Trump, la Cina e noi: “A Hormuz è in gioco la supremazia Usa sui mari”
L’analista geopolitico Dario Fabbri ha parlato alla platea della Camera di Commercio cuneese: “I dazi? Li stanno pagando gli americani”Si è chiusa con l’intervento di Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore della rivista Domino, la presentazione del rapporto Cuneo 2026 in Camera di Commercio.
In collegamento da Roma, di fronte a una platea attenta, l’ospite ha parlato dei principali dossier della politica estera in un anno in cui la Granda, dopo il record del 2024, registra persistenti battute d’arresto sull’export. Al centro, com’era prevedibile, la questione dei dazi, rispetto alla quale Fabbri offre come di consueto un punto di vista “laterale” e spiazzante: “I dazi non funzionano per gli Stati Uniti che li impongono, ma allora qual è allora la ratio? Il loro obiettivo non è riportare la manifattura negli Stati Uniti. Se gli Usa diventassero un Paese esportatore, non sarebbero più la superpotenza planetaria. In più occasioni Trump ha specificato che i dazi sono destinati a condurre migliaia di miliardi nelle casse statunitensi: l’obiettivo è prendere soldi, per investirli contro la Cina in spesa militare e tecnologica”.

Attacco al ventre molle del Dragone
All’ombra delle guerre commerciali di Donald Trump, insomma, ci sarebbe una corsa per la supremazia analoga a quella che negli anni Ottanta sfiancò l’Unione Sovietica nel confronto con gli Usa. Era l’epoca di Reagan e delle guerre stellari. Ora, però, nella posizione dei sovietici rischiano di ritrovarsi gli stessi americani. Tant’è che i loro dazi non stanno sortendo gli effetti sperati: “I dazi contro la Cina dovrebbero ridurne il surplus commerciale e la liquidità, ma non stanno funzionando: addirittura a gennaio la Cina ha segnato il dato più alto dell’ultimo decennio sulle esportazioni, mentre a maggio il deficit commerciale degli Usa era aumentato”.
L’idea di colpire il “ventre molle” del Dragone, quell’entroterra in cui “ancora 780 milioni di persone vivono in condizioni di povertà o semipovertà”, è la strategia di Washington: “La storia ci dice che la tensione fra campagna e città ha provocato sovente rivoluzioni, è successo ancora nel 1949. Affinché non avvenga di nuovo, una parte della liquidità viene spostata dal governo cinese verso l’entroterra”.

L’Iran sfida gli Usa nello stretto: ma per quanto?
Se la Cina guarda allo sviluppo del proprio “cuore” continentale, gli Usa non possono non preoccuparsi di quanto accade sui mari. A cominciare da Hormuz: “Questa guerra - avverte Fabbri - è molto più importante di quella in Vietnam, in Afghanistan o in Iraq, perché ne va di mezzo il dominio marittimo e gli Stati Uniti sono un impero marittimo: la globalizzazione si fonda sul controllo americano dei mari e riguarda il 90% delle merci. Per gli americani quindi la questione è molto più importante, non è economica ma marittima”.
Nello stretto passa circa il 25% degli idrocarburi mondiali, ma un terzo di questi vanno verso la Cina e più del 70% verso l’Asia: “Gli Usa hanno ragione quando dicono che non prendono niente da Hormuz” osserva il direttore di Domino. Al momento circa il 75% del petrolio che al 27 febbraio passava per Hormuz è tornato a transitarvi: “Per il resto serve tempo: le circa 130 navi che al giorno attraversano lo stretto stanno tornando quasi a regime, ma in queste ultime ore ci sono stati scambi di attacchi perché nel frattempo l’Oman, il principale gestore geografico della rotta insieme all’Iran, ha disegnato una via alternativa al controllo dell’Iran”.
Su quanto possa protrarsi la situazione non ci si sbilancia: “Credo che nel medio periodo l’Iran faticherà molto a prolungare il ‘ricatto’ geopolitico perché a differenza dello stretto di Suez, facilmente gestibile, quello di Hormuz è più ampio”. Quel che è certo è che la guerra americana si è rivelata l’ennesimo fallimento nella regione: “Gli apparati hanno spiegato a Trump che gli iraniani sognano di vivere come noi, che sono una grande provincia intrappolata in una teocrazia. Queste sciocchezze ce le raccontiamo anche noi. E questa retorica tra l’ignorante, il razzista e il paternalistico ha condotto all’intervento americano”. La Cia, intanto, segnala che la Repubblica islamica ha due terzi di missili intatti e migliaia di droni, con componentistica cinese.

L’Europa “minorenne” nelle mani americane
E l’Europa? “L’Europa non esiste” ripete Fabbri in tutte le occasioni. Non è una provocazione, perché “quando le cose si mettono male riemergono le distanze e i razzismi tra popoli che non sono uniti”. Lo prova il fatto che nel 2022, pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina, a bloccare il piano di riarmo annunciato dalla cancelleria tedesca fosse stato il governo polacco, con la questione delle “riparazioni” per l’occupazione nazista. Ora ci si mette la richiesta di riarmo, pressante, degli americani: “Gli Usa credono di doversi concentrare sul quadrante orientale dell’emisfero, perciò chiedono agli alleati europei della Nato e al Canada di spendere di più in armamenti ma senza diventare mai ‘maggiorenni’. E a noi piace molto essere minorenni nelle mani americane, peraltro i minorenni più vecchi del mondo”.

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