzzo riconosce al borgo taluni diritti sulle fonti della vita e quindi gli concede una certa autonomia e il ruolo di citt&agrave;. &nbsp;</p>
<p>Il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune con atto verbale del 1214-1215 del Marchese, che poi lo conferm&ograve; con atto scritto nel 1231. In tale atto fu regolamentato l&rsquo;uso dei quattro argomenti che non erano del borgo, ma del signore (il marchese appunto). Non va dimenticato che nel Medioevo vigeva la tripartizione funzionale della societ&agrave;, vale a dire che il mondo era diviso in oratores (religiosi), bellatores (coloro che combattono assicurando la difesa delle terre, cio&egrave; nobili e cavalieri, proprietari di ogni bene) e laboratores (tutti gli altri, in particolare i contadini legati alla terra che non potevano lasciare e dovevano coltivare, costretti in condizioni di servit&ugrave; verso gli oratores e i bellatores). La propriet&agrave; delle terre e dei quattro elementi era come gi&agrave; detto dei signori (&ldquo;bellatores&rdquo;, nobili di vario grado, e &ldquo;oratores&rdquo;, religiosi di alto lignaggio). Con la crescita dei liberi Comuni la condizione di semi schiavit&ugrave; dei &ldquo;laboratores&rdquo; and&ograve; poco a poco migliorando e nacquero nuovi uomini liberi (vigeva il detto: &ldquo;L&rsquo;aria della citt&agrave; rende liberi&rdquo;) e ci&ograve; costrinse poco per volta i nobili (i bellatores) a riconoscere via via pi&ugrave; diritti ai borghi ed ai loro abitanti.</p>
<p>Ecco dunque l&rsquo;importanza dell&rsquo;atto sopra ricordato (e di altri successivi), poich&eacute; Demonte era il borgo pi&ugrave; importante della valle Stura e costituiva una via di mezzo fra le comunit&agrave; pi&ugrave; piccole e meno libere e i Comuni pi&ugrave; importanti, e quindi pi&ugrave; forti e indipendenti, come quello di Cuneo. Era quindi la comunit&agrave; principale della valle Stura e come tale il marchese volle (o dovette) riconoscerla, ed ecco il contenuto di tali atti, utilissimi per comprendere la mentalit&agrave; del tempo.</p>
<p>Rivediamo quali erano i quattro argomenti cos&igrave; come li descrive don Alfonso Maria Riberi: &ldquo;<em>Aria (diritto di caccia), acqua (diritto di molini e battitoi), fuoco (i forni), terra (diritto di fodro e albergaria)</em>&rdquo;. Ebbene, nell&rsquo;atto del 1231 il marchese di Saluzzo conservava la signoria sui quattro argomenti, ma in modo solo simbolico, in quanto riconosceva ai demontesi il diritto di caccia &ldquo;<em>dell&rsquo;astore e dell&rsquo;orso</em>&rdquo;, ma si doveva dare a lui (al marchese) &ldquo;<em>un astore per ogni nidiata e il terzo di ogni orso ucciso</em>&rdquo;. Pretendeva, inoltre, un barile di miele e un moggio di cera all&rsquo;anno. Quanto all&rsquo;acqua e al fuoco, il marchese concedeva ai demontesi la libert&agrave; di impiantare mulini, battitoi e forni purch&eacute; in terreno privato.</p>
<p>Curioso, vero? Nidiate di astori (il rapace simbolo di potenza e controllo), orsi (a quell&rsquo;epoca erano probabilmente ancora tanti in valle Stura) e miele e moggi di cera, mulini, battitoi, forni. Il marchese rinunciava, infine, a ogni tipo di prestazione personale, ai servizi d&rsquo;arme e alle roide (che erano giornate lavorative organizzate almeno due volte all&rsquo;anno, in primavera e in autunno, in cui ognuno doveva prestare gratuitamente la propria opera manuale per la sistemazione delle strade e dei fossi). Rinunciava inoltre a ogni altra fornitura, se non resa volontariamente.</p>
<p>Restavano il &ldquo;fodro&rdquo; (una tassa di cui si parler&agrave; in altra occasione) e il diritto di &ldquo;albergaria&rdquo;, il diritto cio&egrave; del marchese di essere ospitato, lui e il suo seguito di familiari e di armati, a spese degli ospitanti tutte le volte che saliva in valle e si fermava in un borgo. Nell&rsquo;atto in questione tale diritto era, per&ograve;, ridimensionato e fissato in due sole albergarie all&rsquo;anno.</p>
<p>Poi c&rsquo;erano le guerre, e il marchese ne faceva spesso. In tal caso il Comune gli doveva trenta &ldquo;somate&rdquo; (trenta carichi di muli, cavalli o altre bestie da soma) di cibarie. In compenso, sempre in caso di guerra, il marchese rinunciava a ogni altra pretesa fatta valere in passato: null&rsquo;altro poteva essere chiesto ai signori e agli abitanti di Demonte e degli altri paesi, che non erano pi&ugrave; tenuti quindi a forniture e prestazioni d&rsquo;ogni genere a vantaggio del marchese; gli uomini della valle potevano, inoltre, continuare relazioni di pace e di amicizia anche con i nemici del marchese ed erano unicamente tenuti ad aiutare gli uomini del borgo di San Dalmazzo, ma soltanto nel territorio compreso fra il Gesso e lo Stura (tale concessione &egrave; assai significativa sia della reale autonomia degli abitanti, sia della crescente importanza dei commerci e della nascente borghesia).&nbsp;</p>
<p>Tutti questi &ldquo;benefici&rdquo; e riconoscimenti di libert&agrave; in favore degli abitanti del borgo erano gi&agrave; un grande passo avanti rispetto al passato e un riconoscimento della autonomia dei borghi stessi. Tuttavia non venivano certo dati gratuitamente, perch&eacute; il nobile continuava ad incassare il fodro, la tassa annuale, e altre tasse che, anche se con altri nomi, non erano a quei tempi tanto diverse da quelle attuali, come Imu, Iva, tasse di successione e sulla vendita degli immobili, e altre ancora, ma di queste si parler&agrave; in altra occasione.</p>
<p><br><strong>FONTI</strong><br><em>Documenti contenuti nell&rsquo;Archivio Storico del Comune di Demonte&nbsp;</em><br><em>&ldquo;RAM Repertorio di Antiche Memorie&rdquo; di Don. Alfonso Maria Riberi, Primalpe</em></p>]]></description><pubDate>Wed, 04 Mar 2026 16:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Rosso</dc:creator><author><name>Mario Rosso</name></author></item><item><title><![CDATA[Una Pompei tra le campagne di Costigliole: ecco i segreti della villa romana]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/una-pompei-tra-le-campagne-di-costigliole-ecco-i-segreti-della-villa-romana_115636.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/139682.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La chiamano la &ldquo;Pompei di Costigliole Saluzzo&rdquo;, perch&eacute; in comune con la citt&agrave; romana pi&ugrave; celebre al mondo ha l&rsquo;esperienza di una tragedia che ne fiss&ograve; gli ultimi istanti per l&rsquo;eternit&agrave;. In questo caso non si tratt&ograve; di un&rsquo;eruzione, bens&igrave; di un incendio.</p>
