CUNEO - Caso Nada Cella, nell’appello del pm contro Cecere anche l’aggressione a un alunno

Il fatto risale al periodo in cui la donna, condannata per il delitto di Chiavari, insegnava alla primaria di viale Angeli. Stasera il processo a Un giorno in pretura

Andrea Cascioli 08/07/2026 18:01

C’è anche l’aggressione a un alunno di nove anni, nel periodo in cui Annalucia Cecere lavorava come maestra alla scuola “Nuto Revelli” di Cuneo, fra gli episodi che il sostituto procuratore genovese Gabriella Dotto menziona nell’atto di appello verso la sentenza di primo grado nel delitto Nada Cella. Lo scorso 15 gennaio la Corte d’Assise ha condannato la 58enne alla pena di 24 anni di carcere per l’omicidio della giovane segretaria, avvenuto nel 1996 a Chiavari. Cecere ai tempi viveva a poche decine di metri dallo studio del commercialista Marco Soracco, dove la vittima, all’epoca non ancora venticinquenne, fu aggredita con più oggetti contundenti e lasciata a terra agonizzante. Un cold case rimasto tale per quasi trent’anni, prima che i giudici di primo grado individuassero nella Cecere l’autrice di quel brutale assassinio. Motivato, secondo la sentenza, dall’“invidia sociale e la gelosia di tutta una vita” e dalla frustrazione per non aver trovato nel datore di lavoro di Nada quel “buon partito” di cui era andata in cerca. Contro quella sentenza, definita “un pot-pourri degno di un romanzo d’appendice”, hanno già presentato ricorso i difensori di Cecere, condannata insieme allo stesso Soracco che è ritenuto responsabile di un episodio di favoreggiamento nei suoi confronti. “La sentenza ha svolto un lavoro straordinario sull’accertamento della responsabilità della imputata Cecere” si legge per contro negli atti della Procura. L’impugnazione da parte del pm è motivata solo dal mancato riconoscimento dell’aggravante della crudeltà a Cecere, insieme a quella già riconosciuta dei futili motivi, e degli altri episodi di favoreggiamento che si contestavano al coimputato. In quest’ottica torna a chiedere l’acquisizione degli atti - in precedenza negata dalla corte - relativi ai fatti che nel febbraio 2015 costarono una censura scolastica alla principale accusata. All’epoca Cecere era insegnante supplente nella scuola primaria di viale Angeli. Fu il genitore di un alunno di quarta a denunciare alla direttrice che il figlio era stato soggetto a “una forte stretta da parte della maestra” sul collo e poi costretto a inginocchiarsi “per visionare un muro leggermente scrostatosi a seguito dello spostamenti dei banchi da parte della docente”. Agli atti c’è la risposta indignata che la maestra diede all’autorità scolastica, in due pagine scritte a mano, negando tutto: “Dove sono i segni? Io voglio vedere gli ematomi, il sangue, le ferite. Dove sono? Ci vuole poco a rovinare una persona onesta. Se i genitori vogliono denunciare me io li contro denuncio per diffamazione e calunnie”. Il procedimento, come si è detto, si era concluso con una sanzione. Un anno dopo sarebbe arrivato il licenziamento disciplinare a seguito delle dimissioni, senza preavviso, dalla scuola di Montaldo Mondovì, dove la maestra aveva preso servizio solo da una ventina di giorni. Cosa c’entra tutto questo con un delitto di vent’anni prima? Secondo l’accusa, è la prova di quella “natura impulsiva e rabbiosa” del carattere che sarebbe emersa anche in altre occasioni: nelle aggressioni verbali al marito Lorenzo Franchino, o nelle minacce ad Antonella Delfino Pesce, la criminologa che per prima avanzò l’ipotesi di un suo coinvolgimento nell’omicidio. Di “molteplici e gravi condotte tenute dalla Cecere nei confronti di testimoni chiave del processo” si parla anche in riferimento ai tentativi che l’indagata fece per convincere l’ex fidanzato dell’epoca a rendere una versione a lei più favorevole. Del caso Nada Cella e della incredibile vicenda giudiziaria si parlerà questa sera a Un giorno in pretura. Nella prima puntata della nuova stagione, la popolare trasmissione di Rai Tre ripercorre tutte le fasi del dibattimento, seguendo testimonianze, interrogatori e momenti chiave di uno dei casi di cronaca nera più controversi di questi ultimi trent’anni.