Tra donne pagate meno degli uomini e welfare che manca: come stanno i lavoratori cuneesi?
Il ricco approfondimento offerto dal Quaderno 49 realizzato dall'Ufficio Studi e Ricerche della Fondazione CRC "Il benessere (è) produttivo"“Il benessere (è) produttivo - Bisogni emergenti e welfare territoriale”: questo il titolo del Quaderno 49 della Fondazione CRC, presentato nei giorni scorsi. Il volume, realizzato come di consueto dal Ufficio Studi e Ricerche della Fondazione (insieme, in questo caso, a Percorsi di Secondo Welfare), prosegue la collana di pubblicazioni che esplorano temi di interesse per la comunità e le aziende cuneesi, al fine di contribuire a delineare programmazioni e progettazioni della Fondazione stessa.
Al centro di questa edizione del Quaderno il tema del welfare, con un ricco capitolo dedicato a quello aziendale: l’insieme dei benefit, dei servizi e delle misure che un'azienda offre ai propri dipendenti oltre alla normale retribuzione, per migliorarne la qualità della vita, sia privata che lavorativa. I bisogni delle famiglie - e quindi dei lavoratori - di oggi stanno cambiando profondamente e rapidamente: con un’aspettativa di vita sempre più alta cresce il lavoro di cura richiesto, cambiano le strutture familiari, di conseguenza si riorganizzano i tempi di vita e di lavoro e le esigenze individuali. In sintesi: cambiano i bisogni delle persone, attente, oggi molto più che in passato, ad una giusta conciliazione del lavoro con la vita privata, il tempo libero e il benessere personale. Un cambiamento che le aziende sono chiamate a intercettare e assecondare. Su questi e su tanti altri temi si è concentrata l’indagine dell’Ufficio Studi e Ricerche della CRC, che ha prodotto un volume ricco di dati, approfondimenti e considerazioni che entrano nel profondo della vita delle aziende cuneesi, nel loro presente e nelle prospettive future.
L’indagine è stata condotta tra settembre e ottobre 2025 su un campione composto da 1.007 lavoratori e lavoratrici della provincia di Cuneo, di età compresa tra i 18 e i 64 anni. A tutti loro è stato sottoposto un questionario di trentuno domande, strutturato i quattro sezioni tematiche, mirato ad esplorare i bisogni sociali, familiari e professionali.

Stress e affaticamento per oltre la metà dei lavoratori
Oltre la metà degli intervistati (il 55%) dichiara di provare stress o affaticamento legati al lavoro “abbastanza o molto spesso”. Solo il 26,7% dichiara invece di non aver mai provato questa sensazione negli ultimi dodici mesi. Emerge quindi uno scenario in cui gran parte delle persone vive ripercussioni negative sul benessere personale provocate dal lavoro. Le principali cause sono il carico di lavoro (84%), gli orari (70%) e le difficoltà legate alla comunicazione interna (61%). Altro elemento che emerge in maniera chiara è la precarietà contrattuale: chi ha un contratto a tempo determinato presenta una probabilità di riportare stress elevato superiore di 38 punti percentuali rispetto a chi ha una posizione a tempo indeterminato.
Tra i bisogni più trasversali evidenziati dall’indagine c’è la conciliazione tra lavoro e vita personale. Il 59,1% degli intervistati dichiara difficoltà nel gestire il tempo libero, il 34,5% nella gestione dei figli. Le percentuali si abbassano, ma restano significative, per quanto riguarda le difficoltà nella gestione di familiari con disabilità (18,4%) o anziani non autosufficienti (24,5%).
Le criticità, in ogni caso, sono anche di tipo economico: il 53% dichiara difficoltà a coprire le spese mensili essenziali con il solo reddito da lavoro, una percentuale che inevitabilmente cresce nelle fasce di reddito più basse. Tra le spese essenziali ci sono ovviamente quelle per la salute: il 17% degli intervistati dichiara di avere rinunciato ad almeno una cura per ragioni economiche ed organizzative (costi alti, liste d’attesa troppo lunghe, mancanza di tempo e difficoltà di conciliazione con il lavoro).

Welfare aziendale solo per un intervistato su due
Un capitolo consistente della ricerca è dedicato come detto al welfare aziendale: ne emerge - si legge nel rapporto - “un sistema di welfare aziendale parziale, segmentato e diseguale, dominato da strumenti a basso costo ed elevata visibilità, ma scarsamente strutturato nei servizi di protezione sociale o di conciliazione vita-lavoro”. In estrema sintesi, da questo punto di vista il “modello Cuneo”, spesso decantato, presenta ancora ampi margini di miglioramento.
Un dato su tutti delinea lo scenario generale: il 54% degli intervistati dichiara di avere accesso ad almeno una misura di welfare. Ne consegue che quasi una persona su due lavora in contesti completamente privi di sistemi di welfare. La percentuale di chi è sprovvisto di queste misure sale al 70% tra chi dichiara redditi inferiori ai 1.500 euro al mese.
La misura più diffusa sono i buoni pasto e buoni spesa (37%), mentre una minima parte gode di sostegni che riguardano il tempo libero (4%), rimborsi per l’infanzia (7%) o affitti e mutui (4%).
Una grande variabilità è come prevedibile legata alla dimensione delle imprese: tra quelle con meno di dieci addetti, solo il 14,9%, per esempio, offre buoni pasto o buoni spesa (contro il 37% di media provinciale visto poco sopra). La percentuale sfiora il 70% (68,9%) nelle imprese con oltre 250 addetti.
Significativo anche il dato relativo alle misure per la sanità integrativa, presenti nel 14% delle piccole aziende e nel 62% di quelle di grandi dimensioni.
La ricerca segnala anche le motivazioni dell’eventuale mancato utilizzo delle misure di welfare: il 6% dichiara di non esserne informato, una piccola percentuale (1%) afferma invece che le misure siano riservate solo ad alcuni addetti dell’azienda.
Smart working e gender pay gap
Altro dato che emerge è quello relativo alla scarsa diffusione dello smart working: ne beneficia solo il 9,8% degli intervistati, un dato inferiore sia a quello regionale (15,1%) che a quello nazionale (14,2%) riportati dall’Istat nel 2024. Singolare in una provincia, la Granda, in cui la presenza di numerose valli montane e aree definite "marginali", unita a un sistema viario non sempre all'altezza, dovrebbe invece fungere da propulsore per l'utilizzo del cosiddetto "lavoro agile".
Evidente il "Gender pay gap", il divario di genere per quanto riguarda il reddito: tra chi ha dichiarato di guadagnare meno di 750 euro al mese il 78% è donna, mentre tra chi ha dichiarato uno stipendio da oltre 2.500 euro al mese l’80% è uomo. Dato eloquente che delinea una differenza marcata, che si intreccia con la minore presenza di donne nei livelli professionali più elevati: “Il quadro evidenza una segregazione di genere che si manifesta su più piani”, si legge nell’indagine.
Nella postfazione è Franca Maino, direttrice scientifica del laboratorio di ricerca Percorsi di Secondo Welfare, a sintetizzare le conclusioni e indicare la strada: “La sfida, oggi, non è solo comprendere questi bisogni, ma anche costruire le condizioni istituzionali e organizzative affinché possano trovare risposte continuative e territorialmente radicate. Questo lavoro può rappresentare non un punto di arrivo, ma un punto di partenza per rafforzare il welfare di comunità e renderlo sempre più capace di rispondere ai bisogni di una società in trasformazione”.
CUNEO cuneo - Fondazione Crc - Welfare - close up



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