<p>Gli archeologi lo datano con precisione alla fine del terzo secolo dopo Cristo, tra l&rsquo;anno 280 e il 290, in base alle monete ritrovate. Si sa che quel rogo distrusse un insediamento rurale che nel periodo di massimo splendore si estendeva su tre ettari di terreni, con un corpo di fabbrica principale grande cinquemila metri quadrati. La villa era insieme un centro agricolo e artigianale e una stazione di posta, collocata in posizione strategica. Per tre secoli, prima di consumarsi nelle fiamme, aveva dominato gli scambi lungo uno dei maggiori assi viari della Gallia Cisalpina.</p>
<p>L&rsquo;incendio, per quanto ne sappiamo, non ebbe vittime: gli scavi non hanno restituito scheletri, all&rsquo;infuori di quello di un povero cane. Per gli archeologi il disastro &egrave; per&ograve; una fonte straordinaria di informazioni, perch&eacute; ci permette oggi di ricostruire le tecniche e i materiali di quell&rsquo;epoca. &Egrave; ci&ograve; che la squadra impegnata sugli scavi ha cercato di fare a partire dal 2022, con una campagna di archeologia sperimentale.&nbsp;<em>&ldquo;Qui c&rsquo;&egrave; una delle ville romane pi&ugrave; significative del nord Italia per ampiezza, ma il sito sta diventando molto di pi&ugrave;&rdquo;</em> conferma il prorettore dell&rsquo;universit&agrave; di Torino <strong>Gianluca Cuniberti</strong>, intervenendo all&rsquo;incontro che il Fai di Cuneo ha organizzato per presentare i risultati della ricerca: <em>&ldquo;L&rsquo;archeologia sperimentale</em> - aggiunge - <em>diventa concretamente un&rsquo;archeologia di comunit&agrave; che pu&ograve; coinvolgere tutti&rdquo;</em>.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139683.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>
<h2>Un grande centro di scambi sulla via delle Alpi</h2>
<p>Quando gli studiosi iniziarono a interessarsi del sito alla periferia del paese, poco pi&ugrave; di vent&rsquo;anni fa, si pensava fosse un piccolo insediamento o un ricetto per animali. Nel corso degli anni si &egrave; capito che si trattava di qualcosa di differente:<em> &ldquo;La villa sorge al centro di quello che era sicuramente un esteso fondo agricolo, da cui derivavano i prodotti che poi venivano trasformati all&rsquo;interno&rdquo;</em> spiega la professoressa <strong>Valeria Meirano</strong>. In et&agrave; augustea vi erano due corpi di fabbrica originari, poi ampliati: c&rsquo;erano ambienti residenziali abitati dai proprietari, i pi&ugrave; raffinati, ma anche una <em>taberna deversoria</em>, ovvero una locanda. Offriva riparo e pasti caldi, oltre a una rimessa per i carri, ai viaggiatori di passaggio lungo la via pedemontana e la via delle Gallie, in direzione del colle dell&rsquo;Agnello e degli altri passi alpini.</p>
<p><em>&ldquo;La taberna deversoria &egrave; dotata anche di latrina, un &lsquo;comfort&rsquo; probabilmente non usuale&rdquo;</em> fa presente l&rsquo;archeologa. A testimoniare l&rsquo;importanza di questa area di sosta &egrave; la presenza di un esteso sistema idraulico, con <em>&ldquo;una rete di condotti sotterranei che &egrave; assolutamente unica per un insediamento extraurbano di questo tipo&rdquo;</em>. C&rsquo;erano ben tre fornaci per la creazione di manufatti in argilla e metallo e una quantit&agrave; ingente di macine in pietra, utili a produrre farine per rifocillare i braccianti e gli ospiti della <em>taberna</em>. A Costigliole la terra ha restituito anche i resti di un impianto di produzione vinicola: uno dei pochissimi nell&rsquo;intero arco alpino occidentale. Il ritrovamento dei vinaccioli ha consentito di lanciare un progetto di archeologia botanica per risalire alle variet&agrave; dei vitigni presenti. I resti ossei animali e i macroresti vegetali consentono di acquisire altre informazioni fondamentali sull&rsquo;alimentazione dei residenti.</p>
<p><em>&ldquo;Il sito restituisce una quantit&agrave; e una qualit&agrave; di conoscenza veramente stupefacente&rdquo;</em> conferma il professor <strong>Diego Elia</strong>, che insieme alla collega Meirano conduce la missione scientifica dal 2007. Una scoperta tanto pi&ugrave; rilevante in quanto <em>&ldquo;non ci sono libri che ci parlino di questa parte di territorio prima del Mille: oggi siamo invece in grado di raccontarne la storia&rdquo;</em>.</p>
<h2><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139684.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>L&rsquo;archeologia sperimentale riporta in vita i materiali</h2>
<p>Insieme ai collaboratori&nbsp;<strong>Veronica Bellacicco</strong> e <strong>Simone Guion</strong>, Elia ha condotto negli ultimi tre anni un progetto di archeologia sperimentale che ha consentito di ricostruire, con buona approssimazione, alcune opere murarie della villa. Dalla zona della cava di Piasco sono stati recuperati argilla, sabbia e limo, da cui sono poi stati realizzati gli impasti: <em>&ldquo;Su questi tipi di costruzione </em>- osserva Guion -<em> la letteratura antica non ci d&agrave; nessuna indicazione, poche ne derivano anche dalla letteratura novecentesca&rdquo;</em>. I ricercatori hanno poi sottoposto il muro cos&igrave; realizzato, secondo la tecnica dell&rsquo;<em>opus craticium</em>, a una &ldquo;prova del fuoco&rdquo; per confrontare i materiali ottenuti con quelli originali dello scavo.</p>
<p>Un&rsquo;autentica &ldquo;archeologia del gesto&rdquo;, la definisce il capo missione: il tentativo di ricostruire l&rsquo;immateriale, ricreando tecniche dimenticate da duemila anni. La stessa ambizione ha portato l&rsquo;<em>&eacute;quipe</em> dell&rsquo;universit&agrave; di Torino a cercare di riprodurre tegole e coppi in argilla gialla e rossa, in modo che si avvicinino il pi&ugrave; possibile ai materiali antichi. Solo pochi giorni fa i risultati di questo esperimento sono stati consegnati, per essere completati, a <strong>Roberto Paolini</strong>, un ceramista di Cerveteri che da anni si dedica alle riproduzioni ceramiche.</p>
<h2><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139685.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"><br>La villa di Costigliole &egrave; ora un &ldquo;caso&rdquo; internazionale</h2>
