Dismorfofobia: quando lo specchio diventa un nemico
L'evento del 26 febbraio a Fossano ha approfondito il tema da diverse prospettive: sanitaria, psicologica, chirurgica e sportivaGiovedì 26 febbraio, nella Sala Barbero del Castello degli Acaja di Fossano, si è svolto l’incontro “Sei come ti vedi? La corretta percezione di sé”, una serata di approfondimento dedicata al tema della dismorfofobia organizzata dall’associazione L’Albero dell’Amicizia con il supporto della Clinica Biomed.
L’evento ha registrato una grande partecipazione di pubblico, segno di quanto il tema della percezione del corpo e del rapporto con la propria immagine sia oggi centrale, soprattutto tra i più giovani.

La dismorfofobia, o disturbo da dismorfismo corporeo, è una condizione psicologica caratterizzata da una preoccupazione eccessiva per difetti fisici minimi o addirittura inesistenti. Chi ne soffre tende a percepire il proprio corpo in modo profondamente distorto, arrivando a sviluppare comportamenti ossessivi come il controllo continuo allo specchio, l’evitamento della propria immagine o la ricerca di soluzioni drastiche per modificare il proprio aspetto.
Durante la serata, diversi specialisti hanno affrontato il tema da prospettive differenti – sanitaria, psicologica, chirurgica e sportiva – offrendo una visione multidisciplinare di un fenomeno sempre più diffuso nella società contemporanea.

Social media e nuovi modelli estetici
Dopo il saluto iniziale del sindaco di Fossano Dario Tallone, ad aprire gli interventi è stato Luigi Genesio Icardi, presidente della Commissione Sanità della Regione Piemonte, che ha inquadrato la dismorfofobia nel contesto dei profondi cambiamenti culturali e tecnologici degli ultimi anni.
Secondo Icardi, uno degli elementi chiave che influenzano oggi la percezione del corpo è il ruolo delle piattaforme digitali e dei social media. Strumenti come Instagram, TikTok o YouTube rappresentano senza dubbio potenti mezzi di comunicazione e condivisione, ma allo stesso tempo contribuiscono a diffondere modelli estetici spesso irrealistici.
Filtri digitali, immagini ritoccate e strategie di marketing costruiscono infatti un’idea di bellezza artificiale, difficile se non impossibile da raggiungere nella vita reale. Questo fenomeno è particolarmente evidente tra gli adolescenti, che si trovano costantemente esposti a immagini di corpi perfetti e idealizzati.
In questo contesto si inserisce anche la cosiddetta “selfie dysmorphia”, una forma di insoddisfazione verso il proprio aspetto legata al confronto con le immagini filtrate e modificate viste online.
Il relatore ha inoltre presentato alcuni dati preoccupanti sulla salute mentale delle nuove generazioni. Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo delle consulenze psichiatriche tra bambini e adolescenti, così come dei comportamenti autolesivi e delle problematiche legate all’ansia, ai disturbi alimentari e all’ideazione suicidaria.
Anche in Piemonte i servizi sanitari hanno osservato un forte incremento degli accessi per disturbi mentali e del comportamento alimentare tra i più giovani.
Di fronte a questo scenario, Icardi ha sottolineato l’importanza di politiche di prevenzione integrate, basate sulla collaborazione tra sanità, scuola e comunità. Tra gli strumenti principali figurano il Piano Nazionale e il Piano Regionale della Prevenzione, che promuovono interventi educativi e iniziative di sensibilizzazione rivolte a famiglie, insegnanti e operatori sanitari.

I disturbi alimentari e il rifiuto del proprio corpo
Il secondo intervento della serata è stato affidato alla dottoressa Silvia Margherita Croce, psichiatra del Centro Disturbi Alimentari del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL CN1.
La relatrice ha affrontato il tema dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, patologie sempre più diffuse tra adolescenti e giovani adulti e considerate oggi tra le principali cause di disabilità nei giovani.
Questi disturbi non riguardano soltanto il comportamento alimentare, ma coinvolgono la percezione del corpo, i processi cognitivi e l’equilibrio emotivo della persona.
Tra le forme più conosciute figurano l’anoressia nervosa, caratterizzata da una forte perdita di peso accompagnata da un’intensa paura di ingrassare e da una distorsione dell’immagine corporea; la bulimia nervosa, contraddistinta da episodi ricorrenti di abbuffate seguiti da comportamenti compensatori come vomito autoindotto o uso improprio di farmaci; e il binge eating disorder, in cui le abbuffate non sono seguite da comportamenti compensatori e spesso si associano a obesità e forte senso di colpa.
Accanto a queste forme esistono anche altri disturbi meno noti, come il disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo o alcune forme atipiche che non soddisfano completamente i criteri diagnostici ma hanno comunque un impatto significativo sulla salute.
Un aspetto particolarmente importante riguarda i segnali precoci, che spesso vengono sottovalutati. Tra questi figurano il rifiuto del proprio corpo, il controllo eccessivo dell’alimentazione, l’eliminazione di determinati cibi, l’aumento improvviso dell’attività fisica e il confronto continuo con modelli estetici irrealistici.
Secondo Croce, lo sviluppo di questi disturbi dipende dall’interazione di diversi fattori: individuali, come bassa autostima o perfezionismo; familiari, legati alle dinamiche relazionali; e sociali e culturali, tra cui la pressione esercitata dai media e dai modelli estetici dominanti.
La prevenzione passa quindi attraverso il rafforzamento dei fattori protettivi, come la promozione dell’autostima, l’educazione alimentare e lo sviluppo di una visione critica nei confronti dei modelli proposti dai media.

