Silvano Dovetta: “La nuova legge sulla montagna sia per la montagna”
“La ‘montanità’ viene svuotata di significato se la classificazione dei Comuni tende ad appiattire le differenze tra aree effettivamente montane e territori a domanda debole”Il presidente dell’Unione Montana Valle Varaita, Silvano Dovetta, interviene nel dibattito sul tema della nuova legge nazionale sulla montagna esprimendo una propria riflessione. Questo contributo riprende e amplia i ragionamenti effettuati nell’ambito del convegno “La nuova legge sulla montagna. Tra criticità e opportunità. La sfida dell’attuazione” che si è svolto venerdì 12 dicembre al Centro Incontri della Provincia di Cuneo e nel quale Dovetta è intervenuto nel suo ruolo di consigliere della Provincia di Cuneo con delega alla montagna.
“La nuova Legge sulla Montagna è senza dubbio un passo avanti. Dopo trent’anni lo Stato è tornato finalmente a parlare di montagna in modo organico, mettendo sul tavolo temi fondamentali: i servizi essenziali, il contrasto allo spopolamento, il sostegno alle imprese e alla residenzialità. Tutti obiettivi condivisibili, che chi amministra la montagna da anni, come me, non può che accogliere positivamente. Il problema è che tutto questo rischia di restare sulla carta se la classificazione dei Comuni montani, definita dal DPCM attuativo, non tiene davvero conto della realtà quotidiana delle terre alte. Ed è su questo punto che la valutazione diventa molto più critica.
Il caso del Piemonte è emblematico. La Regione sta cercando di bilanciare gli effetti della riforma lavorando sulla classificazione, con l’obiettivo di non penalizzare Comuni sotto i 600 metri che presentano comunque forti svantaggi strutturali e di evitare tagli legati alla Legge di Bilancio 2026. Un’operazione comprensibile sul piano politico, ma che porta con sé un effetto collaterale evidente: parte dal presupposto di diluire ancora una volta la specificità della montagna. Nel tentativo di non lasciare indietro nessuno, si rischia di non riconoscere fino in fondo il ruolo dei territori realmente montani. Territori che non sono un problema da gestire, ma un presidio fondamentale: contro il dissesto idrogeologico, per la sicurezza delle aree di valle, per la cura quotidiana del territorio. Qui la manutenzione non è un’opzione, è una funzione pubblica essenziale.
La montagna non può essere trattata come un dettaglio statistico. Qui ogni servizio costa di più, ogni intervento è più complesso, ogni scelta pesa di più. La manutenzione delle infrastrutture, la gestione del rischio idrogeologico, gli interventi sociali in territori dispersi non sono problemi teorici: sono lavoro quotidiano. Se la classificazione dei Comuni tende ad appiattire queste differenze, il risultato è che la “montanità” viene svuotata di significato.
A livello regionale si sta parlando molto del rischio di esclusione di piccoli Comuni dai benefici della legge. È una preoccupazione legittima. Ma esiste anche un rischio opposto, che voglio esplicitare con chiarezza: quello dell’eccessiva inclusione. Se la categoria “montagna” diventa troppo larga o troppo elastica, alla fine non tutela più nessuno. Soprattutto, non tutela chi sopporta da sempre i costi più alti del vivere e dell’amministrare in quota.
Serve un intervento a sostegno delle zone depresse o dei Comuni a domanda debole? Benissimo, questo è un tema certamente importante e da analizzare, ma credo che non lo si possa inserire nel ragionamento quando si parla specificatamente di montagna: piuttosto allora si proponga di costituire delle entità consorziate che comprendano comuni montani e non montani e si demandi a questi soggetti di occuparsi di tutto: alte e basse valli, però, sono realtà con esigenze e specificità diverse e penso che sia giunto il momento che questa cosa venga considerata nella giusta prospettiva. Se pensiamo invece di proseguire lungo un crinale di omogeneizzazione o, peggio, di ottimistica semplificazione, stiamo compiendo scelte che, a mio parere, sono sbagliate.
Se una legge si occupa di montagna, dovrebbe innanzitutto riconoscere e premiare in modo chiaro chi la montagna la vive davvero. Non le “aree interne” in senso generico, ma quei Comuni che ogni inverno fanno i conti con la neve, con le strade esposte, con le borgate isolate, con i versanti instabili. Dove nevica di più? In montagna. Dove costano di più scuole, strade, servizi, reti energetiche? Ancora in montagna. È legittimo chiedersi perché proprio questi elementi, così concreti e quotidiani, non diventino criteri forti per l’accesso alle risorse.
In questa logica, l’idea di mettere sotto la stessa etichetta tutti i Comuni a “bassa domanda” di servizi è una scelta discutibile. Una volta tanto servirebbe una decisione chiara: riconoscere la montagna come priorità, non come sottoinsieme indistinto di un contenitore amministrativo più ampio. Se si introducono parametri come altitudine e pendenza, questi devono produrre effetti reali nella distribuzione delle risorse. Altrimenti la domanda resta inevitabile: di quali quote altimetriche stiamo parlando?
Questo problema diventa ancora più evidente se si guarda alle risorse disponibili. I 200 milioni annui previsti per il triennio 2025-2027 sono giudicati insufficienti da molti, nel mondo associativo come in Parlamento. Se le risorse sono poche e la platea dei beneficiari viene continuamente allargata, l’effetto finale è scontato: alla montagna vera arrivano, ancora una volta, le briciole.
E allora la domanda non è solo tecnica, ma politica e culturale. Chi lo spiegherà a chi sta cercando di ripopolare i paesi di montagna, a chi investe in nuove attività, a chi sceglie di tornare a vivere in borgata, che la “nuova legge sulla montagna” non garantisce un riconoscimento chiaro e preferenziale per questi territori? Che, ancora una volta, le priorità si diluiscono?
La Legge 131/2025 ha un impianto condivisibile: parla di servizi, di incentivi fiscali, di agricoltura di montagna, di turismo sostenibile, e si collega alle strategie per le aree interne. Ma la classificazione dei Comuni montani, così come oggi è impostata, rischia di tradirne lo spirito. Uno strumento che poteva essere forte sembra avviarsi a diventare l’ennesimo meccanismo contorto che non premia davvero chi porta sulle sue spalle il peso maggiore: la nuova legge potrebbe dunque restare un’occasione mancata e la montagna, ancora una volta, continuerà a pagare il conto.
In conclusione, pongo ancora tre domande che mi pare ci possano servire per tornare al tema della sfida dell’attuazione della legge e della sua efficacia sul lungo periodo.
1. Qual è la montagna che vogliamo riconoscere? Una montagna definita da metri e gradi di pendenza, o una montagna definita dalla distanza dai servizi e dalla fragilità socioeconomica?
2. La legge costruisce condizioni di permanenza o solo incentivi temporanei? Quanto è strutturale il sostegno a scuola, sanità, casa e lavoro?
3. Chi governa davvero lo sviluppo montano? Il singolo Comune, le Unioni montane, la Regione, lo Stato? E con quali competenze e risorse?
Se sapremo trovare risposte serie e sincere a queste domande, credo che ci potremo considerare sulla strada giusta”.
c.s.
FRASSINO Montagna - Unione montana Valle Varaita - Silvano Dovetta - legge - comuni montani
commenti
Effettua il login per commentare

Condividi