<p>Il futuro della &ldquo;Pompei di Costigliole&rdquo; &egrave; ancora da scrivere, man mano che il suo passato riemerge dalla terra o si riplasma nelle mani degli archeologi.&nbsp;<em>&ldquo;Non ci sono ancora i capitali per poter musealizzare il sito, cosa che ci auguriamo avvenga al pi&ugrave; presto&rdquo;</em> dice <strong>Roberto Audisio</strong>, capo delegazione del Fai di Cuneo.</p>
<p>Nel frattempo, la fama della villa ha valicato i confini nazionali. Nel 2024 era stata oggetto di un intervento al convegno internazionale dei bronzi antichi ad Atene, con oltre 130 relatori. Il prossimo agosto c&rsquo;&egrave; la possibilit&agrave; che gli studiosi tornino a parlarne nella capitale greca, con una ricerca sui vetri della villa.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/115636/small_139686.jpg" alt="La presentazione degli scavi sulla villa di Costigliole"></p>]]></description><pubDate>Sun, 01 Mar 2026 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Venticinque anni fa moriva Edoardo Agnelli]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/fossanese/venticinque-anni-fa-moriva-edoardo-agnelli_110661.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/fossanese/venticinque-anni-fa-moriva-edoardo-agnelli_110661.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/110661/132649.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Sono passati venticinque anni esatti dalla morte di <strong>Edoardo Agnelli</strong>, il cui corpo senza vita venne trovato la mattina del 15 novembre 2000 ai piedi del viadotto &ldquo;generale Franco Romano&rdquo; sulla Torino-Savona, all&rsquo;altezza di Fossano.</p>
<p>Il figlio primogenito dell&rsquo;avvocato e di Marella Caracciolo aveva 46 anni. Indosso una giacca e un paio di pantaloni scuri, sopra al pigiama azzurro. Una collana in cuoio con un medaglione d&rsquo;oro, un braccialetto al polso, un amuleto in tasca. Lo riconoscono dai documenti, dopo che un assistente al traffico, di prima mattina, si era accostato alla Croma metalizzata che aveva visto ferma sulla corsia d&rsquo;emergenza, con la freccia destra inserita e un finestrino abbassato per met&agrave;. L&rsquo;auto, proveniente da Torino, era uscita a Fossano e rientrata dal casello di Marene in direzione Savona.</p>
<p>L&rsquo;inchiesta condotta dall&rsquo;allora procuratore della repubblica di Mondov&igrave;, <strong>Riccardo Bausone</strong>, si chiuse con un&rsquo;archiviazione su cui pi&ugrave; volte, negli anni, sono state gettate ombre. Bausone, raggiunta la pensione, torner&agrave; a parlarne dieci anni dopo: <em>&ldquo;Qualcuno che vantava la conoscenza di Edoardo Agnelli negli anni successivi venne pi&ugrave; volte da me per sostenere altre ipotesi, spiegando che non avrebbe potuto scavalcare per via del bastone. Per&ograve; dalla ricostruzione dell&rsquo;evento, la causa della morte fu ritenuta la caduta&rdquo;</em>. Se qualcuno avesse voluto ucciderlo, concludeva l&rsquo;ex magistrato, <em>&ldquo;c&rsquo;erano posti meno frequentati dove poterlo fare&rdquo;</em>.</p>
<p>Resta il mistero dell&rsquo;esame sul cadavere: <em>&ldquo;L&rsquo;autopsia non fu eseguita, anche se allora fu detto fosse stata fatta, forse usando la parola impropriamente. Fu invece eseguito un approfondito esame sul cadavere, che non presentava nessuna violenza precedente, ma tutti i caratteristici segni della caduta da quasi 80 metri&rdquo;</em>. Chi negli anni ha sostenuto la pista alternativa del delitto ha evidenziato altre presunte incongruit&agrave;, come il fatto che l&rsquo;erede Agnelli sarebbe stato trovato ancora con indosso i mocassini, o l&rsquo;assenza di un biglietto d&rsquo;addio, ritenuta da alcuni amici incompatibile con il carattere del defunto. Inchieste giornalistiche ed esposti - gli ultimi sono dello scorso anno - non hanno mai avuto seguito: nel 2016 un piccolo azionista Fiat venne condannato per diffamazione per alcune affermazioni sulla morte del figlio dell&rsquo;avvocato.</p>
<p>Edoardo, da erede designato della pi&ugrave; grande dinastia industriale italiana, aveva da tempo dismesso quei panni per dedicarsi a interessi spirituali molto lontani dal mondo in cui era cresciuto. Si ricorda in particolare la sua fascinazione per l&rsquo;Islam, culminata in un celebre viaggio in Iran e nell&rsquo;incontro con l&rsquo;ayatollah Khomeini. C&rsquo;era molto altro: la passione per Platone e per la filosofia zen, le letture su Francesco Bacone, Giordano Bruno, Pico della Mirandola e Galileo. L&rsquo;idea, forse, di condurre la Fiat ad altri destini. In un&rsquo;intervista a Paolo Griseri sul <em>Manifesto</em>, nel gennaio del 1998, aveva definito <em>&ldquo;uno sbaglio e una caduta di stile&rdquo;</em> la scelta, secondo lui attuata <em>&ldquo;contro le perplessit&agrave; di mio padre&rdquo;</em>, di cooptare l&rsquo;allora 21enne <strong>John Elkann</strong> nel cda: <em>&ldquo;Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto&rdquo;</em>.</p>
<p>La questione della successione &egrave; tornata sulla bocca di tutti, com&rsquo;era ovvio, dopo la scoperta di un documento inedito, non firmato e custodito per oltre 20 anni nell&rsquo;archivio dell&rsquo;avvocato di famiglia <strong>Franzo Grande Stevens</strong>, con cui Gianni Agnelli avrebbe previsto di trasferire il 25% della Dicembre, la cassaforte dell&rsquo;impero Exor, al figlio ed erede riluttante. Il timbro sulla bozza riporta la data del 14 novembre 2000: l&rsquo;ultimo giorno trascorso sulla terra per intero da Edoardo Agnelli. Oggi, a Villar Perosa, i nipoti Elkann, insieme al cugino Lupo Rattazzi, a Gelasio Gaetani Lovatelli e ad altri amici, hanno deposto in suo ricordo una corona di fiori, davanti alla cappella di famiglia dove riposa insieme ai genitori.</p>]]></description><pubDate>Sat, 15 Nov 2025 19:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Il mistero dello scheletro interroga gli archeologi: chi era la donna sepolta nelle grotte di Aisone?]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-mistero-dello-scheletro-interroga-gli-archeologi-chi-era-la-donna-sepolta-nelle-grotte-di-aisone_109443.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/il-mistero-dello-scheletro-interroga-gli-archeologi-chi-era-la-donna-sepolta-nelle-grotte-di-aisone_109443.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/130891.jpg" title="" alt="" /><br /><p>&Egrave; il principale ritrovamento di una campagna di scavo che gli archeologi dell&rsquo;universit&agrave; di Milano hanno condotto a partire dal 2024, in una falesia a nord dell&rsquo;abitato di Aisone. Uno scheletro <em>&ldquo;magnificamente conservato&rdquo;</em>, secondo la definizione che ne d&agrave; il professor <strong>Umberto Tecchiati</strong>, coordinatore della campagna: <em>&ldquo;Inizialmente ho pensato che la tomba fosse precedente alla fase Neolitica: a una datazione molto antica ci faceva pensare la posizione supina della defunta, caratteristica delle sepolture Paleolitiche e Mesolitiche&rdquo;</em>.</p>
