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    CUNEO - Friday 06 February 2026, 10:30

    Gli operai e gli impiegati cuneesi sono i più giovani del Piemonte

    In Italia età media dei lavoratori dipendenti del settore privato cresciuta di quattro anni dal 2008: un problema soprattutto per le piccole imprese. Il quadro nello studio della Cgia di Mestre
    Gli operai e gli impiegati cuneesi sono i più giovani del Piemonte

    I lavoratori dipendenti del settore privato in provincia di Cuneo sono in totale 185.527: tra di loro, 57.931 hanno più di 50 anni (il 31,2% del totale). In generale, l’età media è di 41,26 anni. Questo dato fa della Granda la provincia con i lavoratori dipendenti del settore privato mediamente più giovani in assoluto in Piemonte, novantaduesima in una classifica che va da Potenza (43,63 anni di media) a Bolzano (39,95 anni). I dati, riferiti al 2024, non tengono conto del settore agricolo e sono contenuti in un’indagine pubblicata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. 

    Dal rapporto emerge che nel 2024 l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato presenti in Italia ha sfiorato i 42 anni (41,91), con un incremento di quattro anni rispetto al 2008, quando si attestava poco sotto i 38. Ne consegue che oggi un dipendente su tre ha superato la soglia dei cinquant’anni. egli ultimi sedici anni l’aumento dell’età media di operai e impiegati è stato marcato e continuo; solo dal 2020 il dato ha mostrato una sostanziale stabilizzazione, senza tuttavia invertire la tendenza di fondo verso un progressivo invecchiamento della forza lavoro.

    A livello regionale l’età media più alta è quella della Basilicata (42,93 anni), seguita da Molise (42,65) e Umbria (42,55). In Valle d’Aosta (40,07), Trentino Alto Adige (40,13) e Calabria (41,33) i dati più bassi. Il Piemonte si attesta esattamente a metà della graduatoria, al decimo posto, con un’età media di 42,28 anni. A far registrare la percentuale più alta di lavoratori over 50 è il Friuli Venezia Giulia con il 35,7%, la più bassa in Calabria e Trentino Alto Adige, entrambe con il 29,8%. Il dato del Piemonte è del 34,4%.

    Si legge nello studio: “In molti Paesi europei, e in Italia in particolare, il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita”.

    I settori “ad alta intensità di lavoro" sono i più in difficoltà. Le imprese edili, quelle di facchinaggio, l’autotrasporto, i comparti produttivi che sono obbligati a lavorare anche di notte, in generali quelli nei quali i lavoratori sono sottoposti ad elevato dispendio di energie fisiche, guardano con crescente preoccupazione all’età media dei propri addetti. Prosegue l’indagine della Cgia: “Nei cantieri, alla guida di un Tir e in molte fabbriche l’invecchiamento delle maestranze non è più una tendenza, ma una realtà strutturale, aggravata da un fatto ormai evidente: i giovani non vogliono più fare questi mestieri. Il problema non è solo demografico, ma economico e produttivo. L’edilizia, ad esempio, è un settore che vive di lavoro umano, competenze pratiche ed esperienza diretta. Quando muratori, carpentieri e capicantiere vanno in pensione senza essere sostituiti, la capacità produttiva delle imprese si riduce. L’invecchiamento delle maestranze incide anche sui costi. Una forza lavoro anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese. Molti settori ad alta intensità di lavoro continuano a operare grazie alla disponibilità di manodopera straniera, ma fino a quando potremo ancora fare affidamento su questa risorsa?”.

    Un altro aspetto di analisi riguarda la maggiore difficoltà per le piccole imprese, rispetto a quelle più strutturate: “Se devono scegliere, i giovani, non hanno tanti dubbi; preferiscono quasi sempre le grandi imprese alle piccole per una combinazione di fattori economici, organizzativi e culturali. Non si tratta solo di una questione di salario, ma di aspettative di carriera, riduzione del rischio e qualità delle opportunità percepite. Le grandi aziende, ad esempio, offrono percorsi di carriera più strutturati, con ruoli definiti, sistemi di valutazione, formazione interna e possibilità di mobilità orizzontale e verticale. Per un giovane, questo significa poter investire nel proprio capitale umano con maggiore prevedibilità dei rendimenti. Nelle piccole imprese l’apprendimento può essere intenso ma poco riconoscibile all’esterno e spesso legato a competenze molto specifiche, difficilmente trasferibili. Lavorare per un grande marchio ha un valore simbolico: arricchisce il curriculum, facilita futuri passaggi occupazionali e, in caso di migrazione in un’altra azienda, migliora la posizione contrattuale del lavoratore. Esiste poi una dimensione culturale e generazionale. Dopo gli anni del Covid i giovani attribuiscono sempre più una grande importanza a welfare aziendale, flessibilità di orario, smart working, attenzione a diversità e sostenibilità. In sintesi, l’invecchiamento della popolazione occupata, accentuato dalla scarsità di giovani in ingresso nel mercato del lavoro, sta orientando sempre più le scelte delle nuove generazioni. Quando sono chiamati a decidere, i giovani privilegiano le grandi imprese, percepite come in grado di garantire maggiori tutele, visibilità e stabilità. È plausibile che nei prossimi anni questa dinamica si rafforzi ulteriormente, complicando in misura crescente la capacità dei piccoli imprenditori di reclutare manodopera”.

    QUI lo studio della Cgia di Mestre.

     

    a.d.
    luogo CUNEO
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    Tag:
    cuneo - lavoro - Piemonte - Cgia
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