Dal crack alle minacce per costringere una ventenne a prostituirsi, l’orrore in “live” a Cuneo
Un pluripregiudicato è a processo, altri due uomini hanno patteggiato. Al centro una rete di favori sessuali tramite la app SnapchatÈ una storia di droga e prostituzione, ma anche di minacce più o meno velate, di appostamenti sotto casa, di violenze psicologiche contro una persona che non poteva difendersi. L’incubo che una famiglia cuneese ha attraversato, per amore di una figlia fragile, rivive oggi in tribunale.
Lei, la protagonista di questa vicenda, sul banco dei testimoni non dovrà salire: troppo rischioso per una ragazza che sta attraversando ancora oggi un delicato percorso di recupero in comunità. Non aveva compiuto vent’anni, quando la tossicodipendenza l’ha scagliata in un vortice di cattive frequentazioni, di uomini adulti pronti ad approfittarsi di lei per 50 euro. Il prezzo è quello delle ricariche per le live su Snapchat, una piattaforma di messaggistica in video. Un’amica era già nel “giro”, era lei a gestirle i contatti per le videochiamate erotiche con il profilo social, anche tramite Instagram: “Lei si spogliava e io guardavo” racconta un cliente che l’ha “comprata” una volta. Dice anche di aver avuto l’impressione che qualcuno le dicesse cosa fare, fuori dallo sguardo della videocamera del pc.
Non sapeva chi avesse davanti, comunque. Una ragazza che fin dall’adolescenza era entrata e uscita dal reparto psichiatrico e dalle comunità per tossicodipendenti, in un caso obbligata dal giudice minorile perché aveva compiuto un reato. Alle spalle aveva l’amore di mamma e papà che l’avevano adottata in un Paese lontano e cresciuta con tutte le cure, comprese quelle psicologiche. Ma anche i traumi di un’infanzia negata, un disturbo di personalità, un ritardo cognitivo grave: i fantasmi che l’hanno spinta verso gli stupefacenti. “Era assolutamente ingestibile, ce l’aveva col mondo intero e soprattutto con i genitori. Fu un ricovero piuttosto complicato” ricorda una psichiatra, parlando del primo ricovero: “A questo ne sono seguiti altri, lei aveva e ha tuttora l’impulso a strapparsi i capelli”.
Assumeva sostanze già allora: cannabinoidi, cocaina, crack. Alla dottoressa non aveva parlato in modo chiaro di quello che era accaduto a cavallo di ferragosto del 2022: “Ma si immaginava dal suo racconto. Disse che le avevano sequestrato il telefono per tre giorni, erano più uomini”. Fra quegli uomini ci sarebbe Albert Ndoja, pluripregiudicato per spaccio, l’unico che ha scelto il processo in dibattimento: lo si accusa di aver incassato i soldi delle live e anche di aver costretto una seconda donna a vendersi. Altri due indagati, Simone Reale e Simone Borello, hanno patteggiato una condanna rispettivamente per induzione alla prostituzione e per cessione di stupefacenti. Un quarto, Brahim Youchikh, ha chiesto l’abbreviato: deve rispondere di induzione alla prostituzione per aver fornito al gruppo ospitalità in casa sua.
La mamma della giovane dice di aver sentito parlare più volte in casa sia dei due Simone che di Albert: “Disse che ‘l’albanese’ in un caso aveva detto ‘do fuoco a casa tua con tua madre dentro’: lei aveva molta paura. Una volta uno di questi le aveva detto che gli doveva 20mila euro, lei non capiva perché”. Le fughe da casa c’erano già state, ma quello che era successo prima di ferragosto aveva gettato i genitori nella più profonda inquietudine. La figlia era sparita per più giorni, a un certo punto sul cellulare della mamma era comparso un messaggio da un’utenza sconosciuta: “Diceva che non dovevo preoccuparmi, che forse sarebbe tornata ma doveva scegliere per la sua vita. Non era il suo modo di esprimersi, ho pensato che non fosse lei ad averlo scritto”.
Solo il 16 agosto i carabinieri l’avevano riaccompagnata a casa: “Era terrorizzata. Devo ringraziare il maresciallo che è intervenuto per tranquillizzarla, è rimasto con noi e le ha parlato”. Mentre erano lì uno degli uomini, qualificatosi come Simone, aveva chiamato per chiedere della ragazza: “Ricordo di avergli detto di tenersi lontano da mia figlia e lui si era messo a ridere. Aveva risposto che era tutto registrato e che sarebbe finito sui social”. La storia non si era chiusa lì: “È successo che degli uomini suonassero il campanello di casa chiedendo di lei nei giorni successivi. Vedevamo sotto casa un uomo col codino e spesso una macchina scura parcheggiata”. Giorni dopo era stata sua figlia stessa a chiedere di andare a fare denuncia. Mamma e papà avevano aspettato fuori dalla caserma: “Di quello che ha detto non sappiamo niente di più di quello che si è letto negli atti. Abbiamo parlato del presente, c’era molto da fare per rimediare e per aiutarla a superare la condizione in cui si trovava”.
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