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    CUNEO - mercoledì 6 maggio 2026, 20:20

    Trent’anni fa l’omicidio di Nada Cella. Ora c’è una sentenza sul caso della segretaria massacrata

    Nelle motivazioni della condanna in primo grado ad Annalucia Cecere si menziona il trasferimento a Cuneo: “Voleva mettere distanza tra il suo futuro e il delitto”
    Cuneodice.it Trent’anni fa l’omicidio di Nada Cella. Ora c’è una sentenza sul caso della segretaria massacrata Cuneodice.it
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    Fiori per Nada, davanti al portone del palazzo in cui fu assassinata proprio trent’anni fa, in via Marsala 14 a Chiavari. Li lascia la cugina Silvia Cella, insieme a una lettera. È un anniversario diverso da tutti quelli che si sono succeduti dopo il 1996, perché per la prima volta c’è una verità giudiziaria, pur provvisoria, su quel massacro finora senza colpevole e tuttora senza una logica, ammesso che di logiche si possa parlare.

    Fu uno scoppio d’ira puro e semplice, dicono i giudici della Corte d’Assise di Genova, nella sentenza con cui lo scorso gennaio hanno condannato a 24 anni di carcere Annalucia Cecere, oggi 58enne. Nelle motivazioni si parla anche del trasferimento dalla Liguria a Cuneo avvenuto pochi mesi dopo. Non fu una “fuga”, piuttosto un’occasione per cambiare vita approfittando della conoscenza con un medico che già vi risiedeva. Tuttavia si avverte l’esigenza di “interporre una certa distanza fra il proprio futuro e un luogo in cui ella s’è resa autrice di un così grave delitto”, ovvero Chiavari.

    La cugina di Nada

    Per un quarto di secolo gli investigatori si sono interrogati senza risultato sulle circostanze in cui poteva essere maturato un delitto di quel genere: una ragazza di 24 anni, gentile con tutti, timida, senza nemici, assassinata a colpi in testa con un oggetto contundente mai ritrovato - forse una pinzatrice - nell’ufficio del commercialista per cui lavorava. Un delitto senza premeditazione, di sicuro, ma che in maniera altrettanto certa doveva essere stato perpetrato da qualcuno che la segretaria conosceva già e a cui dunque aveva aperto la porta.

    A Cecere, oggi badante di un’anziana, in passato maestra di scuola, sposata con il titolare di un’impresa di trasporti, si è arrivati grazie a un verbale di sequestro. Quello relativo a cinque bottoni simili al reperto che la Polizia aveva rinvenuto sotto il corpo esanime della povera Nada. Molta parte del processo sul “cold case” chiavarese si è giocato attorno a questo indizio: era un bottone comune o no? Aveva o no la ghiara? Domande che per i giudici contano solo fino a un certo punto. È il quadro indiziario generale, non un singolo ritrovamento, a suggerire che il delitto di via Marsala potrebbe essere stato commesso se non da lei solo da “un potenziale clone di Anna Lucia Cecere”.

    A collocarla sul luogo quella mattina - Cecere abitava a poche decine di metri di distanza - sono vari elementi, fra tutti la testimonianza di una mendicante che la vide aggirarsi in stato confusionario e con una mano fasciata. La donna si chiamava Giuseppina Radatti, nel circondario l’avevano soprannominata “occhio di falco” per la sua attitudine fisionomista. È morta da tempo, ma il figlio, presente con lei quel giorno, ha confermato seppur in modo approssimativo la circostanza. All’epoca fu redatto in base alle loro indicazioni un photofit, una sorta di identikit, la cui somiglianza con la foto sulla carta d’identità della 26enne Cecere è ritenuta “realmente impressionante” dai giudici. Non si arrivò al riconoscimento, ma solo perché i carabinieri avevano sottoposto ai due testimoni un albo con oltre 400 immagini di donne: troppa confusione visiva, anche per un “occhio di falco”.

    Il fotofit in aula

    L’assassinio di Nada matura in quello che la corte definisce un “piccolo mondo antico tutto sui generis”, anzi “una sorta di enclave matriarcale sostenuta da madri disgustate o addirittura terrorizzate dall’idea che i loro figli in età da moglie coltivassero i propri sogni di vita con una ragazza madre” qual era la Cecere. Per contro, la zia e la madre di Soracco, il “bel partito” che lei aveva inseguito pur coltivando anche un’altra relazione “proibita”, avevano cercato di accasarlo con la segretaria. Il rifiuto di quest’ultima avrebbe provocato nei Soracco, famiglia della più rispettata borghesia cittadina, un rancore protrattosi ben oltre la morte. È Fausta Bacchioni, la zia del commercialista, a scrivere nel suo diario personale queste crude parole: “Nada: un nome pretenzioso che in spagnolo significa ‘niente’. Un ‘niente’, però, che ha inciso un marchio doloroso e indelebile sulla nostra famiglia”.

    Anche la Cecere - orfana cresciuta dalle suore, poi ragazza madre stretta tra lavori faticosi e relazioni senza prospettive - è animata secondo questa ricostruzione da un odio in cui convivono “la frustrazione, la rabbia, l’invidia sociale e la gelosia di tutta una vita trascorsa a cercare una sicurezza economica soltanto per il tramite di un uomo”. Nada era la dipendente a cui Soracco aveva imposto, giorni prima, di non passargli più le sue telefonate: il no della segretaria era “uno schiaffo in volto a mano aperta per il suo orgoglio di donna avvenente abituata a far girare gli uomini per strada e a scontrarsi, al più, con potenziali suocere”, ma anche “capace di inalberarsi e di esplodere se solo le cose non andassero come lei voleva”.

    Per questo “quella mattina l’imputata doveva a ogni costo incontrare di persona Soracco e chiedergli conto di quell’inopinata ‘chiusura’”. Il tentativo della segretaria di allontanarla, forse avvicinandosi al telefono sulla sua scrivania per chiamare il titolare, le sarebbe costato la vita.

    Trent’anni dopo questa è la verità, provvisoria, di un caso su cui si continua a interrogarsi, tanto a Chiavari quanto a Cuneo. Con una certezza: che il nome di Nada significhi ancora qualcosa.

    Andrea Cascioli
    luogo CUNEO
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    Tag:
    omicidio - Cronaca - processo - chiavari - Annalucia Cecere - Nada Cella - Marco Soracco

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