<p>Solo in seguito &egrave; emerso che si tratta invece di una sepoltura abbastanza &ldquo;recente&rdquo;, in termini archeologici. Dalla datazione radiocarbonica si &egrave; appurato che quella persona, una donna, visse tra la met&agrave; del Quattrocento e i primissimi decenni del Seicento. La presenza di amido di mais nel tartaro dentale suggerisce che non possa essere deceduta prima della scoperta dell&rsquo;America. Ma perch&eacute; il suo corpo trov&ograve; il riposo eterno in quel luogo?&nbsp;<em>&ldquo;Siamo in un&rsquo;epoca in cui chiunque morisse veniva sepolto in un cimitero, questa donna &egrave; invece sepolta fuori da uno spazio consacrato: ne nascono un&rsquo;infinit&agrave; di interrogativi&rdquo;</em> osserva l&rsquo;archeologo.</p>
<p>Quel che pare assodato &egrave; che si trattasse di una figura marginale nella comunit&agrave;: gli indizi, oltre che dalla sepoltura, arrivano dalla sua dieta. Era principalmente vegetariana, con uno scarso apporto di proteine animali e nessun consumo di pesce. Al momento del decesso doveva essere in un&rsquo;et&agrave; compresa tra i 44 e i 55 anni.&nbsp;<em>&ldquo;Non godeva di buona salute&rdquo;</em> conferma l&rsquo;archeologa <strong>Sara Fumagalli</strong>: sullo scheletro si possono notare placchette arteriosclerotiche, ossificazioni legate tendenzialmente all&rsquo;et&agrave; ma che aumentano con la vita in ambienti freddi. La sua epoca, d&rsquo;altronde, era quella della cosiddetta piccola era glaciale: chi viveva in valle Stura nel XVI secolo fronteggiava un clima molto pi&ugrave; freddo di quello attuale.</p>
<p><em>&ldquo;Gli indizi ci portano a credere che potesse essere stata sepolta in una fossa scavata nel terreno, perch&eacute; le ossa non hanno avuto spazio per spostarsi&rdquo;</em> spiega la ricercatrice: a causa della posizione degli arti, si pensa non fosse stata nemmeno avvolta in un sudario. Difficile, tuttavia, che sia stata vittima di omicidio:&nbsp;<em>&ldquo;Questa persona ha ricevuto una sepoltura ordinaria ma composta&rdquo;</em> afferma il funzionario della Soprintendenza <strong>Gian Battista Garbarino</strong>. <em>&ldquo;La sepoltura </em>- aggiunge - <em>potrebbe essere ricondotta al fenomeno delle sepolture anomale, presente in diverse epoche, ma non del tutto: le sepolture anomale sono legate a figure che dovevano essere esorcizzate post mortem. Avvenivano per esempio con la deposizione di una pietra sul corpo, in posizione prona o addirittura, in epoca romana, con incatenamenti del defunto. Tutto questo nella sepoltura di Aisone non c&rsquo;&egrave;&rdquo;</em>.</p>
<p>Il mistero insomma permane, e potrebbe essere dipanato solo con nuovi studi. C&rsquo;&egrave; almeno un &ldquo;cold case&rdquo; archeologico, ricorda il professor Tecchiati, la cui vicenda &egrave; stata studiata alla luce della teoria e dei metodi della criminologia: si parla del celeberrimo uomo del Similaun. <em>&ldquo;Mi chiedo</em> - osserva il docente - <em>se un domani che avremo raccolto maggiori informazioni queste potrebbero essere utilizzate da un criminologo per costruire una storia&rdquo;</em>. Lo scheletro &egrave; attualmente oggetto di analisi specialistiche presso il laboratorio Bagolini dell&rsquo;universit&agrave; di Trento, per ricostruire un quadro d&rsquo;insieme sullo stato di salute, l&rsquo;occupazione svolta in vita e le possibili cause di morte. Quel che si pu&ograve; gi&agrave; dire, nel frattempo, &egrave; che i resti rappresentano <em>&ldquo;un rinvenimento estremamente importante per ricostruire un&rsquo;epoca ancora poco documentata nella storia della valle Stura&rdquo;</em>.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/small_130892.jpg" alt="Gli scavi archeologici ad Aisone"></p>
<h2>Le grotte di Aisone, un tesoro ancora da scoprire</h2>
<p>La falesia di Aisone, costituita da una trentina di cavit&agrave;, appare come un sito archeologico ad altissima potenzialit&agrave;: basti dire che, sui due chilometri di estensione complessiva, gli scavi attuali stanno indagando circa il 10% dell&rsquo;intera area. Un &ldquo;viaggio nel tempo profondo&rdquo; che ha condotto gli autori della ricerca dal Mesolitico all&rsquo;et&agrave; moderna, in periodi diversi durante i quali le grotte erano state abitate. Le ricerche si sono concentrate su due punti in particolare: nel cosiddetto riparo 10 &egrave; stato individuato un lembo di deposito archeologico databile al Neolitico, insieme a un livello pi&ugrave; profondo con carboni e tracce di frequentazione antropica che potrebbe risalire al Mesolitico (tra il IX e il VI millennio a.C.). Nel riparo 10, l&rsquo;ampliamento del settore di scavo ha portato alla luce frammenti di ceramica e resti faunistici, databili forse alla seconda met&agrave; del IV millennio avanti Cristo. Il ritrovamento di una serie di buche per palo indica che l&rsquo;area prossima all&rsquo;ingresso era stata strutturata come un ricovero temporaneo o stagionale. Resti umani sparsi, interpretabili come quel che resta di antiche sepolture sconvolte, indicano inoltre il carattere funerario del riparo 19, forse in connessione con la vicina sorgente. &nbsp;Per ottenere datazioni pi&ugrave; precise sui reperti preistorici, sar&agrave; necessario incrementare le analisi radiocarboniche, inviando nuovi campioni al laboratorio dell&rsquo;universit&agrave; di Vienna, in aggiunta a quelli gi&agrave; provenienti dalle ricerche del 2024.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/109443/small_130893.jpg" alt="Gli scavi di Aisone"></p>
<h2>Costa Nebbiera e le incisioni di epoca romana</h2>
