Caso Nada Cella, spintoni ai cronisti dopo la sentenza. Cecere non rompe il silenzio
Attimi di tensione davanti all’abitazione cuneese dell’imputata. In aula Soracco non si è sottratto: “La condanna? Se fondata, è stata fatta giustizia”L’emozione a Chiavari, dove la mamma di Nada Cella aspettava una sentenza attesa da trent’anni insieme ad Antonella Delfino Pesce, la criminologa che ha consentito di riaprire il cold case. Il silenzio nella campagna cuneese, davanti all’abitazione di Annalucia Cecere, dove nessuno ha voluto parlare neanche questa volta.
Dopo il verdetto di condanna nei confronti dell’ex maestra, a ventiquattro anni di carcere, nel pomeriggio di giovedì il marito Lorenzo Franchino è uscito dall’abitazione in via Bisalta insieme al figlio, cacciando in malo modo i cronisti: è volato anche qualche spintone. Cecere non ha mai preso parte al processo, né lo ha commentato in alcun modo. Un profilo riservatissimo, il suo, coerente con l’immagine che tutti hanno di lei nel vicinato, tra Mellana e Spinetta: una vita tutta dedita alla famiglia, poche uscite, qualche spesa in un vicino supermercato a Borgo Gesso. Non si trovano nemmeno foto recenti che la ritraggano.
Tutto il contrario rispetto al coimputato, il commercialista chiavarese Marco Soracco, che non si è mai negato né alle interviste né alle dichiarazioni davanti ai giudici. Soracco era in aula anche ieri, ad ascoltare una condanna che è arrivata pure per lui: due anni per favoreggiamento, pena sospesa. “Pensavo che fosse stato recepito il fatto dell’estraneità” ha commentato subito dopo, senza esporsi riguardo all’altra accusata, l’autrice materiale del delitto che - secondo la Corte d’Assise - lui avrebbe aiutato a sottrarsi alla legge con i suoi silenzi e le omissioni: “Sulla Cecere non dico assolutamente nulla, penso alla mia posizione”. Poi però qualcosa lo dice: “Se la sua condanna è fondata, è stata fatta giustizia. Se non è fondata, invece no”.
Il tribunale presieduto dal giudice Massimo Cusatti ha escluso una delle due aggravanti che la Procura aveva contestato, chiedendo l’ergastolo: ovvero l’aver agito con crudeltà, cioè infliggendo sofferenze alla vittima non necessarie rispetto al fine di provocarne la morte. Resta invece l’altra aggravante, il futile motivo. Tale è ritenuta la presunta gelosia nei confronti della giovane segretaria di Soracco. Il mantenimento dell’aggravante è cruciale, perché esclude la possibilità della prescrizione del reato.
“Le sentenze non si commentano, aspettiamo le motivazioni e sicuramente appelleremo. È una sentenza che non ci soddisfa” sono le parole pronunciate a caldo da Giovanni Roffo, l’avvocato che insieme alla collega cuneese Gabriella Martini difende la principale accusata: “Sinceramente non riesco a comprendere come si sia potuti arrivare a un’affermazione di penale responsabilità in un caso del genere. C’era stata una sentenza precedente che aveva assolto Annalucia Cecere”. Il riferimento è al verdetto del gup Angela Maria Nutini che nel maggio 2024 aveva scagionato Cecere e Soracco, puntando però il dito contro quest’ultimo e invitando gli inquirenti ad approfondire la pista degli affari sporchi del commercialista. Un successivo pronunciamento della Corte d’Appello dispose invece il rinvio a giudizio.
Cecere resta comunque in libertà fino a sentenza definitiva. Sotto il profilo economico, la corte ha imposto il pagamento di una provvisionale - il risarcimento immediatamente esecutivo - pari a 100mila euro per Silvana Smaniotto, la mamma di Nada, a 50mila per la sorella Daniela e a 20mila per lo zio Saverio Pelle. Anche Marco Soracco dovrà pagare: 10mila euro alla Smaniotto e alla figlia, 5mila allo zio. Il risarcimento complessivo è rimesso, come quasi sempre accade, al giudice civile.
“La sentenza non la definisco coraggiosa, la definisco corretta. Speriamo davvero che possa reggere perché ci sarà un appello, lo sappiamo tutti, ma non mi interessa” ha commentato l’avvocato della famiglia Cella, Sabrina Franzone. Da lei un grazie, anzitutto, alla criminologa barese, architrave di questo giallo dove le figure femminili - la vittima, la mamma, la presunta assassina, ma anche la madre di Soracco e la misteriosa “signorina” delle telefonate - hanno giocato un ruolo preponderante dall’inizio: “Antonella ci ha dato una mano gigantesca, nonostante tutte le cattiverie che ho sentito in quest’aula, gratuite e sbagliate”.
“La sentenza - ha aggiunto Franzone - offre una speranza a molte persone. Questo processo è stato difficile, coraggioso: se non avessimo incontrato una Procura così determinata e una polizia giudiziaria che ha messo tutto l’impegno non saremmo arrivati qua. Mille volte sarebbe stato più facile dire: chiudiamola, lasciamo stare, abbiamo molte cose più urgenti da fare. E invece nessuno ha mollato”. A contare, ripete anche lei, non è la pena ma l’affermazione di responsabilità: “La prima cosa che dirò alla mamma? Che ce l’abbiamo fatta. Che adesso la può lasciare andare. Forse il perché del tutto non l’abbiamo scoperto, in parte potrà uscire da questa sentenza. Ma quello che conta davvero è poter dire ‘ora so’”.
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