Il poliziotto aiutava gli amici con le pratiche, il tribunale lo condanna
L’accusa verso un sovrintendente capo, all’epoca in servizio all’ufficio Immigrazione, era di accesso abusivo alla banca dati delle forze dell’ordineHa ammesso di aver agito talvolta con “leggerezza”, spiegando però di essersi dato da fare per aiutare gli utenti dell’ufficio Immigrazione della Questura di Cuneo, dove lavorava all’epoca: “Io davo informazioni a tutti, perché cercavo di mandare avanti l’ufficio in una situazione abbastanza grave: quando sono arrivato i permessi di soggiorno arrivavano a un anno di distanza, dopo siamo scesi a due o tre mesi di attesa. La gente ci chiamava perché magari le pratiche venivano bloccate per la mancanza di un bollettino da trenta euro”.
Fatti che risalgono a diversi anni fa, prima che il sovrintendente capo venisse indagato per accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto. In tribunale il poliziotto si è difeso da queste accuse, costategli, prima del processo, una perquisizione e un trasferimento ad altro ufficio: a parlare per lui, ha detto, è anche il suo stato di servizio, con “tre encomi, due lodi, sei o sette premi in denaro”.
Due gli episodi che gli venivano contestati, in concorso rispettivamente con un cittadino albanese e con un cinese. Nel primo caso il poliziotto aveva controllato una targa, a seguito della richiesta formulata da un conoscente: si trattava dell’auto di una persona con cui l’uomo aveva avuto un sinistro stradale. L’altra vicenda riguardava invece le pratiche per il permesso di soggiorno di un minorenne, nipote di un ristoratore cinese con cui il pubblico ufficiale era in rapporti di amicizia.
Negli atti di accusa si parlava di cene offerte al ristorante in cambio di queste informazioni: “Non è mai successo - ha risposto l’accusato -, che me le abbia offerte è possibile: semmai avrò accettato dei caffè”. In ogni caso “le informazioni che gli ho dato erano liberamente consultabili sui siti delle questure, dove ognuno può inserire il proprio numero di pratica”.
La giustificazione non è bastata al sostituto procuratore Alessia Rosati che, pur chiedendo l’assoluzione dall’ipotesi di rivelazione di segreto, ha ritenuto integrato l’accesso abusivo allo Sdi, la banca dati comune delle forze dell’ordine: “L’accesso abusivo allo Sdi c’è stato, per finalità estranee a quelle istituzionali. Il richiedente non era autorizzato a conoscere la pratica che aveva ad oggetto il figlio minorenne di sua nipote”. La Procura aveva chiesto la condanna anche per i due coimputati.
In difesa del poliziotto ha parlato l’avvocato Marina Bisconti, rilevando che nel caso della targa era stata interrogata solo la banca dati pubblica dell’Aci, mentre nella vicenda del permesso di soggiorno sussisteva una delega, seppur non scritta, da parte della madre del ragazzo a cui era intestata la pratica. Anche gli avvocati Antonio Tripodi e Francesca Botto, difensori dei due stranieri, hanno portato analoghe argomentazioni, rilevando in particolare che limitarsi a chiedere un’informazione a un pubblico ufficiale non presuppone in sé una complicità nel reato.
I giudici hanno condannato il funzionario di Polizia alla pena di otto mesi, con il beneficio della sospensione e della non menzione. Per i due coimputati la sentenza è di assoluzione.
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