Quando la scuola abbandona i ragazzi: “Troppi sono frustrati e convinti di non essere importanti”
Il fenomeno Neet nella Granda incide meno che altrove: merito della formazione e delle reti associative. Ma esiste anche una dispersione scolastica “sommersa”“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo” scriveva Lev Tolstoj in uno degli incipit più famosi della letteratura. Vale altrettanto quando si parla di Neet, un acronimo in inglese che designa i giovani “not in employment, education, or training” (non al lavoro, a scuola o in formazione).
A Cuneo si è tornati a parlarne in una commissione comunale dedicata al fenomeno, la seconda dopo una prima riunione tenutasi in dicembre e un ordine del giorno a tema della consigliera Maria Laura Risso (Centro per Cuneo), che a sua volta prendeva spunto da un approfondimento della nostra testata. La preside dell’istituto Grandis Milva Rinaudo parla a questo proposito di un “paradosso piemontese”: una media di Neet al 9,6%, molto al di sotto di quella nazionale del 15%. “Cuneo è ancora più virtuosa all’interno del sistema Piemonte” aggiunge la preside, evidenziando qui il paradosso: “C’è però un 27% di giovani in condizioni di inattività, con fragilità educative e sociali non individuate nel primo ciclo scolastico e che diventa più difficile intercettare nell’adolescenza”.
E a volte è la scuola ad abbandonare i suoi alunni, prima che succeda il contrario: “Vedo tantissima frustrazione in questi ragazzi, arrivano demoralizzati e convinti di non essere importanti. Sono ragazzi in gamba a cui però non si è mai insegnato a credere nelle loro potenzialità, come succede anche nel caso della plusdotazione”.

“La scuola è il sismografo della disconnessione”
Esiste un tema legato alla salute mentale, come conferma il fatto che lo sportello psicologico di ascolto dell’istituto ha registrato un aumento dei fenomeni di disregolazione emotiva e degli atti di autolesionismo: nell’ultimo anno sono stati 112 gli accessi degli studenti. Sbaglierebbe, però, chi riducesse il fenomeno Neet a una mera questione di psicopatologia: “È un fenomeno sociale multifattoriale. Un cluster eterogeneo, in una fascia di età tra i 15 e i 29 anni” conferma la dottoressa Daniela Massimo, referente del Cantiere Adolescenti nell’ambito della Neuropsichiatria Infantile dell’Asl. “Tanti sottotipi di giovani si trovano in queste condizioni, da chi ha smesso di cercare lavoro a chi non si affaccia in questo mondo per compiti di cura”: una categoria, quest’ultima, molto rappresentata nel mondo femminile. Poi c’è chi versa in condizioni di marginalità: tossicodipendenti, immigrati, disabili.
“Il nostro territorio - sottolinea la psicologa - ha una grande ricchezza di offerta professionale e formativa, oltre che in termini di articolazioni culturali e sportive. Un fattore di rischio per il fattore Neet è appunto il venir meno di queste articolazioni”. Come evitarlo? Mettendo in rete i progetti esistenti. E prestando attenzione all’orientamento: “Il tema Neet può avere a che fare con le transizioni da un percorso scolastico a un altro”.
La professoressa Ileana Armando, attiva insieme alla collega Elena Balbo nei progetti del Grandis contro l’abbandono scolastico e il disagio, conferma che si tratta di “un processo graduale, una disconnessione progressiva che parte dal sistema scolastico e poi coinvolge l’ambito relazionale. La scuola è il sismografo di questo momento di disconnessione”. La scuola individua tra i campanelli d’allarme le assenze prolungate, ma anche i percorsi frammentari, i cambi d’istituto ripetuti, il salto critico che i ragazzi vivono tra il primo e il secondo biennio: “Significativo è il calo motivazionale: una sfiducia nel futuro. Molto spesso i ragazzi entrano in crisi, sanno che la scuola è importante ma non la vedono come un momento di miglioramento. L’ingresso nel mondo del lavoro è spesso difficile e non stabile e su questo loro hanno già le idee chiare”.