<p>La Soprintendenza ha portato avanti di recente anche un&rsquo;altra complessa indagine nel territorio di Bernezzo, a quasi mille metri di quota, in localit&agrave; Costa Nebbiera. Qui &egrave; stata ritrovata una notevolissima quantit&agrave; di incisioni e figure di animali, prevalentemente datate all&rsquo;et&agrave; romana:&nbsp;<em>&ldquo;Abbiamo identificato anzitutto un grandissimo numero di testi ancora in via di interpretazione, &egrave; evidente la presenza di numerosi termini onomastici su questa parete di roccia: il perch&eacute; non &egrave; ancora chiaro&rdquo;</em> spiega Garbarino. L&rsquo;orizzonte temporale &egrave; quello del primo e secondo secolo dopo Cristo. Costa Nebbiera si trova proprio al confine di due agri di citt&agrave; romane, Forum Germanorum (san Lorenzo di Caraglio) e Pedona (Borgo San Dalmazzo): <em>&ldquo;Centri importanti per la gestione dei traffici transalpini e incaricati della riscossione della quadragesima galliarium, il dazio per chi entrava in Italia&rdquo;</em>. Testimonianze di un passato in cui la valle Stura rappresentava un crocevia di scambi anche a livello culturale e religioso.</p>]]></description><pubDate>Tue, 21 Oct 2025 11:08:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[La storia della Mondovì senza accento degli Stati Uniti]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/la-storia-della-mondovi-senza-accento-degli-stati-uniti_106899.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/monregalese/la-storia-della-mondovi-senza-accento-degli-stati-uniti_106899.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106899/127133.jpg" title="" alt="" /><br /><p>La storia della provincia Granda, si sa, &egrave; molto lunga e articolata e ha segnato in molti modi lo stesso territorio cuneese e l&rsquo;intera regione piemontese. Quello che spesso non si considera a sufficienza, per&ograve;, &egrave; il fatto che alcune pagine di valore storico del nostro territorio siano riuscite nell&rsquo;impresa di varcare il confine naturale delle Alpi per condizionare altre storie, di paesi e citt&agrave; lontane migliaia di chilometri. E cos&igrave; stupisce ma solo fino a un certo punto, mentre si consulta una pianta dello stato del Wisconsin, nel nord degli Stati Uniti, imbattersi in una Mondov&igrave; senza accento.</p>
<p>Si tratta della cittadina di Mondovi, collocata nella contea di Buffalo, non troppo distante dalla regione dei Grandi Laghi nordamericani. Un centro rurale di poco pi&ugrave; di 2mila abitanti con un nome che deve suonare esotico, perfino in uno Stato che deve molte delle sue denominazioni (compresa quella ufficiale) alle lingue dei nativi americani. Di primo acchito si potrebbe pensare che la cittadina debba il suo nome a un gruppo di monregalesi emigrati e nostalgici delle proprie radici, come accade in molti casi di denominazioni italiane all&rsquo;estero. In realt&agrave; l&rsquo;origine di tale scelta &egrave; di natura puramente &ldquo;intellettuale&rdquo;.&nbsp;</p>
<p>Secondo la Wisconsin Historical Society, infatti, il nome &egrave; stato scelto dal pioniere Elihu B. Gifford, giunto in quel territorio nel 1856. Grande studioso e appassionato della storia europea, Gifford stava in quel periodo documentandosi sulla prima campagna italiana di Napoleone. Colp&igrave; la sua attenzione&nbsp;<em>&ldquo;il quarto nome dall&rsquo;alto&rdquo;</em> che compariva su un arco di trionfo, illustrato nel libro che stava leggendo. Quel nome era proprio Mondov&igrave;, teatro dell&rsquo;importantissima battaglia tenutasi tra il 20 e il 21 aprile 1796, che di fatto sanc&igrave; la resa definitiva del Regno di Sardegna al generale corso. Le truppe sabaude, gi&agrave; sconfitte a Nizza e nell&rsquo;entroterra ligure, ripiegarono proprio nella zona del Monregalese, dove tracollarono sotto i colpi delle meglio organizzate truppe napoleoniche. Presa Mondov&igrave;, il leggendario generale punt&ograve; verso Torino, conquistando anche Cherasco e Alba, prima che l&rsquo;esercito sabaudo chiedesse e siglasse un armistizio ai francesi. Non si sa quanto l&rsquo;effettiva storia della battaglia abbia inciso sulla scelta di Gifford: non si tratta di una vittoria particolarmente nota di Napoleone, n&eacute; di una pagina eroica da parte di un piccolo centro, che potesse in qualche modo fungere da modello ideale per quello del Wisconsin. Molto pi&ugrave; prosaicamente, risult&ograve; forse decisiva per la scelta del nome Mondovi la musicalit&agrave; della parola stessa, bench&eacute; privata del suo caratteristico accento finale, ostico da pronunciare in lingua inglese. Quel che &egrave; certo &egrave; che in qualche modo un piccolo pezzo di Mondov&igrave; continua a vivere anche in terra americana.&nbsp;</p>
<p>Curioso &egrave; come il territorio in cui si trova Mondovi risulti simile a quello della Granda. A parte i grandi laghi, che bagnano il Wisconsin nella parte nord-orientale, il territorio dello Stato &egrave; caratterizzato da alte montagne a nord (tanto da essere famoso per i suoi comprensori sciistici) e da floridi altipiani nella parte centro-meridionale, che hanno reso la regione uno dei principali &ldquo;granai&rdquo; degli Stati Uniti. Mondovi si trova nella parte centrale dello Stato, non lontano dal confine con il Minnesota, ed &egrave; un paese a forte tradizione agricola.&nbsp;</p>
<p>Oltre a questo piccolo centro sono moltissime le citt&agrave; americane che prendono il proprio nome da omologhe italiane. Sempre per rimanere nel nostro territorio, ad esempio, possiamo citare le molte Piedmont che si possono incontrare in vari Stati, dalla California al Texas e l&rsquo;Alabama, dal Missouri al South Dakota. Insomma, anche dal punto di vista delle denominazioni geografiche gli States rappresentano un vero e proprio melting pot di culture, con quella cuneese che non poteva certamente mancare all&rsquo;appello.&nbsp;</p>]]></description><pubDate>Sun, 31 Aug 2025 08:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item><item><title><![CDATA[5 agosto 1985: quarant'anni fa il tragico incidente di Sant'Anna di Vinadio]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/5-agosto-1985-quarant-anni-fa-il-tragico-incidente-di-sant-anna-di-vinadio_106042.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/106042/125890.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Undici morti, ventisette feriti. &Egrave; il drammatico bilancio di uno dei pi&ugrave; tragici incidenti stradali mai avvenuti in provincia di Cuneo, di cui oggi ricorre il quarantesimo anniversario. Il teatro della sciagura &egrave; quello della strada che da Vinadio porta ai 2020 metri di altitudine del santuario di Sant&rsquo;Anna.&nbsp;</p>
