“Ddl Sicurezza, quando la libertà viene trattata come una malattia”
Una riflessione della Rete Cuneese per la Palestina dopo gli scontri di Torino: “Rifiutare la violenza non significa accettare che ogni conflitto venga criminalizzato”Riceviamo e pubblichiamo:
Non possiamo evitare uno sguardo critico sul presente. Lo abbiamo scritto nel percorso del Giorno del Fare Memoria: quando, in nome della sicurezza, si risponde con repressione, aumento delle pene, controllo e silenziamento del dissenso, si ripropone una logica antica. Una logica che riduce la complessità sociale a un problema di ordine pubblico. Le persone diventano numeri, categorie di rischio, corpi da contenere. Il conflitto non si ascolta: si reprime. Il disagio non si comprende: si punisce.
È da qui che guardiamo con forte preoccupazione al nuovo Decreto Legge sulla Sicurezza: un altro provvedimento che promette sicurezza, ma produce meno diritti, meno fiducia, meno libertà.
Siamo contro ogni violenza
Le azioni violente avvenute il 31 gennaio, durante la manifestazione Torino Partigiana e intorno allo spazio di Askatasuna, ci interrogano profondamente. Lo diciamo senza ambiguità: siamo contrari alla violenza. Sempre. Ma rifiutare la violenza non significa accettare che ogni conflitto venga criminalizzato, che ogni dissenso venga trattato come una minaccia, che ogni spazio sociale venga trasformato in un problema di sicurezza.
Sicurezza di chi?
Il Decreto continua a proporre risposte semplici a problemi complessi: più reati, più pene, meno diritti. Una logica che non previene, non cura, non ascolta. La sicurezza viene identificata sempre più con il controllo e sempre meno con la giustizia sociale. Ma la sicurezza di chi?
• Non certo di chi subisce razzismo, violenze di genere, discriminazioni.
• Non certo di chi vive la precarietà, la marginalità, il disagio.
• Non certo di chi manifesta, studia, occupa spazi, costruisce socialità.
• Non certo di chi sciopera vista la linea Salvini di precettare.
Consumare è normale, pensare diventa sospetto
C’è un filo che lega tutto questo. La partecipazione collettiva viene raccontata come rischio, il dissenso come fastidio, la socialità che sfugge al consumo come qualcosa di sospetto. Consumare è normale. Pensare, organizzarsi, dissentire crea problemi.
Si preferisce reprimere piuttosto che investire in educazione, prevenzione, spazi di incontro, relazioni. Si sceglie il diritto penale al posto della responsabilità politica e sociale. Si trasforma il disagio in colpa.
Una domanda che riguarda tutti
Forse dovremmo chiederci: siamo tutti “matti” per qualcun altro? E allora: per chi oggi siamo “ebrei”? Chi è il soggetto da isolare, controllare, reprimere “per il bene di tutti”? Lo diciamo con chiarezza: cercare sicurezza calpestando i diritti significa produrre più vittime, non meno. Noi scegliamo di porci queste domande. Senza violenza. Ma senza rinunciare al pensiero critico, al dissenso, alla responsabilità collettiva.
Perché una sicurezza che cancella i diritti non è sicurezza. È solo paura istituzionalizzata.
Venerdì 6 febbraio - Via Cavour, Bra - ore 18–19 Incontro pubblico su Sicurezza o Repressione?
Rete Cuneese per la Palestina
CUNEO sicurezza - diritti - Scontri - Askatasuna - Rete Cuneese per la Palestina

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