Un patto educativo per i giovani fuori dai radar
Si lavora quindi sul rafforzamento delle competenze trasversali e l’attivazione di consulenze per eventuali riorientamenti, appoggiandosi a servizi dedicati come lo sportello Obiettivo Orientamento della Regione: al Grandis nell’ultimo anno sono stati 46 gli studenti accolti dalla formazione professionale, 82 i percorsi di mentoring attivati. “Cuneo è una realtà con punti di forza, un mercato del lavoro ‘assorbente’ e un orientamento da record: il 90% dei tredicenni è coperto dalla rete regionale. Le agenzie formative funzionano” aggiunge la docente: “Le criticità riguardano la dispersione sommersa e il divario di cittadinanza: i tassi di abbandono sono più alti tra gli studenti non italiani. Ci sono poi ostacoli logistici nelle aree montane”. Che cosa serve? “Servono tavoli di coordinamento tra Comune, scuola, Asl e servizi sociali e un accesso più rapido ai canali, oltre alla tutela degli ‘invisibili’: i ragazzi con fragilità e in ritiro sociale. Serve anche una connessione al lavoro più strutturata con le aziende locali del territorio. Un patto educativo territoriale, perché solo la rete può dare strumenti a questi ragazzi per non scomparire dai radar”.
Dal punto di vista di chi fa orientamento, spiega Flavia Morra di Obiettivo Orientamento, il problema è che a volte si trova la collocazione ideale, ma non il posto: “Ricordo casi di genitori che avevano iniziato a telefonare a gennaio, mentre i figli erano a casa, chiedendo di prenderli almeno per l’anno successivo”. Il fenomeno Neet “è problematico soprattutto per la fascia 15-17 anni, sono i ragazzi che diventa difficile ricollocare: in quella successiva si collabora col centro per l’impiego cercando una soluzione nel mondo del lavoro o nella formazione per adulti. Prima è difficile individuare soluzioni”.
Nei casi più gravi intervengono anche i servizi sociali. Al Consorzio Socio Assistenziale del Cuneese sono pervenute nel 2025 una ventina di segnalazioni di abbandono scolastico dalla Procura e dalle forze dell’ordine. Non è un quadro completo, evidenzia la direttrice generale Giulia Manassero: “C’è sicuramente una percentuale di sommerso che non arriva a noi e soprattutto un grosso gap rispetto ai ragazzi che prendiamo in carico: i numeri non sono piccoli. Si parla di 638 minori in carico sul territorio dello Csac per quanto riguarda l’educativa territoriale, che si sommano ad affidi, inserimenti in comunità e altro”.

Cosa pensano i ragazzi: “Non ci sono scuole di serie B”
Tanti - e differenti - gli spunti, raccolti nel dibattito tra i consiglieri dove emergono anche altri temi: la carenza di risorse economiche, il ruolo dello sport e della lettura, il problema dei tirocini quando diventano mero sfruttamento e lavoro non pagato. Un punto di vista diretto è quello offerto dai componenti della Consulta giovanile, presieduta da Yasmine Cisse: “Sono stata studentessa delle superiori e ho visto questi fenomeni in prima persona. Provenivo da una classe in cui metà degli studenti, tra cui io, venivano da istituti diversi: è difficile cambiare ambiente e capire che una bocciatura o un cambio d’istituto non è un fallimento. La provenienza da una certa scuola determina un certo ‘status’: il Grandis per esempio viene visto a volte come una scuola di serie B, ma posso assicurare che non è così”. Lo pensa anche il consigliere della consulta Gabriele Bagnis: “Tutte le scuole ci formano allo stesso modo e tutte ci insegnano a diventare adulti, con professionalità diverse: è importante poter scegliere in libertà senza essere giudicati”.
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