<p>Sono da poco passate le ore 16 del 5 agosto 1985, un luned&igrave;, quando sul vallone si abbatte un violento nubifragio. &ldquo;<em>Un temporale, estivo, violento: l&rsquo;acqua battente invade la stretta strada di montagna. I tornanti fanno paura. La visibilit&agrave; &egrave; ridotta</em>&rdquo;. Questo lo scenario descritto dall&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo; Emanuele Mont&agrave;, nell&rsquo;articolo pubblicato all&rsquo;indomani sulla prima pagina del quotidiano. Due pullman dell&rsquo;Ati sono partiti poco prima dal piazzale del Santuario per riportare a Cuneo un gruppo di pellegrini: la strada era gi&agrave; vietata ai mezzi oltre i dieci metri, con apposita segnaletica installata dalla Provincia, ma il divieto all&rsquo;epoca veniva frequentemente ignorato. I due bus scendono verso valle fino a quando due auto che li precedono si fermano sulla carreggiata ostruendo il passaggio, nei pressi della vecchia presa dell&rsquo;Enel. Forse un guasto, forse un tamponamento: i conducenti dei due mezzi escono dall&rsquo;abitacolo, costringendo i due pullman al sorpasso in un punto in cui la strada &egrave; particolarmente stretta.&nbsp;</p>
<p>Il primo bus passa, non senza difficolt&agrave;, poi procede il secondo. &Egrave; in quel momento che si consuma la tragedia: forse una manovra sbagliata di qualche centimetro, forse un cedimento del terreno, le ruote di sinistra finiscono fuori dalla carreggiata, l&rsquo;autobus scivola e finisce nella scarpata sottostante, ribaltandosi pi&ugrave; volte e finendo scoperchiato, ridotto ad un ammasso di lamiere. Tragico, come detto, il bilancio, spettrale la scena che i soccorritori si ritrovano davanti: &ldquo;<em>Rottami sparsi ovunque, corpi senza vita, prigionieri delle lamiere e confusi con una ventina di feriti. Altri, meno gravi, si lamentano tra gli arbusti e cercano di raggiungere la strada. Ovunque sangue, documenti, oggetti personali</em>&rdquo;, scrive ancora l&rsquo;inviato de &ldquo;La Stampa&rdquo;. Nove persone vengono estratte gi&agrave; prive di vita, altre due moriranno pochi giorni dopo in ospedale a Cuneo e Savigliano a causa delle ferite riportate.&nbsp;</p>
<p>Le vittime erano di Cuneo, Montanera, Castelletto Stura, Caraglio, Cervignasco e Torino, tutti pellegrini al rientro da una visita al santuario pi&ugrave; alto d'Europa. La pi&ugrave; giovane, Anna Maria Ambrogio, aveva 25 anni: con lei anche la figlia di 4 anni, sopravvissuta.&nbsp;</p>
<p>Nel seguente processo Roberto Origlia, quarantenne cuneese che era alla guida del pullman, avrebbe poi patteggiato un anno per omicidio colposo. I parenti delle vittime e i feriti saranno risarciti con un miliardo di lire dall&rsquo;assicurazione dell&rsquo;azienda di trasporti.</p>]]></description><pubDate>Tue, 05 Aug 2025 14:28:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Dalmasso</dc:creator><author><name>Andrea Dalmasso</name></author></item><item><title><![CDATA[Uno scrigno di tesori sconosciuti: il castello di Piasco]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/uno-scrigno-di-tesori-sconosciuti-il-castello-di-piasco_105034.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/saluzzese/uno-scrigno-di-tesori-sconosciuti-il-castello-di-piasco_105034.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/105034/124501.jpg" title="" alt="" /><br /><p>Domina le alture di Piasco una fortezza maestosa che pochi, finora, hanno avuto la fortuna di vedere anche nei suoi ambienti interni. Parliamo di palazzo Porporato, elegante espressione della cultura barocca piemontese che risale, nel suo attuale aspetto, alla met&agrave; del secolo XVII.</p>
<p>Il maniero originario fu costruito, poco dopo il Mille, per volere del vescovo Landolfo di Torino. Era formato da due torri e da un corpo centrale dove i feudatari potevano rifugiarsi nei momenti di tensione politica: i difensori potevano anche comunicare con un&rsquo;altra torre ormai distrutta, al fondo del paese. Il castello passer&agrave; poi al capostipite dei marchesi del Vasto, Bonifacio, che acquisisce da Federico Barbarossa il titolo di signore della val Varaita. Il pi&ugrave; antico maniero fu distrutto nel corso delle guerre del secolo XII: soltanto un torrione del &ldquo;castello vecchio&rdquo; rimase in piedi fino agli anni Cinquanta del secolo scorso.</p>
<p>Agli albori del Seicento, con la fine del marchesato di Saluzzo e l&rsquo;inizio della dominazione sabauda, &egrave; la volta dei marchesi Porporato: l&rsquo;edificazione dell&rsquo;attuale dimora incomincia nel 1640, con un progetto riferibile a <strong>Carlo di Castellamonte</strong>, ideatore dell&rsquo;attuale piazza San Carlo e di numerosi altri interventi architettonici a Torino. Esiste una copia, firmata a matita da <em>&ldquo;Carlo di Castellamonte, architetto di Carlo Emanuele I&rdquo;</em>, che non consente un&rsquo;attribuzione certa ma rimanda comunque al nuovo clima culturale creatosi a Torino con l&rsquo;arrivo di Cristina di Francia.</p>
<p>Il progetto era molto pi&ugrave; ampio: si ipotizzava che la dimora avrebbe avuto due cortili, l&rsquo;attuale e uno altrettanto vasto su una seconda ala che non venne poi realizzata, probabilmente a causa dei frequenti conflitti. A patrocinare la sua creazione fu <strong>Gaspare Porporato</strong>, il quale mor&igrave; prima dell&rsquo;ultimazione dei lavori intorno al 1650. Il castello-palazzo, rustico all&rsquo;esterno perch&eacute; non finito, &egrave; ricco ed elegante all&rsquo;interno. Comprende tre piani, pi&ugrave; due mezzani e un piano cantina ed &egrave; composto di tre corpi a &ldquo;C&rdquo;, che definiscono una corte-giardino. Una terrazza di ampio respiro, delimitata agli angoli da torri circolari, si apre sul paese di Piasco e sulla pianura.&nbsp;</p>
