Qualità dell'aria, Legambiente bacchetta la Regione: "In Piemonte manca una strategia"
Nel rapporto "Mal’Aria di città" anche una bocciatura per Mondovì: "Valori oltre le soglie malgrado sia fuori da aree metropolitane e pianura". Preoccupano i nuovi limiti in vigore dal 2030Nel 2025 solo tredici città italiane hanno superato i limiti giornalieri di PM10: è uno dei bilanci più positivi degli ultimi anni. Palermo è la “maglia nera” con 89 sforamenti, seguita da Milano (66), Napoli (64) e Ragusa (61). Considerando i nuovi limiti europei sulla qualità dell’aria che scatteranno nel 2030, però, il quadro cambia radicalmente: se i nuovi parametri fossero già in vigore oggi, sarebbe fuorilegge il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per l’NO2. Lo smog nelle città italiane, insomma, diminuisce, ma non abbastanza da cambiare davvero rotta.
Sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto “Mal’Aria di città 2026” pubblicato da Legambiente, che si concentra in particolare sulla situazione nei capoluoghi di provincia. All’interno della relazione l’associazione ambientalista torna a chiedere al Governo di rafforzare le politiche per la qualità dell’aria, intervenendo su tutte le principali fonti emissive – trasporti, riscaldamento domestico, industrie, agricoltura e allevamenti intensivi – e garantendo risorse adeguate, soprattutto nei territori più esposti come il bacino padano.
Lo scenario al 2030
Il 1° gennaio 2030, con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria, entreranno come detto in vigore nuovi limiti: il 53% dei capoluoghi italiani (55 città su 103) oggi non rispetta il limite previsto per il PM10 di 20 microgrammi per metro cubo. Le situazioni più distanti dall’obiettivo si registrano a Cremona, dove servirebbe una riduzione del 35%, seguita da Lodi con il 32%, Cagliari e Verona con il 31%, Torino e Napoli con il 30%. La situazione è ancora più critica per il PM2.5, dove 68 città su 93, pari al 73% (Cuneo compresa), hanno una media annuale superiore a 10 microgrammi per metro cubo. I casi più problematici sono Monza, che ha una media annuale attuale di 25 microgrammi per metro cubo e dovrebbe ridurre le concentrazioni del 60%, Cremona con il 55%, Rovigo con il 53%, Milano e Pavia con il 50%, Vicenza sempre con il 50%. Per quanto riguarda il biossido di azoto, 40 città su 105, pari al 38%, non rispettano il nuovo valore di 20 microgrammi per metro cubo, con le situazioni più distanti dall’obiettivo registrate a Napoli dove serve una riduzione del 47%, Torino e Palermo con il 39%, Milano con il 38%, Como e Catania con il 33%.
I dati di Cuneo
Nel 2025 Cuneo ha fatto registrare una media annuale di PM2.5 di 13 µg/mc: in Piemonte fanno meglio solo Verbania e Biella, ma per rispettare i limiti che entreranno in vigore nel 2030 servirà una riduzione del 23%. La concentrazione media di PM10 nel capoluogo della Granda lo scorso anno è stata invece di 18 µg/mc (secondo dato migliore della regione dopo Verbania), quella di NO2 di 20 µg/mc: entrambe le misurazioni rispettano già i limiti che saranno attivi dal 2030.
L’approfondimento sul Piemonte
Il focus sul Piemonte contenuto nella relazione restituisce un quadro chiaro, oltre che una forte critica nei confronti di chi amministra e ha amministrato la regione: “Il Piemonte si trova ormai da troppo tempo di fronte a una sfida strutturale, che non può più essere letta come un’emergenza episodica o meteorologica, ma come il risultato di scelte – o non scelte – che hanno inciso per decenni sul modello di mobilità, energia e gestione urbana. I cittadini piemontesi vivono in una regione con un territorio vasto e vario dove le criticità in termini di qualità dell’aria diffusa continuano a superare le soglie raccomandate dell’OMS nonché i nuovi limiti comunitari previsti per il 2030”.
Il tema - scrive Legambiente - è politico: “Il Piemonte continua a pagare l’assenza di una strategia forte sulla mobilità pubblica e individuale, sull’elettrificazione della mobilità e dei riscaldamenti e sull’efficientamento degli edifici. La nuova direttiva UE 2024 sulla qualità dell’aria non rappresenta un’imposizione burocratica dell’Europa comunitaria. È, al contrario, la traduzione normativa di evidenze scientifiche ormai solide: le soglie precedenti non tutelavano adeguatamente la salute come ampiamente documentato da decenni di studi autorevoli e indipendenti. Chi governa oggi deve assumere decisioni che producono benefici principalmente dopo la legislatura al di là delle logiche di voto, ma che, se mancano, generano danni immediati".
