“Ce l’abbiamo fatta”. Ora c’è una verità sulla morte di Nada Cella
Con la madre della vittima c’è la criminologa che ha fatto riaprire le indagini: “Non mi aspettavo la condanna, ma non c’è niente di cui gioire”“Contenta?” chiedono i giornalisti. Contenta no, risponde Antonella Delfino Pesce: “Siamo qui perché è morta Nada, non è una questione di felicità, ma qualcuno crede ancora che esista la giustizia. Io non mi aspettavo la sentenza di condanna, neanche Silvana”.
A Chiavari, nell’abitazione di Silvana Smaniotto, la mamma di Nada Cella, ha atteso la sentenza la criminologa barese che nel 2021 convinse la Procura di Genova a riaprire le indagini su un omicidio insoluto di venticinque anni prima. Il delitto di via Marsala, lo chiamavano i giornali: una segretaria di 24 anni massacrata nello studio del commercialista per il quale lavorava, senza una ragione evidente e senza che nessuno avesse visto o sentito nulla, almeno in apparenza.
Ora una verità c’è, almeno provvisoria. A uccidere Nada fu una ragazza come lei, più vecchia di qualche anno appena. Si chiama Annalucia Cecere e oggi vive alle porte di Cuneo, con il marito titolare di una ditta di autotrasporti e il figlio. Per Nada era appena una conoscente, per il suo datore di lavoro, Marco Soracco, forse qualcosa di più: su questo, però, non si sa e probabilmente non si saprà mai altro. Sta di fatto che l’impianto accusatorio, tutto indiziario, ha convinto i giudici della Corte d’Assise di Genova. Fu la Cecere, dicono, a presentarsi la mattina del 6 maggio 1996 nello studio di Soracco, dove Nada era sola. Ne nacque una lite, non si sa perché. La visitatrice afferrò un oggetto e colpì alla testa l’altra donna, continuando poi a sbatterla contro il pavimento fino a sfondarle il cranio. Un massacro insensato, caotico.
Anche per questo stupisce che la giustizia abbia faticato tanto a far emergere una ricostruzione credibile su quanto accaduto. Hanno giocato a sfavore la confusione nelle prime indagini - polizia e carabinieri non si parlavano - e una serie di circostanze incredibili, tra cui l’allagamento degli archivi della ex Procura di Chiavari: andarono persi, tra l’altro, i verbali del datore di lavoro dell’accusata, un dentista di Santa Margherita Ligure, che ai carabinieri aveva risposto in merito alla presenza della donna quel mattino. Oggi non ricorda più nulla, e non è il solo.
Il caso è stato riaperto nel 2021 dalla Delfino Pesce, impegnata in una tesi per un corso di criminologia. A indirizzarla, in particolare, il verbale sul ritrovamento di cinque bottoni in casa di Cecere, a poche decine di metri da via Marsala: erano identici a quello repertato sotto il corpo della segretaria, dice l’accusa. Erano simili ma non gli stessi, risponde la difesa. Da lì è partita la catena degli indizi, i pezzi di un puzzle che nessuno aveva mai messo insieme: Annalucia aveva vissuto un’infanzia travagliata a Chiavari, cresciuta dalle suore dopo la morte dei genitori, un figlio in giovanissima età da un uomo molto più vecchio. Faceva la donna delle pulizie e voleva qualcosa di più dalla vita. Soracco, 34enne, scapolo e figlio di una famiglia della buona borghesia chiavarese, poteva esserle sembrato un buon partito.
Di mezzo c’era Nada, o almeno così credeva, dato che la segretaria spendeva parole di disprezzo per il suo datore di lavoro nei propri diari. Una “rivale” eliminata con ferocia e senza un perché. Ecco, il movente resta in realtà un mistero, così come l’arma del delitto. Soprattutto non si sa perché Marco Soracco, condannato a sua volta per favoreggiamento, volle intorbidire le acque proprio nel momento in cui era lui l’unico indiziato credibile. Eppure sono molti gli elementi che non tornano: né lui né sua madre, Marisa Bacchioni, oggi ultranovantenne, parlarono delle insistenti chiamate ricevute dalla Cecere nei giorni precedenti al delitto, tanto che pare avessero chiesto a Nada di non passare più le sue telefonate - ne parla la Bacchioni, intercettata. A proposito di telefonate, c’è la misteriosa chiamata che Soracco ricevette all’indomani della morte di Nada: “Sono Anna, se questo ti può far star bene non sono mai stata innamorata di te, anzi mi fai schifo”.
Tra novanta giorni le motivazioni faranno chiarezza perlomeno su ciò che ha portato la corte a decidere per la colpevolezza dei due accusati. La sentenza di condanna è stata accolta da grida di emozione e pianti dalla mamma di Nada, una presenza discreta e costante in questi anni: “È stata una deflagrazione per tutte e due” testimonia Delfino Pesce. “Neppure io - aggiunge - all'inizio pensavo di aver capito bene, non riuscivo a crederci, per Silvana è stata un’emozione grandissima, mi ha detto che sta meglio. Menomale che c’era lei, perché è sempre la persona più utile di tutti”. Contenta? No: “Non c’è niente di cui gioire. C’è da dire: la giustizia ce l’ha fatta con trent’anni di ritardo, con tante difficoltà. È stato faticosissimo, ma ce l’abbiamo fatta, ce l’ha fatta una Procura eccezionale”.
“Ce l’abbiamo fatta” ripete mamma Silvana, al telefono con l’avvocato Sabrina Franzone, e poi le parole si interrompono per dare spazio alle lacrime mentre sussurra “bastardi”. “Speravo in questo risultato, per Nada e la sua famiglia abbiamo lottato fine alla fine, abbiamo avuto paura ma la verità è nota a tutti” dice la legale della famiglia: “La verità ci voleva per lei e per la sua famiglia che non si può dire cosa ha passato. Questa sentenza restituisce a tutti fiducia. Nada non tornerà ma era giusto che venisse fatta chiarezza”.
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