<p>Al pianterreno si susseguono <em>&ldquo;en enfilade&rdquo;</em>, secondo lo schema dell&rsquo;epoca, la camera del biliardo, il salone centrale e la sala da pranzo. Sempre al pianterreno si trova la cosiddetta &ldquo;camera del vescovo&rdquo;, il cui nome &egrave; legato a monsignor <strong>Giuseppe Filippo Porporato</strong>, vescovo di Saluzzo per un quarantennio - tra il 1741 e il 1781 - alla cui azione si deve, tra l&rsquo;altro, l&rsquo;edificazione del campanile barocco del duomo. &Egrave; probabile che a lui si debba la cappella situata nell&rsquo;ala sud ovest del palazzo. Al piano nobile, oltre alla terrazza con colonne di ordine ionico, altri locali di grande rilievo artistico come il salone grande, la camera dei Goblain, la camera gialla e la camera dorata. Anch&rsquo;essi si avvalgono di una disposizione <em>&ldquo;ad enfilade&rdquo;</em>, per esigenze di rispetto del cerimoniale, necessario ai fini di essere condotti al cospetto del signore. Si aprono sul cortile interno la stupenda biblioteca e la camera dei fiori. Un mistero circonda le decorazioni interne del palazzo, con affreschi sorprendenti che sono stati attribuiti a diversi autori piemontesi e liguri operanti nella seconda met&agrave; del Seicento. Intrigante &egrave; il rapporto con affreschi di Palazzo Reale a Torino e di Venaria Reale, risalenti al settimo e ottavo decennio del Seicento.</p>
<p>L&rsquo;intero edificio, frazionato in pi&ugrave; propriet&agrave;, &egrave; tuttora abitato dai discendenti dell&rsquo;ultima marchesa Porporato, sposa di Guido dei conti Biandrate di San Giorgio, ai quali pass&ograve; in eredit&agrave; il palazzo: la figlia del successore Luigi Biandrate, Lidia, &egrave; nonna degli attuali proprietari Raggi De Marini. All&rsquo;altra figlia, Luisa Biandrate, and&ograve; il castello di San Giorgio Canavese.</p>
<p>Il palazzo &egrave; aperto al pubblico solo in occasioni eccezionali, ma ospita periodici eventi e concerti. L&rsquo;Associazione Dimore Storiche Italiane (Adsi), della quale fanno parte anche altre nove residenze in provincia di Cuneo, sta valutando insieme ai proprietari la possibilit&agrave; di rendere visitabile questo poco noto scrigno di tesori artistici della nostra provincia. Chi fosse interessato a visite nelle dimore Adsi pu&ograve; trovare informazioni sul <a href="https://www.dimorestoricheitaliane.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sito</a> o rivolgersi alla <a href="mailto:piemonte@adsi.it" target="_blank" rel="noopener noreferrer">mail</a>.</p>]]></description><pubDate>Sun, 13 Jul 2025 18:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Andrea Cascioli</dc:creator><author><name>Andrea Cascioli</name></author></item><item><title><![CDATA[Un viaggio nella Granda criminale del primo Novecento: ecco la nuova puntata di “Wall of Cuni”]]></title><link>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/rubriche/cuneo-e-valli/un-viaggio-nella-granda-criminale-del-primo-novecento-ecco-la-nuova-puntata-di-wall-of-cuni_103844.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/103844/123001.jpg" title="" alt="" /><br /><div>Se la Cuneo di oggi non vi sembra pi&ugrave; un&rsquo;&ldquo;isola felice&rdquo;, dovreste conoscere quella di un secolo fa. Alessandra Demichelis, storica e bibliotecaria dell&rsquo;Istituto Storico della Resistenza e della Societ&agrave; Contemporanea, ce ne parla nel suo bellissimo &ldquo;La Mala Vita&rdquo;, un&rsquo;antologia di dodici racconti reali tratti da altrettante vicende giudiziarie cuneesi del primo Novecento.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Attraverso le carte dei processi in Corte d&rsquo;Assise e le cronache dei giornali dell&rsquo;epoca, con uno sguardo umano e partecipe su quelle storie dimenticate, l&rsquo;autrice ripercorre i drammi di una famiglia contadina della Langa che vede assassinare un figlio nella notte (forse da un fratello, di poco pi&ugrave; grande), di una rissa tra immigrati ad Acceglio - ma erano, pensate, bresciani e bergamaschi - finita con un accoltellato, di una prostituta vittima di un serial killer nel cuore di Cuneo vecchia, di un prete traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra che uccide un parrocchiano a pistolettate e molto altro. Storie che non hanno nulla della morbosit&agrave; del <em>true crime</em>, ma sono altrettanti spaccati su un&rsquo;epoca tumultuosa.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Nella penultima puntata di <em>Wall of Cuni</em>, il podcast di Cuneodice condotto da Andrea Cascioli e Luca &ldquo;Sbrab&rdquo; Abb&agrave;, vi regaliamo un viaggio nel tempo imperdibile, tra le pieghe insospettabili di un &ldquo;buon tempo antico&rdquo; che spesso non era cos&igrave; buono.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Il nuovo episodio di <em>Wall of Cuni</em> &egrave; disponibile su <a href="https://youtu.be/1ezZbA8_tdM" target="_blank" rel="nofollow">YouTube</a> e su <a href="https://open.spotify.com/episode/0K58r7i0P888FfqY2ypJqA?si=oHQ2CD3KRzWZEnlHge6PMw" target="_blank" rel="nofollow">Spotify</a>.</div>]]></description><pubDate>Wed, 18 Jun 2025 16:30:00 +0200</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><author><name>Redazione</name></author></item><item><title><![CDATA[“Ho agito a fin di bene e per un’idea”: il senso del 25 aprile nelle lettere dei partigiani condannati a morte]]></title><link>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</link><guid>https://www.cuneodice.it/cultura/cuneo-e-valli/ho-agito-a-fin-di-bene-e-per-unidea-il-senso-del-25-aprile-nelle-lettere-dei-partigiani-condannati-a-morte_101111.html</guid><description><![CDATA[<img src="https://static.cuneodice.it/cuneo/foto/101111/119406.jpg" title="" alt="" /><br /><div>