Una diminuzione troppo lenta
Tornando all’analisi su scala nazionale il dato più preoccupante - secondo Legambiente - è la lentezza con cui molte città stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno. Questa edizione di Mal’Aria ha analizzato i dati di PM10 degli ultimi quindici anni (2011-2025), calcolando attraverso una media mobile quinquennale la tendenza in ogni città e stimando i valori che potrebbero essere raggiunti entro il 2030. Delle 89 città analizzate, 49 nel 2025 registrano valori di PM10 superiori al nuovo limite europeo di 20 microgrammi per metro cubo. Di queste, 33 rischiano concretamente di non raggiungere l’obiettivo mantenendo l’attuale ritmo di riduzione: Cremona potrebbe scendere solo a 27 µg/mc, Lodi a 25, Verona a 27, Cagliari a 26. Situazione critica anche per Napoli, Modena, Milano, Pavia, Torino, Vicenza, Palermo e Ragusa (oggi a 28 µg/mc) che potrebbero rimanere tra i 23 e i 27 µg/mc. Potrebbero invece centrare l’obiettivo città come Bari, Benevento, Bergamo, Bologna, Caserta, Como, Firenze, Foggia, Latina, Lucca, Ravenna, Roma, Salerno, Sondrio, Trento e Vercelli, oggi sopra la soglia dei 20 µg/mc ma sulla traiettoria giusta per centrare l’obiettivo al 2030.
Focus sul bacino padano: Mondovì e Cavallermaggiore esempi negativi
Il bacino padano resta una delle aree più critiche a livello europeo per la qualità dell’aria. Il report di Legambiente dedica un focus a quest’area da cui emerge come la geografia dell’inquinamento sia cambiata: “Mentre un tempo le massime criticità si concentravano nelle grandi città, oggi piccoli e medi centri urbani e rurali risultano sempre più inquinati, anche a causa degli eccessi dell’allevamento intensivo. Un fenomeno che richiede politiche mirate e risorse adeguate, proprio quelle che i recenti tagli del Governo mettono a rischio”.
Tra gli esempi negativi citati nel rapporto, nella parte dedicata al Piemonte, emergono anche Mondovì e Cavallermaggiore. A Mondovì si registrano medie fuori dai limiti previsti per il 2030 nonostante si tratti di una cittadina posta ben al di fuori dalle dinamiche della città metropolitana di Torino e da quelle dalla pianura: “Una fotografia degli effetti delle mancate strategie politiche in materia di mobilità, efficienza energetica del patrimonio edilizio e persistenza di sistemi di riscaldamento ormai obsoleti in termini tecnologici e di combustibile”, si legge nel rapporto. I dati registrati nella centralina di Mondovì-Aragno registrano medie annuali di PM10 pari a 22 µg/mc, PM2.5 pari a 15 µg/mc e NO2 pari a 22 µg/mc. Cavallermaggiore (centralina Galilei) presenta invece limiti superati sia per i giorni di sforamento per il PM10 (21), sia per la media annuale di PM10 (27 µg/mc) sia per media annuale di PM2.5 (18 µg/mc).
“Il focus dedicato al Piemonte – dichiara Alice De Marco, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta - consegna una fotografia inequivocabile: la nostra regione è oggi uno dei territori più critici dell’intera pianura Padana. Le centraline non solo dei capoluoghi, ma anche dei centri medi e delle aree pedecollinari e montane, registrano valori che superano già oggi i limiti previsti per il 2030. Chiediamo alla Regione Piemonte, nonostante il taglio di risorse del Governo, di assumersi il ruolo che le compete: non possiamo sperare di raggiungere i limiti del 2030 senza un impegno deciso, stabile e strutturale. La Regione deve rafforzare le proprie politiche e i propri piani, rimettendo al centro la qualità dell’aria come priorità sanitaria e ambientale”.
I vertici di Legambiente: “Miglioramenti positivi, ma fragili”
“I miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti”, dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “È irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere segnali concreti, il Governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare questi progressi. La scelta di ridurre drasticamente già dal 2026 – e per tutto il prossimo triennio – le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano non va nella giusta direzione. Lasciare soli i territori più complicati del Paese è una scelta miope”.
“I risultati del 2025, tra i più positivi degli ultimi anni, vanno letti alla luce di condizioni meteorologiche favorevoli e della progressiva riduzione delle emissioni dovute al miglioramento tecnologico, non come frutto di politiche strutturali pienamente efficaci. L’analisi dei trend degli ultimi quindici anni è chiara: molte città riducono le concentrazioni di PM10 troppo lentamente per rispettare i limiti europei del 2030 e tutelare la salute delle persone. Raggiungere i nuovi parametri, più stringenti rispetto ai precedenti e più vicini ai livelli indicati dalle linee guida dell’OMS, è fondamentale per ridurre morti premature e impatti sanitari”, dichiara Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente. “Non possiamo rallentare: nel 2023 le vittime del PM2,5 in Europa sono state circa 238 mila, di cui 43 mila italiane, concentrate in pianura padana. Una conta drammatica che ci condanna a restare maglia nera europea”.
QUI il rapporto pubblicato da Legambiente.
CUNEO Legambiente

Condividi