Caso Nada Cella, la difesa di Cecere fa appello e accusa Soracco
“Contro di lei una sceneggiatura da soap opera” scrivono gli avvocati che difendono la 58enne, condannata a 24 anni in primo grado. Ombre sul coimputatoIn un documento di novantaquattro pagine gli avvocati Giovanni Roffo e Gabriella Martini mettono nero su bianco tutti i motivi di appello contro una sentenza di primo grado che ha condannato la loro assistita, Annalucia Cecere, a 24 anni di carcere per l’omicidio della segretaria chiavarese Nada Cella.
Un cold case vecchio di trent’anni, riaperto nel 2021 sulla scorta degli indizi raccolti dalla criminologa Antonella Delfino Pesce. I tasselli mancanti del puzzle, secondo l’accusa, portavano verso Cuneo, dove la Cecere, oggi 58enne, si trasferì dalla Liguria poco dopo il delitto. Voleva “interporre una certa distanza fra il proprio futuro e un luogo in cui ella s’è resa autrice di un così grave delitto” hanno scritto i giudici della Corte d’Assise di Genova in una sentenza per molti versi inattesa.
“La sentenza sconta un peccato originale, ovvero quello di aver trasformato il vecchio materiale indiziario in una nuova trama accusatoria” obiettano gli avvocati della principale accusata, condannata insieme a Marco Soracco, il commercialista per cui Nada lavorava, che è stato ritenuto responsabile di favoreggiamento. Ed è proprio sulle tante omissioni di Soracco, per molto tempo l’unico indiziato di un omicidio apparentemente inspiegabile, a concentrarsi la ricostruzione alternativa rispetto a ciò che viene definito “un pot-pourri degno di un romanzo d’appendice, se non addirittura la sceneggiatura di una soap opera”.
Si torna alla “pista dei soldi” e al presunto giro di malaffare, mai appurato, che avrebbe circondato l’attività dello studio professionale all’epoca. Un’ipotesi che già il gup Angela Maria Nutini aveva indicato come l’“alternativa logica più plausibile” a quella che ha invece coltivato la Procura: cioè la gelosia furiosa che Cecere, desiderosa di accasarsi con Soracco, avrebbe nutrito per la segretaria di quest’ultimo. Il gup respinse in prima istanza la richiesta di rinvio a giudizio di Cecere, richiesta che invece venne accolta dalla Corte d’Appello dopo un successivo ricorso.
Meritevoli di approfondimento, secondo i legali di Cecere, sarebbero le “difficoltà di relazione” tra la commercialista e la sua segretaria e “il profondo disagio manifestato in più occasioni da Nada in prossimità della sua morte”. Uno zio aveva parlato di presunte confidenze da Nada circa le “buste con grosse somme di denaro” che sarebbero circolate nello studio di Soracco. Un affare losco, forse collegato a un giro di usura, con membri delle forze dell’ordine e “gente del porto” coinvolti: di tutto questo Nada avrebbe parlato a Pasqua, un mese prima di morire. Aggiungendo che stava cercando in ogni modo di andarsene ma che Soracco, accortosi di qualcosa, le avrebbe detto di “levarsi dalla testa l’idea di lasciare quell’ufficio”. Va detto che sulla pista degli affari sporchi, sostenuta anche dalle dichiarazioni di un collega di Soracco, si indagò già poco dopo il delitto, senza trovare nessun riscontro. Nemmeno lo zio di Nada, il quale ai tempi aveva aspettato un anno e mezzo a parlare (per paura, disse), afferma di ricordare nulla rispetto a queste rivelazioni.
Resta comunque la forte impressione, condivisa dai giudici di primo grado, che l’“enclave matriarcale” guidata da Marisa Bacchioni, la mamma di Soracco, abbia “contribuito nel tempo a confezionare progressivamente una versione dei fatti alternativa, volta a dissipare gli indizi a carico di Marco Soracco”: “È certo che chi fece ingresso nello studio non suonò o bussò alla porta” rimarca la difesa di Cecere, a smentire l’ipotesi di un raptus omicida seguito a una discussione tra le due donne.
CUNEO omicidio - Cronaca - processo - chiavari - Annalucia Cecere - Nada Cella - Marco Soracco

Condividi