“So dove abiti”: la minaccia del killer camorrista a un agente costa la condanna
Umberto Onda, detenuto a Cerialdo per un periodo, era finito a processo per resistenza e oltraggio: “Disse che sarebbe venuto a prendermi a casa dopo la pensione”“Disse che sapeva che sono di Avellino, citando il mio quartiere di provenienza. Aveva detto che sarebbe venuto a prendermi a casa anche quando fossi stato in pensione”. Una minaccia inquietante, quella rivolta a un assistente capo del carcere di Cerialdo. Tanto più considerando lo spessore criminale di chi la pronunciava: Umberto Onda, detto “Umbertino”, è stato uno dei boss più sanguinari e temuti del clan Gionta di Torre Annunziata, fino all’arresto nel 2010.
Protagonista della faida tra il clan dei “valentini” e i loro nemici nei primi anni Duemila, Onda era l’erede designato del boss Valentino Gionta. Fu lui a premere il grilletto anche contro Anna Barbera, una 63enne che nell’aula del tribunale aveva sputato verso i killer del figlio. Il clan non perdonò l’affronto.
A Cuneo il boss torrese, oggi detenuto a Sassari, era stato trasferito nel 2022 dopo una permanenza turbolenta al carcere delle Vallette di Torino, segnata dall’aggressione a un agente a cui aveva rifilato un pugno in faccia. Un mese dopo questo episodio, in agosto, il diverbio con il poliziotto penitenziario: “Era l’ora di immissione al passeggio - ha spiegato in aula l’assistente capo - e lui ha aperto tutti gli spioncini che ha trovato sul percorso della passeggiata, parlando con altri detenuti”. Il regolamento per i reclusi in regime di 41 bis, come è il caso di Onda, prevede norme restrittive per le comunicazioni tra i reclusi: “Il mio dovere era evitare conversazioni fra loro” ha fatto presente il destinatario delle minacce.
All’imputato, già condannato a svariati ergastoli, sono stati contestati i reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, per i quali il pm Anna Maria Clemente aveva chiesto una condanna a sedici mesi. L’avvocato Mirella Brizio ha rilevato l’assenza di telecamere di sorveglianza in quella zona del carcere e anche la sussistenza di patologie psichiche, certificate quando il boss camorrista era ad Opera.
“Me l’aveva detto lui di essere originario di quel quartiere, perché siamo compaesani” ha riferito durante il processo l’ergastolano, oggi 54enne: “Conosco anche il fratello perché entrambi hanno avuto tante denunce da parte dei detenuti, sono persone particolari”. Il giudice Emanuela Dufour l’ha condannato a undici mesi: “È quando siete in pensione che dovete preoccuparvi di più” avrebbe detto, quel giorno, al suo sorvegliante.
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