“Stuprò la moglie che voleva separarsi”: l’accusa chiede nove anni di carcere
L’uomo ha ammesso alcuni episodi violenti. Il pm: “Tanto spaventata da chiedere al 112 di non intervenire”. La difesa: “Abusi sessuali? La casa era troppo piccola”Nove anni di condanna: una richiesta di pena pesantissima, se questo fosse un “normale” processo per maltrattamenti. Ma qui c’è di più, sostiene l’accusa. C’è uno stupro tra le mura domestiche, un rapporto sessuale imposto alla moglie quando la coppia era già in procinto di separarsi. Lei era rimasta incinta e aveva abortito.
“Ha detto di non sentirsi una donna violentata - ricorda il sostituto procuratore Alessia Rosati nella requisitoria -, perché per lungo tempo non ha preso coscienza della condotta che ha subito: perché per lei le donne violentate sono quelle prese sul ciglio della strada”. C’erano anche altre reticenze, più profonde, che secondo il pm spingevano la donna, una cuneese madre di due figli piccoli, a rifiutare l’idea di chiudere i ponti con un marito violento: “Ho cercato di dare ai miei figli la famiglia del Mulino Bianco, che però non esiste” ha ammesso. “Quella stessa famiglia che lei non aveva avuto, soffrendo nell’infanzia il distacco dal padre” aggiunge il magistrato, parlando di “un forte senso di colpa per aver allontanato i figli dall’imputato”: “È quello che l’ha spinta a mantenere i contatti anche mentre lui si trovava in carcere”.
A riscontro delle accuse, le testimonianze della madre e della sorella di lei, dei colleghi di lavoro, di una vicina che aveva chiamato il 112, una sera, sentendo “rumori fortissimi” e spaventandosi per i bambini. Al lavoro, a volte, dava la “colpa” dei segni all’irruenza dei figli: “Diceva che erano i bambini ad averle provocato quei graffi, giocando” ricorda la moglie del suo titolare. Tra le testimonianze c’è quella di una coppia di Borgo Gesso, due osservatori casuali di uno degli episodi contestati.
L’imputato e l’ex moglie erano sotto le finestre della loro abitazione e discutevano ad alta voce: “A un certo punto - racconta la testimone - ho visto lui strattonarla per un braccio. Lei diceva ‘lasciami stare’. Io e il mio compagno abbiamo iniziato a urlare dal balcone, chiedendogli cosa stesse facendo. L’uomo ha risposto ‘che c… volete? È da tre mesi che non vedo mio figlio’”. Un altro episodio è richiamato dal pm, riguarda una chiamata registrata: “Mi è rimasto particolarmente impresso. Lei chiede agli operanti del 112 di non intervenire più ‘per non peggiorare le cose’: testimonianza del terrore che aveva per le possibili reazioni del coniuge”.
L’imputato non nega una parte di quelle condotte. Non i messaggi telefonici in cui lui scriveva frasi come “stavolta ti faccio veramente male”, “finisce male”, “non farmi perdere la testa”. Nemmeno alcune delle aggressioni fisiche, una delle quali aveva coinvolto la sorella dell’autrice della denuncia. Ciò su cui l’avvocato Daniele Sussman si sofferma sono però le tempistiche: “Il cuore pulsante delle imputazioni si concentra in undici giorni” dice, ben altra cosa rispetto ai tre anni e più di violenze contestati dall’accusa. C’è soprattutto una smentita radicale rispetto all’ipotesi della violenza sessuale: “Che l’aborto sia frutto di violenza lo dice la signora, non ci sono elementi di riscontro”.
Un tema tra i molti avanzati dalla difesa riguarda gli spazi domestici: nella primavera 2023, il periodo a cui risale la presunta violenza, c’erano una camera da letto che i genitori condividevano coi figli piccoli e un cucinino. “Risulta difficile - afferma l’avvocato - credere che questo possa essere il teatro di violenze sessuali ripetute, rispetto a cui la signora spiega di non aver urlato perché non voleva svegliare i bambini”. La donna, costituitasi parte civile con l’avvocato Luca Roatis, ha chiesto un risarcimento di almeno 10mila euro.
I giudici si esprimeranno sulle richieste di condanna il prossimo 19 maggio.
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