Un video della mamma senza velo e le botte in casa: la Procura chiede la condanna
A processo un pregiudicato di origine marocchina, residente a Fossano: “Ero un tossicodipendente, mi facevo di crack” si giustifica in aulaC’è anche il fatto di aver realizzato un video della madre senza velo, in casa, e di averlo diffuso senza il suo consenso su Internet, tra le contestazioni che la Procura di Cuneo muove a un trentenne di origine marocchina residente a Fossano. L’uomo, pregiudicato, è accusato di maltrattamenti: per lui la richiesta di pena è di tre anni e quattro mesi di carcere.
La madre che lo aveva denunciato, nel 2022, ha in seguito ritirato la querela e ritrattato quasi tutto in aula: “Ero troppo arrabbiata” è la frase che ha ripetuto più volte. C’è però un referto ospedaliero che parla di lesioni: “Sono andata in ospedale solo per spaventarlo” sostiene adesso la signora. In querela aveva raccontato un’altra verità, menzionando perfino uno spintone che il figlio avrebbe dato alla nonna, facendola cadere a terra. “Lamentava dolori alla gamba destra, abbiamo richiesto l’intervento del 118” ricorda uno dei militari intervenuti in quella e altre occasioni. Le liti riguardavano la scarsa collaborazione di lui alla vita domestica: “A 31 anni doveva prendersi responsabilità, cercare un lavoro e seguire le regole a casa”. Pur negando le botte, la signora ha ammesso che gli scontri erano frequenti: “Mio figlio mi insultava dicendomi che ero una donna di strada, per questo mi arrabbiavo. Soprattutto perché la sorella piccola non doveva sentire quelle cose”.
“Ai tempi ero un tossicodipendente, mi facevo di crack” racconta l’accusato. Parla anche di un debito, della paura di non poterlo ripagare, del malessere vissuto in quel periodo. Le violenze fisiche? Solo uno schiaffo, in occasione dell’accesso ospedaliero. La madre aveva chiamato più volte i carabinieri denunciando anche lanci di piatti e stoviglie, però: “È successo solo una volta che lanciassi un piatto, per lo stress” ammette lui. Anche le richieste di denaro sarebbero state poca cosa: “Erano dieci euro a settimana”.
Non crede a questa versione il sostituto procuratore Francesco Lucadello: “La signora ha ridimensionato gli episodi, in particolare le percosse e le minacce: malgrado questo conferma alcune delle condotte oggetto di imputazione. Ci dice che il figlio chiedeva soldi, non i pochi euro alla settimana di cui parla l’imputato, ma non cercava lavoro, non contribuiva alla gestione della casa e spesso tornava ubriaco a tarda ora”. In questo contesto si pesano gli insulti: “Frasi particolarmente offensive, tanto più per una famiglia di religione islamica”. Ma anche il famigerato video, a proposito del quale il pm osserva che “si può immaginare il disagio conseguente a questo gesto, peraltro confermato dall’imputato”.
“Non è mai entrata nei dettagli, diceva che aveva problemi con suo figlio ma non spiegava perché” ricorda una vicina, a proposito dei suoi rapporti con la signora. Un altro residente dello stabile conferma di aver udito spesso madre e figlio bisticciare: “La offendeva” dice di lui.
L’accusa ha negato all’imputato il riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla base del fatto che lo stesso riavvicinamento alla famiglia “è avvenuto in totale spregio del provvedimento dell’autorità giudiziaria”. Al figlio della querelante era stato imposto infatti un divieto di avvicinamento, violato in almeno un’occasione. Il 14 aprile i giudici ascolteranno gli argomenti della difesa, prima di decidere sul caso.
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