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CUNEO - venerdì 19 giugno 2026, 09:00

Percorso dermochirurgico: l'approccio multidisciplinare che fa del Santa Croce un modello di riferimento

Un viaggio tra prevenzione, diagnosi e cura dei tumori cutanei: al centro un metodo di lavoro che riduce i tempi di attesa e costruisce percorsi personalizzati attorno a ogni paziente
Cuneodice.it Percorso dermochirurgico: l'approccio multidisciplinare che fa del Santa Croce un modello di riferimento Cuneodice.it
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Con l'estate alle porte e l'aumento delle occasioni di esposizione al sole, parlare di prevenzione dei tumori cutanei significa inevitabilmente parlare di creme solari, nei sospetti e controlli dermatologici. La serata "Occhio alla pelle", organizzata dall'associazione L'Albero dell'Amicizia ETS presso il Circolo 'L Caprissi di Cuneo lo scorso mercoledì 10 giugno, ha scelto però di andare oltre: accompagnare il pubblico in un vero e proprio viaggio all'interno del percorso che porta dalla prevenzione alla diagnosi e, quando necessario, alla cura.

Il pubblico in sala

Un percorso che coinvolge dermatologi, chirurghi, oncologi, medici di famiglia, anatomopatologi e associazioni di volontariato e che rappresenta oggi uno dei modelli organizzativi più significativi sviluppati all'interno dell'Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle.

Ad aprire l'incontro è stato il direttore generale dell'Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo Franco Ripa che ha sottolineato il valore della collaborazione tra ospedale, territorio e associazionismo. Nel suo discorso il dottor Ripa ha ribadito l’importanza di una prevenzione che passi innanzitutto dalla diffusione della conoscenza. 

Franco Ripa

A fargli seguito, il direttore sanitario Giuseppe Lauria ha posto l'accento sul concetto che ha poi attraversato l'intera serata: le patologie complesse non possono essere affrontate da una singola specialità. “Vogliamo rappresentare un modello che vede nella multispecialità, nella convergenza dei saperi e nella comunione delle competenze lo strumento per dare una risposta ai bisogni dei pazienti”, ha spiegato.

Un concetto che trova una delle sue applicazioni più concrete proprio nel caso dei tumori cutanei.

Giuseppe Lauria

La prevenzione è una responsabilità collettiva

L'intervento di Luigi Genesio Icardi, presidente della Commissione Sanità della Regione Piemonte, ha fornito la cornice istituzionale, collocando il tema del melanoma e dei tumori cutanei all'interno di una riflessione più ampia sulla sanità pubblica. Il punto di partenza sono stati i numeri: in Italia si registrano quasi 13 mila nuovi casi di melanoma ogni anno e l'incidenza continua a crescere. Pur rappresentando una quota relativamente ridotta dei tumori della pelle, il melanoma resta una delle forme più aggressive quando viene diagnosticato tardivamente, mentre una diagnosi precoce è in grado di modificare radicalmente le prospettive di cura.

Icardi ha ricordato come negli ultimi decenni la ricerca abbia cambiato profondamente l'approccio alle patologie cutanee, passando dall'osservazione clinica tradizionale alla biologia molecolare, al sequenziamento genetico e a strumenti diagnostici sempre più precoci e accurati. Un'evoluzione che ha permesso lo sviluppo di terapie innovative e sempre più personalizzate, ma che richiede allo stesso tempo una forte organizzazione del sistema sanitario.

Luigi Genesio Icardi

Ampio spazio è stato dedicato al ruolo delle campagne di sensibilizzazione, a partire da Euromelanoma, che da oltre vent'anni promuove in tutta Europa una corretta informazione sui rischi dell'esposizione ai raggi ultravioletti, sull'importanza dei controlli dermatologici per soggetti a rischio e sulla necessità di contrastare false convinzioni ancora molto diffuse riguardo all'abbronzatura, alle lampade solari e all'uso delle protezioni.

