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    CUNEO - giovedì 16 luglio 2026, 19:15

    Botte nel centro diurno, parlano i genitori dei disabili: “Ci siamo fidati, ora ci sentiamo colpevoli”

    Le testimonianze di mamme e papà “traditi” dalla Per Mano. Una coppia racconta: “Ci dissero di non costituirci a processo, o avrebbero buttato fuori il ragazzo”
    Cuneodice.it Botte nel centro diurno, parlano i genitori dei disabili: “Ci siamo fidati, ora ci sentiamo colpevoli” Cuneodice.it

    È un processo in cui manca la voce delle vere vittime, i ragazzi disabili che secondo le accuse avrebbero subito per mesi o anni violenze e privazioni da chi doveva aiutarli. Al posto loro parlano i genitori, mamme e papà venuti anche da fuori provincia che facevano la spola con il centro diurno “Tetto Nuovo” di Borgo Gesso, perché le referenze erano ottime.

    “Lo abbiamo fatto ricoverare sotto consiglio del medico che ci seguiva, a suo dire sembrava fosse il centro migliore del Piemonte per l’autismo” racconta un papà, residente nel Torinese. “Noi eravamo convinti che fosse un centro di eccellenza sull’autismo e lasciavamo fare a loro il proprio mestiere” dice una mamma di Cuneo. Anche altri genitori la pensano così: “Da fuori era una struttura all’avanguardia, è dentro che non funzionava”. Quello che “non funzionava” è negli atti con cui la Procura ha portato a giudizio i vertici della cooperativa “Per Mano”, la coordinatrice Marilena Cescon con la figlia Manuela Bernardis, e altri dieci imputati fra educatori, psicologi, infermieri e oss. Una diversa inchiesta, per cui le indagini preliminari si sono chiuse pochi giorni fa, ipotizza analoghi reati e ha portato alla chiusura del centro diurno e della casa famiglia nello scorso autunno.

    Si parla di maltrattamenti gravi, botte ma anche punizioni immotivate, episodi di incuria, perfino una chat interna fra gli infermieri, chiamata “Sei un puttano”, in cui gli ospiti - tutti disabili con autismo e malattie mentali - sarebbero stati scherniti. Molti ragazzi non si esprimono a parole, ai genitori di tutto questo arrivava poco o niente. C’erano però i segni fisici, di cui parlano quasi tutti: “Quando andavo a prenderlo - racconta il padre di un paziente - sovente era pieno di lividi, è stato anche in cura al pronto soccorso. Io chiedevo spiegazioni, mi dicevano che era caduto per le scale, o che si era fatto male in palestra. Trovavano sempre delle scuse”. Eppure non erano ematomi di poco conto, assicura. Una mamma dice di aver notato un “livido grande” sotto i genitali di suo figlio, in un’occasione: “Avevo chiamato la Cescon e mi aveva detto che probabilmente era stato provocato dalla cyclette in palestra”. In palestra, però, non entrava nessun “estraneo”. I ragazzi venivano accompagnati e riportati al cancello esterno, vicino alla strada provinciale.

    A far sorgere sospetti, in più di un caso, era l’assenza di miglioramenti: “Arrivava a casa nervoso, sempre arrabbiato” dice una madre parlando del figlio. “Io telefonavo a Marilena, diceva che era bravissimo e che il problema era mio, perché non sopportavo mio figlio. Diceva che là si comportava bene, invece era tutta un’altra cosa. Di notte si svegliava e diceva ‘non chiudetemi a chiave’: si vede che lo mettevano in qualche stanza chiuso a chiave, cosa che noi non abbiamo mai saputo”. La stanza esiste, è la famosa relax room o “stanza blu”. Molti ex dipendenti del centro assicurano che non veniva mai chiusa e che i ragazzi vi venivano lasciati solo per il tempo di calmarsi, sotto sorveglianza dall’esterno. Nelle chat tra infermieri, però, si parla anche di disabili portati nella stanza blu “per punizione”.

    “Mio figlio disse che veniva rinchiuso per lungo tempo nella stanza blu e che la cosa lo terrorizzava” ricorda una signora. Suo figlio era uno degli ospiti più autonomi, tanto che aveva frequentato le scuole e conseguito un diploma. Al centro diurno era rimasto solo per un’estate: “Quando sono stata convocata dai carabinieri ho chiesto cosa fosse successo, lui ha subito urlato ‘non voglio più tornare in questo posto’. I carabinieri lo avevano rassicurato”. Chi, come lui, è in grado di esprimersi a parole. fa anche qualche nome. Tra i più ricorrenti c’è quello del coordinatore degli infermieri, Davide Peirone: “La cosa che ricordo di più è che quando vedeva Peirone aveva il terrore. Si buttava a terra” dice il papà di un altro ragazzo, che è invece un autistico non verbale.

    Il suo caso è uno dei più emblematici, perché copre un lungo arco di tempo. Entrato in casa famiglia ad appena nove anni, ne sarebbe uscito un decennio dopo al momento dello sgombero. I genitori sapevano già della prima indagine, quella del 2019, e avrebbero voluto portare il figlio altrove: non lo avevano fatto, dicono entrambi, perché l’Asl glielo aveva sconsigliato. “Era aggressivo, incontinente, tirava i capelli: ci hanno consigliato di metterlo in un centro per aiutarlo. L’Asl ci dava 400 pannolini ogni tre mesi” spiega la mamma, parlando delle condizioni del bambino prima di arrivare in casa famiglia.

    Il problema, aggiunge, è che “invece di andare avanti andava indietro”. A distanza di anni i comportamenti erano gli stessi, di un progetto educativo non c’era traccia. C’erano invece altri segni: “Gli ematomi li scoprivo quando veniva a casa e lo lavavo: gli tagliavano anche le unghie facendogli uscire il sangue. Mio marito aveva chiesto di lasciare perdere, ce ne saremmo occupati noi. Ma loro continuavano”. Entrambi i genitori parlano di una convocazione da parte di Cescon e delle figlie, intorno al 2024, quando il polverone di una nuova inchiesta si era ormai alzato: “O ritirate la costituzione di parte, o il ragazzo lo buttiamo fuori entro sessanta giorni” avrebbe detto la coordinatrice.

    L’infermiere che seguiva questo ospite, sentito anche lui nell’udienza odierna come testimone, assicura che di miglioramenti ce n’erano stati: “È passato dall’avere il pannolino ad andare in bagno una volta ogni ora”. Neanche per idea, ribattono mamma e papà. Solo con l’addio alla “Per Mano” e l’inserimento in una nuova struttura il figlio è tornato a vivere: “In pochi mesi ha fatto un miglioramento enorme nella nuova struttura, adesso sì che ha tolto il pannolone e ha preso qualche chilo. Lo portiamo con noi al ristorante e al supermercato, è venuto alla cresima della sorellina”. Il passato però non si cancella: “Io mi sono fidata, ho lasciato lì mio figlio per dieci anni. Io e mio marito non eravamo lì dentro, non sapevamo cosa dovessero o non dovessero fare”.

    Andrea Cascioli
    luogo CUNEO
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    Tag:
    cuneo - disabili - Cooperativa - Maltrattamenti - Cronaca - processo - per mano

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