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    CUNEO - martedì 9 giugno 2026, 15:10

    In Piemonte il lavoro nero genera un giro d'affari di quasi 5 miliardi di euro all'anno

    Lo studio della CGIA sulla base dei dati Istat. Secondo l’elaborazione, gli occupati irregolari nella nostra regione sono in totale 162 mila
    Cuneodice.it In Piemonte il lavoro nero genera un giro d'affari di quasi 5 miliardi di euro all'anno Cuneodice.it
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    Il lavoro nero in Italia continua a rappresentare un realtà economica di dimensioni rilevanti. È quanto emerge da un’analisi pubblicata dall’Ufficio Studi della CGIA sulla base dei dati Istat riferiti al 2023. Secondo questo rapporto, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno.

    Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7%) si concentra nelle regioni del sud, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti, ma se storicamente il fenomeno è stato associato alla parte meridionale del Paese, oggi il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel centro nord.

    Secondo l’elaborazione, gli occupati irregolari in Piemonte sono in totale 162 mila, l’8,5% del totale dei lavoratori della regione, per un giro d’affari di circa 4,87 miliardi di euro all’anno. In termini assoluti è la Lombardia a fare registrare il maggior numero di irregolari (402.500), mentre l’incidenza più alta sul totale degli occupati è quella della Calabria (17,9%).

    Il valore aggiunto totale prodotto nel 2023 dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel nord-ovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel nord-est.

    Tabella

    I settori più coinvolti

    A livello settoriale, le situazioni più critiche si registrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8%. In questo comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità del 20,8%, e le attività artistiche e di intrattenimento (attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento) con il 20,3%.

    I 2,6 milioni di occupati irregolari presenti in Italia che esercitano un’attività lavorativa in violazione delle norme tributarie, contributive e di sicurezza nei luoghi di lavoro, “provocano” un tasso di irregolarità complessivo del 10%.

    “I dati confermano come il lavoro nero continui a rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo”, si legge nel rapporto.

    Tabella

    Un fenomeno che cambia

    Il caporalato e lo sfruttamento del lavoro rappresentano una violazione dei diritti fondamentali della persona. Scrive l’Ufficio Studi della CGIA: “Le conseguenze non ricadono soltanto sui lavoratori vittime di questi abusi, ma anche sulle imprese oneste, che rispettano le regole e applicano correttamente i contratti di lavoro, e sulle organizzazioni impegnate nel contrasto all'illegalità. Lo sfruttamento lavorativo si intreccia con numerose problematiche sociali, tra cui l'immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani, il lavoro sommerso, la sicurezza nei luoghi di lavoro e l'emarginazione sociale. Inoltre, il fenomeno è in continua evoluzione e trova nuovi strumenti e modalità operative, anche attraverso le tecnologie digitali. Se in passato il caporalato era prevalentemente associato all'agricoltura e all'edilizia, oggi interessa un numero crescente di settori produttivi, soprattutto quelli caratterizzati da un'elevata intensità di manodopera e da minori tutele contrattuali”. 

    Da sempre il fenomeno del lavoro nero è associato al caporalato. Anzi, in moltissimi casi il primo è l’anticamera del secondo; non solo in agricoltura o nell’edilizia, ma anche nel tessile, nella logistica, nei servizi di consegna e di assistenza. Ad essere sfruttati sono i più fragili, come le persone in condizione di estrema povertà, gli immigrati e le donne. Il comparto maggiormente investito da questa piaga sociale ed economica è sicuramente l’agricoltura: anche in questo caso il fenomeno non è più confinato alle regioni del sud, ma ha intaccato - come accertato da più indagini e procedimenti giudiziari nel corso degli anni - anche la parte settentrionale del Paese.

    Si legge nel rapporto della CGIA: “L’eccidio avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara è quasi sicuramente riconducibile allo sfruttamento e alle pratiche schiavistiche praticate da pseudo-imprenditori agricoli e organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor più il sistema del caporalato. Segnaliamo che da alcuni anni l'Italia ha recepito la Direttiva europea 2019/6332 contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare e ha introdotto specifiche limitazioni alle vendite sottocosto. Nonostante ciò, secondo molte organizzazioni sindacali degli imprenditori agricoli, il forte potere contrattuale dei grandi marchi continua a comprimere i margini di numerosi piccoli produttori. Va inoltre ricordato che la legislazione italiana esclude proprio dal campo di applicazione di questa norma i conferimenti effettuati dai soci alle cooperative e alle organizzazioni di produttori. Quindi, oltre a modificare la legge nazionale includendo anche questi soggetti tra coloro che non possono tenere pratiche commerciali sleali, bisognerebbe incentivare l’attività ispettiva, garantendo, nel contempo, un forte aumento degli investimenti pubblici nel settore del trasporto e soluzioni abitative temporanee che consentano anche a questi lavoratori una vita dignitosa”.

    a.d.
    luogo CUNEO
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    Tag:
    lavoro nero - Piemonte - Cgia

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