La lotta ai tumori della pelle, ha sottolineato Icardi, significa anche costruire reti cliniche efficienti, garantire l'accesso alle prestazioni appropriate, sostenere la ricerca e favorire percorsi multidisciplinari in grado di accompagnare il paziente lungo tutto il percorso diagnostico e terapeutico. In questo senso, la Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d'Aosta rappresenta uno strumento fondamentale per assicurare standard elevati di cura e ridurre le disuguaglianze territoriali.

Il messaggio emerso è stato che la prevenzione è un investimento sulla salute individuale, ma anche uno strumento di equità sociale: riportarla al centro della medicina significa costruire un sistema sanitario capace non solo di curare le malattie, ma di intercettarle prima che diventino un problema.

Dalla prevenzione alla cura: un percorso costruito tappa dopo tappa

A introdurre gli intervendi dei medici è stato Giorgio Giraudo, responsabile della SSD Day e Week Surgery e promotore dell'iniziativa, che ha definito l'incontro come un "viaggio all'interno della dermochirurgia". Un viaggio che si è sviluppato tappa dopo tappa: la panoramica delle principali patologie cutanee, come prevenire, quando si tratta di tumore e come è strutturato il percorso dermochirurgico. A conclusione, una tavola rotonda tra specialisti ha affrontato la tematica dai vari punti di vista. 

Giorgio Giraudo

La prima tappa è stata affidata alla dermatologa Veronica Arese, che ha affrontato un tema tanto semplice quanto cruciale: riconoscere le patologie cutanee e capire quando sia davvero necessario rivolgersi allo specialista.

Un messaggio emerso con forza riguarda infatti un equivoco molto diffuso. La prevenzione nel campo dei tumori della pelle non consiste nel sottoporre indiscriminatamente la popolazione a controlli continui e a effettuare screening di massa.

L'obiettivo è invece individuare i soggetti maggiormente a rischio e diffondere maggior consapevolezza per aiutare a riconoscere le lesioni sospette che meritino attenzione specialistica.

La visita dermatologica comprende attività molto diverse tra loro: screening dei pazienti a rischio, diagnosi di lesioni sospette, controlli periodici, trattamenti ambulatoriali e indicazione ai percorsi chirurgici quando necessari. Al centro c'è il concetto di appropriatezza.

Arese ha illustrato il ruolo della dermatoscopia e della videodermatoscopia, comunemente nota come mappatura dei nei, chiarendo come quest'ultima non rappresenti un esame da proporre indistintamente a tutti ma uno strumento da utilizzare nei pazienti che presentano specifici fattori di rischio.

Tra questi figurano la presenza di numerosi nevi, la familiarità per melanoma, alcune sindromi genetiche, particolari condizioni di immunodepressione e un'esposizione significativa ai raggi ultravioletti.

Particolarmente utile per il pubblico è stato il richiamo alla regola dell'ABCDE e al criterio del "brutto anatroccolo": il segnale più importante non è tanto la presenza di un neo, quanto il suo cambiamento nel tempo o la comparsa di una lesione diversa dalle altre.

Veronica Arese

La prevenzione comincia molto prima della visita

Se Arese ha spiegato come riconoscere i segnali che meritano attenzione, la dottoressa Eleonora Bongiovanni ha affrontato il tema della prevenzione primaria, cioè tutto ciò che si può fare prima ancora che una malattia compaia.

Il suo intervento si è trasformato in una sorta di guida pratica alla protezione della pelle.

Dall'importanza di limitare l'esposizione nelle ore centrali della giornata all'utilizzo corretto delle creme solari ad ampio spettro, fino al ruolo dell'abbigliamento protettivo, il messaggio è stato chiaro: la prevenzione non si esaurisce in una visita specialistica, ma si costruisce attraverso comportamenti quotidiani.

Particolare attenzione è stata dedicata ai bambini. Le evidenze scientifiche mostrano infatti come le scottature e l'intensa esposizione ai raggi UV durante l'infanzia e l'adolescenza aumentino significativamente il rischio di sviluppare tumori cutanei in età adulta.

Bongiovanni ha inoltre sfatato alcuni luoghi comuni ancora molto diffusi, tra questi quello relativo alla vitamina D. L'uso delle protezioni solari, ha chiarito Bongiovanni, non impedisce una corretta produzione di vitamina D: per la sua sintesi sono infatti sufficienti circa 15-30 minuti di esposizione quotidiana al sole, senza la necessità di esporsi in modo prolungato o non protetto.

