Il processo torinese sul Tenda bis finisce nel nulla: la Procura rinuncia all’appello
L’accusa di falso ideologico era stata prescritta, per la frode gli imputati sono stati tutti assolti: “L’Anas sapeva” aveva scritto il giudice dopo la sentenzaA quasi nove anni di distanza dal clamoroso sequestro del cantiere del Tenda bis si chiude il capitolo giudiziario legato al troncone principale dell’inchiesta, condotta all’epoca dalla Guardia di Finanza. La Procura generale della Corte d’Appello ha rinunciato a proporre appello contro la sentenza di primo grado nei confronti dei quindici imputati di frode nelle pubbliche forniture, truffa e falso ideologico.
L’indagine prendeva le mosse dall’osservazione dei passaggi di camion tra il cantiere di Limonetto e un paio di aziende di smaltimento rottami, la Ferviva di Borgo San Dalmazzo e più tardi l’impresa torinese di Endrio De Mitri. Le fiamme gialle scoprono che i trasporti di rifiuti celano ben altro: almeno 212 tonnellate di ferro di prima qualità, tra centine, micropali e altri materiali di cantiere, che anziché essere impiegate nella costruzione della galleria venivano rivendute sottobanco. Il guadagno accertato è di 23mila euro per i carichi tracciati, ma secondo gli inquirenti sarebbe stato in realtà superiore ai 100mila euro. Nel corso di due diversi appostamenti, i finanzieri avevano fotografato gli operai sul versante francese del cantiere, intenti a tagliare le centine consegnate lo stesso giorno e rimandarle indietro come “scarti”.
Dalla scoperta di questo “peccato originale”, per cui si è proceduto a Cuneo, era emerso un ulteriore filone poi trasferito per competenza a Torino. Quello sulla falsificazione degli stati di avanzamento lavori (Sal) e sull’esecuzione difforme dal progetto esecutivo approvato. Una serie di anomalie che riguardavano tra l’altro la posa di un numero di centine e piedritti inferiore a quello dichiarato, il rivestimento in calcestruzzo “con modalità non conformi” e il cosiddetto “muro della vergogna” sul terrapieno all’uscita verso la Francia, dove erano state riscontrate fessurazioni e deformazioni. L’accusa vi ravvisava un “rischio per la sicurezza dei trasporti”, ma il giudice Elena Rocci ha concluso che l’opera fosse “complessivamente stabile” perché i cedimenti avevano riguardato soprattutto il paramento esterno, con mera funzione estetica, e rientravano tra i fenomeni prevedibili e monitorati.
Non è stato provato che l’impiego di materiali diversi da quelli indicati abbia prodotto un ingiusto profitto, poiché molte variazioni erano giustificate sotto il profilo tecnico o compensate sul piano contabile. Anche la questione delle centine mancanti è stata ridimensionata perché le verifiche con il georadar sono state ritenute “altamente inattendibili” e lo scostamento dal progetto una scelta fisiologica. Mancavano in ogni caso, secondo il tribunale, i presupposti per ipotizzare una frode: questo perché in realtà le anomalie erano note a tutti, compresa la committente Anas che in una delle telefonate fra loro gli imputati definivano “il cane che dorme”.
Prescritta l’accusa di falso ideologico riguardo ai Sal, per i reati principali era quindi arrivata, il 13 gennaio dello scorso anno, la sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste nei confronti del direttore dei lavori Antonio Froncillo, del referente di Grandi Lavori Fincosit (l’azienda che conduceva i lavori) Claudio Eusebio e degli altri accusati, tra cui Nunzio De Rosa, Luigi Mansueto, Giuseppe Apone e Antonio Palazzo, i quattro che insieme a Froncillo sono sotto accusa per i furti. Su questo secondo fronte il processo d’appello bis è fissato alla prossima settimana: in primo grado a Cuneo i cinque imputati erano stati tutti condannati, in appello il reato era stato derubricato in appropriazione indebita e dichiarato improcedibile in assenza di querela. La Cassazione ha annullato il verdetto e disposto un nuovo processo.
Resta, in teoria, la possibilità di rivolgersi alla giustizia civile per i risarcimenti. Operazione complicata, però, dal fatto che la Grandi Lavori Fincosit è finita in concordato nel 2018 ed è in fase di liquidazione. L’ennesima beffa per le parti civili che si erano costituite: il Comune di Limone Piemonte aveva chiesto 900mila euro di danni, il ministero dei Trasporti aveva quantificato il risarcimento in 25 milioni.
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