Caso Nada Cella, l’appello di Antonella Delfino Pesce: “Ora Cecere e Soracco parlino”
La criminologa che ha dato il via alle indagini parla all’indomani della sentenza: “Su di me falsità enormi. Ma in questa vicenda manca la voce dei due imputati”“Mi sembra che siano passati sei mesi da ieri” dice al telefono, ridendo, Antonella Delfino Pesce. Neanche il fastidio per il volo cancellato - sarebbe dovuta tornare a Bari, oggi - offusca la soddisfazione per il risultato ottenuto: è grazie soprattutto a lei se ora c’è un verdetto sull’omicidio di Nada Cella, a quasi trent’anni esatti dall’assassinio della giovane segretaria nello studio di via Marsala 14 a Chiavari.
Quel verdetto pesa come un macigno, perché nemmeno lei si aspettava la condanna di Annalucia Cecere, la presunta assassina di Nada, e di Marco Soracco, che l’avrebbe aiutata in qualche modo con il suo silenzio. La criminologa barese è la donna che ha rimesso insieme i faldoni ingialliti di un’inchiesta già chiusa, scovando uno per uno gli indizi che hanno portato a quella villetta tra Boves e Cuneo, dove la Cecere oggi abita con un marito e un figlio che della vicenda non sapevano niente.
Lei però non ci sta a sentirsi dire che un processo indiziario - lo ha definito così anche il sostituto procuratore Gabriella Dotto - valga meno di un altro giudizio. Le prove genetiche non sono tutto, dice una persona che nella vita fa la biologa molecolare all’università: “A volte il Dna viene usato come stampella per tenere in piedi indagini zoppe: ma dovrebbe restare il cappello di un’inchiesta, non il suo pilastro portante. Il rischio, altrimenti, è di trasformare il processo in una guerra tra periti. Questa è stata un’indagine indiziaria, ma solida”.
Il verdetto con mamma Silvana: “Non volevo fosse sola”
Delfino Pesce al processo non ha partecipato, se non in un’udienza nella quale era convocata come testimone. “Mi sono sempre sentita con la cugina di Nada, Silvia, e con sua mamma Silvana - dice - ma non seguire le udienze è stata una scelta precisa. A ognuno il suo, non sono un avvocato: io sono rimasta a fare il mio lavoro”. Neanche ieri era a Genova, per la lettura della sentenza. Però era a pochi chilometri da lì, a sorpresa: nell’abitazione che fu di Nada e dove tuttora risiede sua mamma, l’85enne Silvana Smaniotto. Non lo aveva detto a nessuno: “Non volevo lasciar sola Silvana. Ho pensato che se fosse arrivata l’assoluzione avrebbe avuto bisogno di me”. E poi, aggiunge pensando ai primi incontri con la vedova Cella, “in quella casa tutto è cominciato ed era giusto continuare lì”.
Ad aggiornarla dal tribunale c’era Silvia. “Mi ha scritto su Whatsapp” dice: “Ho fatto una faccia allucinata e Silvana se n’è accorta. Quando le ho detto che c’era scritto della condanna, ha pensato che avessi sbagliato a leggere”. Certo, c’è la consapevolezza che si tratti di un passaggio intermedio: “Ieri c’è stato un grande punto fermo, ma non è finita. Bisogna tener duro fino alla fine”. Per lei, però, è anche una rivincita personale rispetto alle accuse subite in aula e non solo: “C’è stata un’animosità spropositata e fuori luogo, a volte mi hanno nominata, in senso dispregiativo, come ‘quella che va a cavallo’ o ‘la veterinaria’ [Delfino Pesce è laureata in veterinaria e appassionata di ippica, ndr]. Sono state dette falsità enormi sul mio conto e una parte della discussione è stata centrata su di me”. Si rivarrà? “Mi è stato consigliato di querelare e sentirò un legale a febbraio. A me però non piace essere parte in causa in questi litigi. Ai difensori degli imputati mi sento di dire che io comunque sono andata a testimoniare, a differenza dei loro assistiti”.
“Cecere mi chiamò prima della nuova indagine”
Alla sentenza di primo grado mancano le motivazioni, che arriveranno tra novanta giorni. Ma è difficile che facciano piena luce su tutte le zone d’ombra di questo giallo infinito. C’è una cosa in particolare che manca, sostiene la grande accusatrice: “Credo che manchi la voce dei due imputati: stiamo aspettando da trent’anni, è arrivato il momento che parlino”.
Soracco ha parlato molto, in realtà, sia dentro che fuori dalle aule di giustizia. Senza però sottoporsi all’esame diretto delle parti. “Dopo il rinvio a giudizio - racconta di lui Delfino Pesce - ci siamo ancora sentiti anche se i rapporti erano molto cambiati: con Soracco c’era un’amicizia, fin quando non ho sbattuto contro un muro, tastando con mano il fatto che avesse mentito”. Il suo comportamento resta insondabile: l’accusa ritiene che abbia coperto l’autrice del delitto pur avendo ogni motivazione per puntare il dito su di lei. Ma perché? “Penso rientri in un quadro più grande, dove più persone hanno evitato che la Cecere finisse sotto la lente degli inquirenti. L’obiettivo però era difendere loro stesse, non lei”.
A proposito della Cecere, la criminologa dice di avere ancora paura delle minacce che le aveva rivolto nelle telefonate del 2019, infuriata perché la Delfino Pesce l’aveva “sondata” senza rivelarsi. Anzi, aggiunge, ha più paura di prima. Un particolare che ci rivela non era mai stato reso noto prima: “Lei si è fatta sentire anche dopo, poco prima della riapertura dell’indagine nel 2021. Una telefonata a cui non sono riuscita a rispondere in tempo. Dopo non ha più risposto ai miei tentativi di ricontattarla”.
Un film sul giallo di Nada? Non prima dei processi
Ma sono anche altri gli interrogativi ancora aperti, a cominciare dall’identità della “signorina”, la voce anonima che per mesi parlò a mezza Chiavari dei suoi sospetti su Cecere, senza mai recarsi dalle forze dell’ordine. Hanno cercato di scoprirla perfino dei chiavaresi appassionatisi al caso, chiedendo a parenti anziani se riconoscessero quella voce. Delfino Pesce ha girato nei ricoveri per tentare di individuarla, casomai fosse stata ancora in vita: “È stata un’esperienza straordinaria. Non si è ancora riusciti a identificare l’anonima, ma non è detto che non possa succedere in futuro”.
È una vicenda da film, hanno detto in tanti: una studentessa di criminologia che si imbatte in un cold case dimenticato e lo risolve, rimediando ai vecchi errori degli inquirenti. “Ci sono tante di quelle cose incredibili in questa storia che nessun film potrebbe avere una sceneggiatura del genere” ci aveva detto lei, in un’intervista precedente. E qualcuno in realtà le ha già chiesto di raccontarla, rivela ora: “Mi hanno parlato sia di libri che di film. È una storia che merita di rimanere nel tempo, ma prima di tutto questo vorrei vederne la conclusione processuale”. Il futuro? Per parlarne, rispolvera il motto di un eroe risorgimentale, Amatore Scesa: “Tirem innanz”.
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