Netta anche la posizione sulle lampade abbronzanti, considerate dall'Organizzazione mondiale della sanità tra i cancerogeni certi e associate a un aumento significativo del rischio di melanoma e altri tumori della pelle.

Eleonora Bongiovanni

Quando il tumore c'è: una rete di specialisti intorno al paziente

La domanda più delicata della serata è arrivata con l'intervento delle oncologhe Marcella Occelli e Michela Milanesio: cosa succede quando una lesione cutanea si rivela effettivamente un tumore?

La risposta è stata chiara: non esiste un percorso standard valido per tutti.

Dopo la diagnosi istologica, ogni caso viene valutato tenendo conto del tipo di tumore, delle sue caratteristiche biologiche, della sede anatomica, dell'età del paziente e delle sue condizioni generali.

Che si tratti di un carcinoma basocellulare, di un carcinoma squamocellulare, di un melanoma o di forme più rare come il carcinoma a cellule di Merkel, il principio resta sempre lo stesso: costruire il trattamento più appropriato per quella persona.

Questo approccio “su misura, sartoriale” è reso possibile grazie alla multidisciplinarietà. Attorno al paziente si attiva infatti una rete che coinvolge dermatologi, oncologi, chirurghi, radioterapisti, anatomopatologi, infermieri specializzati e personale dedicato alla presa in carico. A seconda delle necessità possono entrare nel percorso anche radiologi, medici nucleari, psicologi, dietologi, palliativisti e biologi molecolari.

La chirurgia rappresenta spesso il primo passaggio terapeutico, ma raramente è l'unico. Ogni decisione viene discussa collegialmente con l'obiettivo di evitare sia ritardi nelle cure sia trattamenti eccessivi.

Marcella Occelli e Michela Milanesio

Il percorso dermochirurgico: quando l'organizzazione diventa cura

La relazione della dottoressa Stefania Martina ha mostrato come questa filosofia si traduca concretamente nell'organizzazione ospedaliera.

Il percorso dermochirurgico del Santa Croce si fonda su tre pilastri: prevenzione, diagnosi e cura, lavoro di squadra.

Il cittadino entra nel sistema attraverso il medico di famiglia o la visita specialistica; da quel momento il percorso si sviluppa attraverso una continua interazione tra dermatologo e chirurgo, che condividono informazioni e decisioni.

La scelta del trattamento dipende da molte variabili: tipo di lesione, dimensioni, sede anatomica, risultato oncologico atteso, impatto funzionale ed estetico.

Per questo non esiste un unico setting assistenziale. Alcuni pazienti vengono trattati in ambulatorio semplice, altri in ambulatorio complesso, altri ancora in day surgery o con ricovero breve.

Ogni passaggio è pensato per garantire il massimo risultato con il minimo impatto possibile sulla persona.

Una volta effettuato l'intervento entra in gioco l'anatomia patologica, che attraverso sistemi di tracciabilità avanzati accompagna il campione fino alla definizione della diagnosi definitiva. Se necessario, si attiva immediatamente il confronto multidisciplinare per programmare ulteriori trattamenti.

In altre parole, il paziente non viene mai lasciato solo a orientarsi tra specialità diverse: è il sistema a costruire attorno a lui il percorso più appropriato.

Stefania Martina

Il segreto del modello cuneese: non solo multidisciplinarietà, ma rapporto umano

Se la parola più pronunciata durante la serata è stata "multidisciplinarietà", il concetto più interessante emerso è forse un altro.

A sottolinearlo sono stati praticamente tutti i relatori della tavola rotonda finale. Quando si parla di percorso dermochirurgico, infatti, non si fa riferimento soltanto alla presenza di molte specialità coinvolte: molti ospedali, infatti, dispongono di dermatologi, chirurghi, oncologi e anatomopatologi.

La differenza, nel caso del Santa Croce, sembra risiedere soprattutto nel modo in cui queste professionalità collaborano.

