"Ai giovani non serve essere giustificati sempre, serve essere presi sul serio"
L'intervento di Federico Porta ed Elia Farinelli, consiglieri comunali di Torre Mondovì: "Usare il disagio giovanile come spiegazione totale di tutto, rischia di ottenere l’effetto opposto"Riceviamo e pubblichiamo.
La deliberazione del Consiglio dei Ministri relativa al Decreto Sicurezza ha fatto registrare la presa di posizione di AVS a livello regionale, che qualifica profondamente ingiusto criminalizzare il disagio giovanile, con evidente richiamo e netto rimando ai fatti (misfatti) occorsi al corteo di Askatasuna a Torino.
Noi giovani di Destra riteniamo quantomeno improprio, quanto al merito e al profilo sostanziale, prendere posizione così rigorosa e manichea intorno al tema del disagio giovanile; tema che, innegabilmente, mostra la sua concretezza e la sua gravità in una pluralità di accadimenti, circostanze e manifestazioni, ma che non può trovare una generalizzata e indiscriminata estensione, accostamento né tantomeno semplificazione a meri usi ideologici e partitici.
Il disagio giovanile non può e non deve essere degradato a strumento di lettura superficiale e frettolosa della realtà giovanile né tantomeno fingere, per simpatie partitiche e posizionamenti ideologici, quale arma che critica non nel merito ma nella dimensione astratta le scelte politiche della compagine di governo. Critica che, pienamente lecita e ammissibile nella coscienza democratica, può e deve agire nel piano sostanziale delle riforme, senza tentare vani appigli a tematiche così complesse ma, al contempo, così superficialmente tirate in ballo.
Certi, il disagio giovanile esiste ed è sotto gli occhi di tutti. I dati sulla salute mentale lo confermano, ma prima ancora lo vediamo nelle vite quotidiane: ansia, solitudine, senso di precarietà, paura di non farcela. È qualcosa che attraversa profondamente la generazione di noi giovani. Far finta che non ci sia sarebbe miope e irresponsabile. Ma di chi la responsabilità a monte?
Detto questo, c’è una linea che non può essere confusa. Riconoscere il disagio non può essere la giustificazione alla violenza. Il disagio può aiutare a capire un contesto, non a cancellare la responsabilità di un gesto. Quando si picchia un agente, si usano armi improprie o si arriva a uccidere un compagno di classe, non siamo più davanti a una fragilità da comprendere, ma a un atto da fermare e giudicare. Mescolare questi piani non tutela i giovani: li riduce a soggetti incapaci di scegliere, come se fossero privi di coscienza e di limiti e li si tiene in un mondo utopistico.
Anche noi che siamo giovani abbiamo attraversato momenti di disagio, rabbia, confusione, paura, ansia. Come tantissimi altri. Ma questo non ci ha mai portato a pensare che la violenza fosse una risposta proponibile. La verità, che molti non vogliono dire, è che la maggioranza dei giovani vive difficoltà senza trasformarle in aggressione. È una realtà che va posta in rilievo, perché dimostra che il disagio non determina automaticamente distorsioni ideologiche e comportamenti eversivi.
Giustificare la violenza giovanile con il disagio spinge ancora di più in una pericolosa spirale, con intuibili strumentalizzazioni politiche. Allo stesso tempo, raccontare lo Stato come fermo o interessato solo alla repressione è una falsità.
Negli ultimi anni, con il governo Meloni sono stati introdotti strumenti concreti per intervenire sulla salute mentale. Il Bonus Psicologo, oggi strutturale, consente a molte persone di accedere a percorsi di psicoterapia. In Parlamento sono state presentate proposte mirate sulla prevenzione del suicidio e sul rafforzamento dell’assistenza psicologica, soprattutto per i più giovani, con reti territoriali e strumenti di supporto. Si può fare di più, ma non si parte da zero, contando il contesto economico non facile in cui si naviga a seguito di scelte finanziarie e populiste prese da governi passati.
Questo dimostra che contrapporre sicurezza e cura è una forzatura. Le due cose possono e devono stare insieme. Investire nella salute mentale non significa rinunciare a far rispettare le regole. E garantire la sicurezza non vuol dire negare il disagio. Uno Stato credibile, come noi auspichiamo, fa e deve fare entrambe le cose.
Usare il disagio giovanile come spiegazione totale di tutto, rischia di ottenere l’effetto opposto: normalizzare la violenza e indebolire il patto sociale. Ai giovani non serve essere giustificati sempre. Serve essere presi sul serio. E prenderli sul serio significa dire con chiarezza che il disagio va ascoltato e curato dalla famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni pubbliche, ma la violenza non è mai una risposta accettabile.
Elia Farinelli
Federico Porta
Consiglieri comunali di Torre Mondovì
TORRE MONDOVÌ 
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