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    LIMONE PIEMONTE - Wednesday 04 March 2026, 13:49

    Furti di ferro sul cantiere del Tenda, la Procura chiede la condanna nell’appello bis

    I materiali nuovi uscivano travestiti da “rifiuti” e venivano rivenduti, sostiene l’accusa. Le difese: “Nessun nesso con l’esecuzione dei lavori”
    Furti di ferro sul cantiere del Tenda, la Procura chiede la condanna nell’appello bis

    Due metafore di segno opposto riecheggiano nella discussione del processo di appello bis per i furti sul cantiere del tunnel di Tenda. La vicenda è quella che portò nel maggio 2017 al sequestro, poi al blocco dei lavori e alla riassegnazione degli stessi a Edilmaco, con tre anni trascorsi invano nel mezzo.

    In sede giudiziaria l’inchiesta della Guardia di Finanza è stata sdoppiata: a Torino si è proceduto per frode allo Stato e altre imputazioni relative all’esecuzione dei lavori, tutte venute a cadere. La sentenza di assoluzione dei quindici imputati, non impugnata dalla Procura, è divenuta definitiva. A Cuneo era invece rimasto, per competenza territoriale, il tema dei furti commessi dalla “banda del ferro”. Nelle intercettazioni i finanzieri avevano captato sette mesi di conversazioni tra gli indagati - il direttore tecnico del cantiere Antonio Froncillo in primis - e gli altri funzionari del cantiere. Il contabile Sergio Scarpelli, in particolare, si lamentava: “Avete venduto tonnellate e tonnellate di ferro e mai una cena”. Le cene in realtà si facevano, si parla infatti delle famose “pizze in compagnia” pagate con i soldi del traffico del ferro.

    In una delle telefonate, l’operaio Nunzio De Rosa parla con un autista dell’azienda che si occupava, ufficialmente, degli smaltimenti ferrosi: “Carichiamo prima le centine, poi completiamo con il mucchio. E ci mettiamo i rifiuti sopra”. Il meccanismo avrebbe consentito di sottrarre oltre 200 tonnellate di ferro al cantiere e di rivenderle in nero: almeno 23mila euro di guadagno accertati, ma secondo gli inquirenti il “giro” complessivo supererebbe i 100mila euro.

    In primo grado il giudice aveva condannato tutti i cinque imputati - insieme a Froncillo c’erano i capo cantiere Giuseppe Apone e Antonio Palazzo e gli operai Luigi Mansueto e Nunziante De Rosa, quest’ultimo deceduto in seguito. L’appello ha riqualificato come appropriazione indebita e annullato la sentenza, in mancanza di una querela che la ditta che eseguiva l’appalto, la Grandi Lavori Fincosit, non ha mai presentato. La Cassazione ha a sua volta respinto questo verdetto e rimandato tutto alla Corte d’Appello.

    Il ferro era davvero un rifiuto, sostengono le difese. Il ferro era materiale nuovo, afferma invece l’accusa, sulla scorta degli appostamenti in cui gli operai erano stati filmati nell’atto di tagliare le centine e nasconderle sui camion insieme ai rifiuti “veri”: “Era sostanzialmente una ‘truffa delle etichette’” afferma il procuratore generale Giancarlo Avenati Bassi. “Non è che se chiamo rifiuto qualcosa che rifiuto non è diventa appropriazione indebita - aggiunge - perché altrimenti anche un Rolex lasciato nel cassetto da qualcuno, una volta portato via come rifiuto, sarebbe stato considerato tale”.

    La difesa risponde con una metafora di segno opposto, enunciata dall’avvocato Andrea De Carlo: “Le tonnellate uscite dal cantiere vanno proporzionate con le seimila tonnellate acquistate: se ne compravano di più, come quando si fa la piastrellatura del bagno. In quel tratto sono state posate 800 centine”. Il “fantasma” di una cattiva esecuzione dei lavori, collegata ai furti, è stato scacciato dalla sentenza del processo di Torino, sottolinea il legale di Froncillo: “L’ipotesi che si procedesse per trenta metri senza mettere le centine perché le si vendevano è sconfessata”.

    “La contabilità del cantiere non attesta che fossero stati messi meno pali e centine di quanto previsto” obietta la Procura, affermando che lo smaltimento “in corso d’opera” fosse in ogni caso prematuro: la Cassazione, in merito, avrebbe adombrato anche il sospetto che gli ordini venissero fatti in esubero proprio con la prospettiva di sottrarre i materiali. Non è così, osservano i difensori: “È vero che qualche soldo lo hanno guadagnato, ma bisogna considerarlo dalla prospettiva aziendale: il cantiere è situato a 1.800 metri, spesso innevato, e i costi per stoccare il materiale erano molto esigui. Questa è una delle ragioni per cui il materiale doveva girare molto velocemente: non potevano fare stoccaggio, perché col freddo e la neve il ferro si ammalorava molto in fretta”. La sentenza è attesa nel primo pomeriggio.

    Andrea Cascioli
    luogo LIMONE PIEMONTE
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    Tag:
    Limone Piemonte - furto - Tenda Bis - Cronaca - processo
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