Botte alla mamma e alla nonna, l’incubo in casa finisce con una condanna
Il ritiro della denuncia non ha evitato il verdetto. Dopo liti, insulti e un allontanamento lui si giustifica in aula: “Ero tossicodipendente, mi facevo di crack”La madre ha cercato di aiutarlo, dopo averlo denunciato, sminuendo molte delle condotte e attribuendo la stessa querela per maltrattamenti più alle loro liti che ai comportamenti del figlio. Ciò non è bastato, però, per evitare la condanna a un trentenne di origine marocchina, all’epoca residente a Fossano.
“Sono andata in ospedale solo per spaventarlo” ha raccontato la mamma davanti ai giudici. Ai carabinieri però aveva riferito un’altra verità, menzionando perfino uno spintone che il figlio aveva dato alla nonna, facendola cadere a terra. La circostanza è confermata dai carabinieri che intervennero poco dopo, trovando l’anziana dolorante a una gamba. Di certo in quell’alloggio c’erano liti continue, i piatti lanciati dalle finestre, le urla di cui parlano anche i vicini: “Non è mai entrata nei dettagli, diceva che aveva problemi con suo figlio ma non spiegava perché” afferma una donna residente nello stesso condominio.
Pur negando le botte, la madre dell’imputato ha ammesso che gli scontri verbali erano frequenti: “Mio figlio mi insultava dicendomi che ero una donna di strada, per questo mi arrabbiavo. Soprattutto perché la sorella piccola non doveva sentire quelle cose”. C’era anche un video di lei, girato a sua insaputa, che la ritraeva in casa senza velo e che il figlio aveva pubblicato sui social: un’offesa grave per una signora di religione islamica e osservante, ha rilevato in discussione il pubblico ministero.
“Ai tempi ero un tossicodipendente, mi facevo di crack” ha provato a giustificarsi l’accusato. Dopo un accesso ospedaliero della mamma e la denuncia era arrivato l’allontanamento da casa disposto dall’autorità giudiziaria. Un provvedimento che sarebbe stato in seguito violato e che è costato al trentenne, pregiudicato per altri reati, un ulteriore processo.
In quello che lo vedeva alla sbarra per maltrattamenti i giudici lo hanno condannato a due anni e dieci mesi. L’avvocato Paolo Zaccone aveva invocato per lui la non imputabilità, a fronte di un “forte uso di stupefacenti” e di una condizione di dipendenza identificata come “la ragione della sua incapacità di comprendere la realtà”: “Lui stesso ha ammesso alcuni episodi. Giustificandoli come risposte a quelli che a suo parere erano atteggiamenti ingiusti della mamma, che semplicemente cercava di dare delle regole”.
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