<div>Ogni anno, in occasione del 25 aprile, nel dibattito pubblico serpeggia in maniera pi&ugrave; o meno sistematica la riflessione sull&rsquo;importanza del ricordo di giornate come quella della Festa della Liberazione. &Egrave; proprio vero che, come scriveva Primo Levi, &ldquo;<em>la memoria umana &egrave; uno strumento meraviglioso ma fallace</em>&rdquo;, che si sporca e si altera facilmente, persino quando riguarda pagine eroiche della nostra Storia, la storia di tutti gli italiani. E cos&igrave;, anno dopo anno, &egrave; sempre pi&ugrave; forte il sospetto che si stia perdendo il senso profondo del 25 aprile soprattutto a livello istituzionale, con dichiarazioni audaci e storicamente scorrette e poca disponibilit&agrave; a celebrare a dovere una giornata che rappresenta l&rsquo;essenza della nostra democrazia.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>In occasione dell&rsquo;80&deg; anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo, abbiamo quindi deciso di andare a cercare il senso profondo del 25 aprile &ldquo;interpellando&rdquo; direttamente coloro che l&rsquo;hanno realizzato, ovvero i partigiani che hanno combattuto nella Granda, provincia che, non bisogna mai dimenticarlo, &egrave; stata decorata con la Medaglia d&rsquo;oro al merito civile proprio per il suo contributo alla Resistenza. Per farlo abbiamo raccolto le lettere dei combattenti cuneesi contenute nel volume "Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana", uscito per Einaudi in prima edizione nel 1952 e ancora oggi uno dei testi di riferimento per ragionare sul 25 aprile.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Si tratta degli ultimi pensieri di ragazzi e ragazze per lo pi&ugrave; giovanissimi e comuni, che si ritrovano di fronte alla morte e decidono di affrontarla con una dignit&agrave; che sorprende e commuove. Leitmotiv delle missive contenute in questo volume, dei combattenti cuneesi ma in generale di quasi tutti i partigiani d&rsquo;Italia, &egrave; la volont&agrave; di chiedere perdono ai propri genitori per il dolore loro inflitto e per essere stati poco presenti nella loro vita. Uno scrupolo che carica di un&rsquo;umanit&agrave; quasi mai adeguatamente considerata i combattenti per la libert&agrave; che erano, prima di tutto, dei giovani.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Tra le lettere dei partigiani cuneesi non mancano alcuni nomi di spicco, giustamente celebrati ancora oggi. In primis Maria Luisa Alessi, staffetta partigiana di Falicetto fucilata nel piazzale della stazione di Cuneo il 26 novembre 1944, che nel salutare i suoi cari scrive una frase da vera combattente, fino all&rsquo;ultimo: &ldquo;<em>Prego solo non fate tante chiacchiere sul mio conto e di allontanare da voi certe donne alle quali io devo la carcerazione</em>&rdquo;. Altro personaggio di spicco della Resistenza cuneese (e non solo) che ha lasciato una lettera finale &egrave; l&rsquo;eroe nazionale, Medaglia d&rsquo;Oro al Valor Militare Duccio Galimberti. L&rsquo;allora 38enne avvocato cuneese, poche ore prima di essere fucilato a tradimento dai fascisti nei pressi di Centallo, lasci&ograve; ai suoi cari un saluto lapidario e inequivocabile, perfettamente conforme al modo di esprimersi di una figura che, con il suo discorso del 26 luglio 1943, in qualche modo ha dato inizio alla stagione della Resistenza nel nostro Paese: &ldquo;<em>Ho agito a fin di bene e per un&rsquo;idea. Per questo sono sereno e dovrete esserlo anche voi</em>&rdquo;. Questa semplice frase racchiude in s&eacute; il significato profondo del partigianato.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Un messaggio quasi identico a quello lasciato da Galimberti &egrave; anche quello di Ettore Garelli (nomi di battaglia Gomma, Bollo), 53enne torinese fucilato assieme a Maria Luisa Alessi dopo aver coordinato le attivit&agrave; partigiane nel Fossanese (&ldquo;<em>Ho coscienza di non avere male operato</em>&rdquo;). Pi&ugrave; intellettuale e ideologica &egrave; invece la riflessione che Pedro Ferreira, 23enne di Genova fucilato a Torino il 23 gennaio 1945, lascia ai suoi parenti. In questo caso &egrave; interessante notare come il giovane, combattente nelle brigate Giustizia e Libert&agrave; di Galimberti in Valle Grana, sottolinei un filo rosso che unisce i partigiani ai patrioti del Risorgimento: &ldquo;<em>Vostro figlio e fratello &egrave; morto come i fratelli Bandiera, come Ciro Menotti, Oberdan e Battisti colla fronte verso il sole ove attinse sempre forza e calore: &egrave; morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita: &egrave; morto per l&rsquo;onore perch&eacute; non ha mai tradito il suo giuramento, &egrave; morto per la libert&agrave; e la giustizia che trionferanno pure un giorno quando sar&agrave; passata questa bufera</em>&rdquo;.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Sono invece molto pi&ugrave; &ldquo;prosaiche&rdquo;, ma non per questo meno intense, le ultime righe lasciate dagli altri combattenti cuneesi contenute nel volume: Gilberto Manegrassi, 20enne di Costigliole Saluzzo, Giuseppe Manfredi, 21enne di Fossano, Attilio Martinetto, 21enne astigiano, fucilato al Cimitero Vecchio di Cuneo, Luigi Pieropan, 24enne torinese fucilato a San Michele Mondov&igrave; e Dario Scaglione (Tarzan), 19enne di Valdivilla, celebrato anche da Fenoglio nella sua opera. Chi chiede perdono ai genitori, chi perdona i propri carnefici, chi saluta la fidanzata e le augura di trovare un nuovo amore, chi d&agrave; consigli ai fratelli minori: sono lettere di un&rsquo;umanit&agrave; sconcertante, che fanno rabbrividire a leggerle oggi.</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Uno spazio a s&eacute; stante lo merita la missiva che Paola Garelli (Mirka), 28enne nata a Mondov&igrave; ma operante e fucilata a Savona, indirizza alla figlioletta: &ldquo;<em>Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino per il dolore che do loro. Non devi piangere n&eacute; vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa solo: studia, io ti protegger&ograve; dal cielo</em>&rdquo;.&nbsp;</div>
<div>&nbsp;</div>
<div>Leggendo queste e tutte le altre lettere dei condannati a morte della Resistenza non si pu&ograve; che comprendere quanto questa stagione sia stata unica e irripetibile nella nostra Storia. Una stagione dove chi combatteva lo faceva per ideali pi&ugrave; alti del &ldquo;qui e ora&rdquo;, dove valeva la pena soffrire oggi per sorridere tutti domani, per inventare la democrazia in un Paese che non l&rsquo;aveva mai conosciuta prima e che da vent&rsquo;anni a quella parte non conosceva altro che ingiustizia e repressione. &ldquo;<em>La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile</em>&rdquo;, disse un altro grande combattente cuneese come Giorgio Bocca. Ricordare e celebrare il 25 aprile e tutte le altre giornate dedicate a questa stagione vuol dire farsi discepoli di questa &ldquo;religione di tutti&rdquo;.&nbsp;&nbsp;</div>
</div>
<div>&nbsp;</div>]]></description><pubDate>Fri, 25 Apr 2025 07:01:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giacomo Giraudo Cordero</dc:creator><author><name>Giacomo Giraudo Cordero</name></author></item></channel></rss>