La tavola rotonda

Filippo Rivarossa, dirigente medico della Chirurgia Plastica, lo ha spiegato con grande chiarezza: “il percorso funziona perché esiste un rapporto umano forte tra le persone che ne fanno parte”.

I pazienti vengono indirizzati da uno specialista all'altro senza resistenze, senza compartimenti stagni, con l'obiettivo condiviso di trovare la soluzione migliore.

Filippo Rivarossa

Lo stesso concetto è stato ripreso da Giraudo, che ha raccontato il lavoro svolto negli ultimi cinque anni per strutturare il percorso. “In realtà il percorso c'era già. Si è trattato di far dialogare le persone” ha spiegato.

Una frase apparentemente semplice ma che racconta bene il valore aggiunto di questo modello: competenze elevate, ma anche fiducia reciproca, confronto continuo e capacità di lavorare come un'unica squadra.

È anche grazie a questa collaborazione che il Santa Croce è riuscito a raggiungere risultati organizzativi significativi, arrivando a garantire in molti casi l'accesso all'intervento chirurgico entro 10-15 giorni dalla diagnosi, tempi che gli stessi specialisti definiscono difficilmente replicabili in molte altre realtà italiane.

Giorgio Giraudo

Prevenzione non significa visitare tutti

La tavola rotonda finale ha affrontato anche un tema delicato ma centrale: come conciliare la crescente attenzione verso la prevenzione con la disponibilità limitata di specialisti.

Il direttore della Dermatologia, Massimo Chiarpenello, ha ricordato come sia impossibile offrire controlli dermatologici sistematici a tutta la popolazione: considerando il numero di cittadini della provincia, ci vorrebbero oltre 20 dermatologi impegnati a tempo pieno e dedicati esclusivamente a questo tipo di servizio, tralasciando tutto il resto del loro lavoro. Per una prevenzione efficace, invece, le risorse devono essere indirizzate verso chi presenta reali fattori di rischio o lesioni sospette.

Massimo Chiarpenello

Un concetto ripreso anche da Elvio Russi, vicepresidente della LILT Cuneo, che ha invitato a distinguere tra screening e visite di controllo mirate.

Lo screening viene proposto indiscriminatamente a tutta una popolazione e ha dimostrato di ridurre mortalità e incidenza di una malattia, ma nel caso dei tumori cutanei non è il tipo di prevenzione indicato: il valore maggiore risiede nell'identificare correttamente le persone a rischio e garantire loro percorsi rapidi di valutazione.

Elvio Russi

In questo contesto il ruolo dei medici di famiglia diventa fondamentale. Come ha spiegato Carla Mandrile, sono loro le prime sentinelle del sistema sanitario: devono saper tranquillizzare quando non esistono segnali di allarme, ma anche riconoscere rapidamente le situazioni che richiedono un approfondimento specialistico.

Sedare l'ansia del paziente non significa minimizzare il problema. Significa utilizzare correttamente le risorse disponibili affinché chi ha davvero bisogno di cure possa riceverle in tempi adeguati.

Carla Mandrile

Ed è proprio qui che incontri come "Occhio alla pelle" assumono il loro significato più profondo. Non sono semplici occasioni divulgative, ma strumenti di prevenzione a tutti gli effetti: aiutano i cittadini a conoscere i fattori di rischio, a riconoscere i segnali importanti e a comprendere quando sia davvero necessario rivolgersi a uno specialista.

Associazione L'Albero dell'Amicizia

In fondo, come ha ricordato Giorgio Giraudo citando uno dei principi della campagna internazionale Choosing Wisely, il vero obiettivo della medicina moderna è uno soltanto: "Fare il più possibile per il paziente, facendo il meno possibile al paziente".

Una frase che sintetizza perfettamente lo spirito dell'intera serata e, forse, anche il segreto del percorso dermochirurgico cuneese.

Qui sotto è possibile rivedere il video integrale della serata, suddiviso in capitoli.

Monica Fissore
luogo CUNEO
Il video integrale dell'evento Occhio alla pelle
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Tag:
prevenzione - Patologie cutanee - tumori della pelle - Occhio alla pelle

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