Va a processo per gli ammanchi sul conto del cognato disabile, ma viene assolta
Alla donna, amministratrice di sostegno per alcuni anni, erano contestate spese per oltre 15mila euro: “Era una cosa in famiglia, non ho mai rubato niente”“Se avessi saputo mi sarei rifiutata di fare da amministratrice, non ho mai pensato di tenere gli scontrini e non ero al corrente di cosa si dovesse fare”. A parlare è una donna finita a processo per peculato e omissione d’atti d’ufficio, dopo una denuncia relativa ad anomali movimenti di denaro sul conto intestato al cognato disabile, del quale lei era stata amministratrice di sostegno per alcuni anni.
Tra i pagamenti, ricostruiti dalla Guardia di Finanza, risultavano il rinnovo assicurativo di una polizza RC auto intestata all’imputata e il saldo di un’officina di riparazioni e revisioni auto. Ma anche un trattamento odontoiatrico effettuato dalla figlia e circa 1500 euro di spese di ristorazione nel solo 2019, tra bar, ristoranti e alimentari. In totale più di 15mila euro. Soldi che la donna dice di aver usato “nei momenti di difficoltà”, ma poi rimborsato: “Era una cosa in famiglia, non ho mai rubato niente e pensavo fosse normalissimo”.
I giudici le hanno creduto, assolvendola perché il fatto non sussiste dall’accusa di omissione d’atti d’ufficio e dichiarando di particolare tenuità il peculato contestato. A segnalare la signora al giudice tutelare era stato un avvocato che le era succeduto nel ruolo di amministratore, da lei ricoperto fra il 2018 e il 2022. La vicenda verte sulle cure di un uomo affetto da tetraparesi spastica, accolto in una struttura specializzata a seguito della morte del padre. Nella casa dove abitava in precedenza, in un paese della Langa monregalese, ora risiedono la cognata e sua figlia.
“Si è sempre prodigata per la famiglia” ha testimoniato un cugino del disabile, parlando della donna: “Si occupava dei pasti, mio cugino andava al centro diurno e tornava a casa a dormire. Lei si è sempre prestata”. “La cognata ha sempre aiutato lui e anche l’altro fratello del marito” ha confermato una zia della persona offesa, aggiungendo che quest’ultima “voleva solo lei” per occuparsi delle proprie esigenze, come l’acquisto di abbigliamento e prodotti per la cura personale: “In occasione dei compleanni di lui, lei gli comprava la torta o lo portava al ristorante. Lui dice sempre di voler pagare”. I problemi, sostiene l’imputata, erano sorti alla morte di suo suocero: “Prima che mancasse ha sempre gestito lui la pensione del figlio e non mi aveva spiegato nulla”.
Non ha ritenuto sufficiente la spiegazione il sostituto procuratore Francesca Lombardi, che aveva chiesto una condanna a quattro anni e tre mesi: “L’oggetto del processo non è la verifica del legame affettivo con l’amministratore e nemmeno la solidità del rapporto e delle cure che lei ha prestato. Nessuno mette in dubbio la genuinità del rapporto” ha precisato la rappresentante dell’accusa. Mancavano però i rendiconti di tre intere annate e c’erano spese per le quali, afferma il pm, “non è stata fornita alcuna spiegazione in dibattimento”. La difesa ha parlato invece di una “gestione fatta da una persona di cuore che non aveva la capacità di rendicontare”: “Quello che è mancato nel procedimento - a detta del legale - è la voce della persona offesa, perché ha una sua volontà e chiedeva a lei di fare delle spese”.
MONDOVÌ 
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