Il referendum e una campagna dai toni osceni. Per fortuna è finita
Dal rischio dittatura agli "stupratori e pedofili rimessi in libertà": per chi voleva semplicemente informarsi è stato difficile schivare una propaganda feroce e sleale (da entrambe le parti)Per fortuna che è finita, verrebbe da dire. Una provocazione, ma non troppo. Se la vittoria del “no” nel referendum lascerà tutto com’era respingendo la riforma della giustizia proposta dal Governo, resta e resterà la sgradevole sensazione di una campagna referendaria che di settimana in settimana, con l’avvicinarsi dell’appuntamento con le urne, ha assunto toni che non è eccessivo definire osceni e indegni delle istituzioni di un Paese che vorrebbe considerarsi civile. Per chi voleva semplicemente informarsi sui contenuti della riforma e sul quesito referendario è stato infatti sempre più difficile districarsi tra i toni apocalittici, gli slogan fuorvianti e la pura disinformazione, in un dibattito che entrambe le parti - chi più chi meno, con le fisiologiche e lodevoli eccezioni - hanno contribuito ad abbassare a livelli radenti al suolo (e in alcuni casi scavando).
Da una parte l’allarme - partito dalla presidente Meloni in persona - per “stupratori e pedofili rimessi in libertà” e per i “figli strappati alle mamme” in caso di vittoria del “no”, dall’altra lo spauracchio del ritorno del fascismo e della dittatura con il prevalere del “sì”. Nulla di reale, chiaramente, nulla che avesse realmente a che vedere con i contenuti della riforma e con la sua bocciatura. Slogan, menzogne, raggiri nei confronti degli elettori. Toni da bar che dovrebbero stare nei bar, ma che sono invece stati normalizzati e sdoganati dai rappresentanti delle istituzioni, da coloro ai quali sarebbe spettato, invece, il compito di entrare nel merito del quesito referendario per tentare di renderlo chiaro e comprensibile anche a chi di magistratura, giustizia e Csm ne mastica poco o niente.
Si è preferita troppo spesso la propaganda, oggi più feroce di prima grazie ai social (o per colpa dei social), e in pochi possono dirsi completamente esenti da colpe, dai leader nazionali agli esponenti locali. Tanti gli esempi da entrambe le parti della barricata: da Matteo Salvini che strumentalizza la discussa vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” a Gratteri che parla dei “mafiosi che scelgono il sì”, dal “sistema paramafioso" citato da Carlo Nordio allo spauracchio della “democrazia a rischio” agitato dai leader della Cgil. E poi ancora più giù nell’abisso, con la magistratura descritta come “plotone d’esecuzione” e con la strumentalizzazione dei morti, da Falcone a Borsellino passando per Enzo Tortora, tirati per la giacca ora da una parte, ora dall’altra.
Il tutto condito da un fastidioso paradosso: entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di aver spostato il dibattito dal merito del referendum. Il bue che dà del cornuto all’asino, insomma.
In mezzo a tutto questo i cittadini, bombardati da una campagna referendaria che ha contribuito a disinformare più che a informare, trasformando il voto in una presa di posizione politica a favore o contro il Governo. Il dato dell’affluenza - almeno quello - è confortante e in sensibile rialzo rispetto ai più recenti appuntamenti elettorali. Conforta un po’ meno la considerazione che molti, troppi esponenti politici hanno dimostrato di avere degli elettori: numeri, burattini da raggirare con una propaganda spietata, individui che non meritano di essere informati in maniera onesta e leale. Per fortuna che è finita (per ora).
CUNEO referendum - politica - campagna referendaria

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