Chirurgia plastica: quando è indicata?
Il dottor Alberto Rivarossa, direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Plastica dell’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo, ha offerto una riflessione sulla chirurgia plastica distinguendo chiaramente tra la sua dimensione ricostruttiva e quella estetica.
La chirurgia plastica, ha spiegato, comprende infatti diversi ambiti: la chirurgia ricostruttiva, la chirurgia estetica e la medicina rigenerativa.

La chirurgia ricostruttiva ha origini antichissime e nasce con l’obiettivo di riparare lesioni, traumi o malformazioni. Attraverso esempi clinici e immagini di interventi, Rivarossa ha mostrato come questa disciplina possa restituire funzionalità e qualità di vita a pazienti colpiti da tumori cutanei, traumi o interventi oncologici, come nel caso della ricostruzione mammaria dopo una mastectomia.
Diverso è invece il discorso per la chirurgia estetica, che nasce spesso dal desiderio di migliorare l’armonia del proprio corpo o di rafforzare la propria autostima.
Il rischio, tuttavia, è che in alcuni casi questa ricerca si trasformi in una corsa alla perfezione, portando le persone a sottoporsi a interventi ripetuti senza mai sentirsi realmente soddisfatte.
Per questo motivo il chirurgo ha sottolineato l’importanza di una corretta informazione e della scelta di professionisti qualificati, mettendo in guardia contro il cosiddetto turismo sanitario e le offerte di chirurgia estetica a basso costo.
Migliorare il proprio aspetto, ha concluso Rivarossa, non significa inseguire modelli irrealistici o imitare celebrità, ma valorizzare la propria unicità nel rispetto della sicurezza medica e dell’equilibrio psicologico del paziente.

La dimensione psicologica
Il punto di vista psichiatrico è stato approfondito dalla dottoressa Erika Paradiso, dirigente medico presso l’ospedale Santissima Annunziata di Savigliano.
Il suo intervento è partito dal concetto di immagine corporea, intesa come la rappresentazione mentale che ciascuno ha del proprio corpo.
Non si tratta di una fotografia oggettiva della realtà, ma di una costruzione psicologica complessa influenzata da percezioni, emozioni, pensieri e comportamenti. Questa rappresentazione si sviluppa nel corso della vita attraverso l’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali.
L’immagine corporea comprende diverse componenti - percettiva, affettiva, cognitiva e comportamentale - e si forma fin dall’infanzia attraverso le relazioni, il confronto sociale e l’influenza dei media.
Paradiso ha richiamato anche alcuni concetti della psicoanalisi, come quello di “Io-pelle”, secondo cui la pelle rappresenta non solo un organo biologico ma anche un confine psichico tra il sé e il mondo esterno.
Quando questo equilibrio si rompe, il disagio può manifestarsi attraverso il corpo, dando origine a disturbi psicosomatici o a tentativi di modificazione corporea utilizzati per compensare fragilità interiori.
Nel caso della dismorfofobia, la persona sviluppa una preoccupazione eccessiva per difetti fisici minimi o inesistenti, accompagnata da comportamenti ripetitivi come il controllo continuo allo specchio o l’evitamento della propria immagine.
Il disturbo può compromettere in modo significativo la vita sociale, affettiva e lavorativa. Per questo motivo è fondamentale la collaborazione tra chirurghi plastici e psichiatri: il chirurgo non deve limitarsi alla dimensione tecnica dell’intervento, ma svolgere anche un ruolo di filtro clinico ed etico, valutando quando sia opportuno intervenire e quando, invece, sia necessario indirizzare il paziente verso un percorso psicologico o psichiatrico.

Quando lo sport diventa compulsivo
A chiudere la serata è stato l’intervento del professor Fabrizio Solferino, docente nazionale della Federazione Pallavolo e operatore del benessere.
Solferino ha affrontato il rapporto tra sport, immagine corporea e benessere psicologico, ricordando come l’attività fisica rappresenti uno strumento fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio tra dimensione fisica, psicologica ed emotiva.
Lo sport può contribuire a migliorare la percezione del proprio corpo, rafforzare l’identità personale e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé. Tuttavia, anche in questo ambito esiste un rischio: quando l’attività sportiva diventa un mezzo per inseguire un ideale corporeo irrealistico o per compensare insicurezze personali, può trasformarsi in un comportamento compulsivo.
In questi casi possono emergere segnali di disagio come affaticamento ingiustificato, perdita di peso eccessiva, irregolarità del ciclo mestruale o una crescente distanza tra la percezione che una persona ha di sé e la propria realtà fisica.
Secondo Solferino, la prevenzione passa attraverso l’educazione a una pratica sportiva equilibrata e attraverso la collaborazione tra diverse figure professionali. Gli sport di gruppo sono preferibili a quelli individuali, in quanto la componente della socialità e dello spirito di squadra possono fare la differenza. La figura dell'allenatore, inoltre, può intercettare precocemente situazioni di rischio e promuovere una relazione sana tra corpo, sport e identità personale.

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