Crollo del viadotto di Fossano, a febbraio l’appello del processo
In primo grado erano stati condannati il direttore dei lavori e tre tecnici: all’origine del disastro un difetto di impermeabilizzazione risalente alla costruzioneMentre anche i camion tornano a viaggiare sulla tangenziale di Fossano (la riapertura al traffico pesante è prevista dal 22 gennaio), a quasi nove anni di distanza dal crollo del viadotto “La Reale” sta per aprirsi il processo d’appello contro i presunti responsabili del disastro, il prossimo 5 febbraio.
La Procura di Cuneo ne aveva individuati dodici in fase di rinvio a giudizio. All’esito dell’istruttoria, i sostituti procuratori Pier Attilio Stea e Mario Pesucci hanno formulato sette richieste di condanna per altrettanti imputati: quattro di queste erano state accolte dal giudice Giovanni Mocci nella sentenza di primo grado, arrivata a settembre del 2024 dopo un iter giudiziario complicato.
Il verdetto di condanna, a un anno e quattro mesi con pena sospesa, ha raggiunto l’ingegner Angelo Adamo, direttore dei lavori per conto dell’Anas all’epoca della costruzione, il geometra Roger Rossi della Ingegner Franco Spa (la società costruttrice del ponte), il responsabile di cantiere Massimo Croce e il capocantiere Mauro Tutinelli, dipendenti della Grassetto. Erano state accolte anche le richieste di risarcimento delle parti civili costituite, ovvero il ministero delle Infrastrutture, l’Anas e la Provincia di Cuneo, con una provvisionale di 500mila euro per quest’ultima.
Nelle motivazioni della sentenza, il giudice Mocci aveva rilevato due concause in grado di spiegare il crollo avvenuto il 18 aprile 2017, quattro mesi prima della tragedia del ponte Morandi di Genova. All’origine del disastro la mancata iniezione della boiacca sui cavi di precompressione di uno dei conci che formavano il viadotto e i difetti di impermeabilizzazione “originari e sopravvenuti”. I problemi risalenti alla costruzione, avvenuta nei primi anni Novanta, si erano sommati quindi ad errori nei lavori di sostituzione dei giunti effettuati più tardi, nel 2006. Questi ultimi furono svolti da un’altra ditta, la Pel.Car., per la cui responsabile tecnica Maria Rosalba Vassallo i pm avevano chiesto la condanna, associando alla sua posizione quella dell’allora responsabile del centro manutentorio di Anas Giulio Accili.
Il giudice li ha assolti entrambi, insieme a sei coimputati, addebitando alla Procura un errore procedurale: gli inquirenti avrebbero dovuto avvisare i responsabili di questi lavori prima di svolgere gli accertamenti irripetibili sui resti del viadotto. Malgrado ciò, Mocci aveva rilevato che anche gli interventi di manutenzione furono “realizzati senza dubbio in modo negligente e imperito, nonché in violazione delle norme tecniche per le costruzioni”. La pubblica accusa ha presentato appello soltanto contro le assoluzioni di Vassallo e Accili, sostenendo che all’epoca dei primi accertamenti non fossero ancora presenti indizi circa la loro presunta responsabilità. Anche i difensori dei quattro condannati hanno impugnato la sentenza.
Resta aperta, fino a una sentenza definitiva, la questione dei risarcimenti, demandata al giudice civile. Stato, Provincia e Anas avevano chiesto più di tre milioni di danni: l’ente provinciale, in particolare, aveva prodotto una dettagliata stima dei costi aggiuntivi affrontati a seguito della chiusura della SS 231 e della deviazione di circa 500 camion al giorno sulle strade provinciali. Un “extra” che aveva comportato manutenzioni stradali per 400mila euro e che si prevedeva avrebbe superato il milione con le ulteriori ripavimentazioni.
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