Drogò l’amica per derubarla, condannata a sette anni la piromane killer di Monticello
La pena nei confronti di Stanka Batashka, responsabile della morte del 35enne “Davide” Jie Hu, si aggiunge a quella già comminata ad Asti: “Mi dispiace” dice in aulaSi presenta in aula con un abito elegante, il volto rilassato, scortata dagli agenti penitenziari che l’hanno portata in tribunale a Cuneo da Torino. Qui sta scontando una condanna definitiva per la morte di Jie Hu, detto Davide, il commerciante cinese di 35 anni ucciso nel rogo del suo negozio a Monticello d’Alba.
Stanka Batashka, la responsabile di quell’atto, è stata condannata a otto anni di carcere dal tribunale di Asti, che le ha attribuito anche un precedente incendio a scopo di furto avvenuto a Canelli, una serie di furti in case e negozi dell’Astigiano e una rapina violenta in cascina a Cossano Belbo: la vittima, in quell’occasione, fu minacciata e percossa con una pistola. Un’escalation criminale da arancia meccanica nella quale si inserisce anche la vicenda che ha visto una nuova condanna per la 38enne bulgara, a sette anni di carcere.
Il tribunale collegiale presieduto da Edmondo Pio glieli ha inflitti per una rapina in abitazione consumata ai danni di un’“amica”, una donna residente a Scarnafigi. Cruente, anche in questo caso, le modalità di esecuzione. La Batashka, conosciuta con il soprannome di Tania, aveva drogato la proprietaria di casa per sottrarle una serie di beni, poi ritrovati nel suo alloggio a Diano d’Alba. Borse e oggetti di bigiotteria, stipati in un armadio, erano stati riconosciuti dalla vittima.
Quest’ultima ha ricostruito anche la genesi del suo rapporto con Tania, conosciuta nell’estate del 2023 in piscina a Savigliano. “Ero con mio marito, lei con il suo compagno” ricorda la signora. Chiacchiere a bordo piscina, un aperitivo insieme, lo scambio di numeri di telefono e la promessa di rivedersi. Ne era nata un’amicizia, con tanto di inviti a cena reciproci. Un mese dopo, l’11 settembre, la visita di Tania al capezzale dell’amica febbricitante. L’aveva convinta a bere un bicchiere di “vitamine” - a suo dire - e mettersi a letto dopo una doccia calda. I vicini l’avevano ritrovata esanime ore dopo, allertando i carabinieri. Lei, una volta recuperate le forze, aveva spiegato di non sapere cosa fosse accaduto.
Tutto ciò accadeva otto giorni prima che la Batashka appiccasse il fuoco all’Ipershop Express del povero Hu, con l’obiettivo di distrarlo e rubare. Lei era in effetti uscita con un carrello pieno di articoli casalinghi. Lui, invece, nel tentativo di salvare qualcosa o di domare il rogo era morto soffocato. Di tutto questo però non si è parlato a Cuneo: “Mi dispiace, mi vergogno tanto di quello che ho fatto” ha ripetuto più volte l’imputata tra le lacrime. Ha continuato a piangere mentre il sostituto procuratore Alberto Braghin ripercorreva i fatti. “Sono in Italia da 15 anni e non avevo mai avuto problemi con la giustizia” ha detto ancora la donna: “Lavoravo come enologa in una cantina di La Morra, non sono mai stata una persona così”.
Tranne che in quel settembre di follia e di sangue, motivato, dice lei, dalla necessità di raggranellare più denaro possibile, più in fretta possibile, per coprire le spese legali del suo compagno: “In dieci giorni ho rovinato la mia vita per aiutarlo”. Parole che secondo il pubblico ministero non racchiudevano tutta la verità: “Non posso dire fino a che punto siano animate da sincerità le dichiarazioni dell’imputata, perché non tutto è emerso in questa istruttoria: qualcosa di inespresso vi è stato”. L’accusa, nei suoi confronti, aveva chiesto una condanna a cinque anni e sei mesi di carcere, meno di quelli comminati dal tribunale che tuttavia ha riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti.
Le lacrime non evitano la condanna, né cancellano la colpa. Tanto più che per “Davide”, papà di tre figli piccoli che lavorava da quindici anni in Italia, non ci sono mai state né vere scuse né risarcimenti: lo conferma ancora oggi l’avvocato della vedova e dei familiari del commerciante, Ferruccio Calamari.
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