L’industria che fa la storia. Confindustria celebra il “travaj” piemontese
Malgrado le difficoltà recenti sull’export la Granda resta nell’avanguardia del made in Italy: “Nei numeri la fotografia di una provincia che produce”Il saper fare, il lavoro. Anzi ‘l travaj, una parola che ha un’origine tremenda: arriva da tripallium, uno strumento di tortura medievale. Tre pali che trafiggevano il condannato a morte. “Si entra nella dimensione della sofferenza, del patimento fisico e magari spirituale” spiega l’attore e divulgatore della lingua piemontese Paolo Tibaldi, dal palco dell’assemblea di Confindustria Cuneo al Teatro Sociale di Alba.
Però è una parola che evolve, perché travaj nel tempo diventa travaglio e cioè quel momento che precede il parto, fatto di tribolazione e di sofferenza ma anche dell’orgoglio di “mettere al mondo”: “L’augurio più bello del mondo del lavoro è fare qualcosa che ti somigli il più possibile”. Ma il travaj è anche un modo per definire un lavoro difficile: un travaj del pentu prevede una grandissima sofferenza a fronte di una scarsa resa. L’espressione arriva dalla valle Maira, quando i cavjè e i pellassiers preparavano le parrucche per la migliore nobiltà d’Europa. Se la domanda era troppa rispetto alle possibilità, si cercava appunto di fare “il lavoro del pettine”, cioè industriarsi con i pochi capelli rimasti per fare nuove parrucche.
“Beica che t’ei mac fa ‘l to travaj” era la risposta dei genitori piemontesi di un tempo allo scolaro che mostrava un bel voto: ovvero “guarda che hai solo fatto il tuo lavoro”. Un monito che riflette il carattere riservato e laborioso dei piemontesi, tratteggiato in modo eccezionale da Giovanni Arpino: “I piemontesi continuano a produrre più di quanto consumano, seguitano a credere che lavorare bisogna, obbediscono a un codice morale che parla di fedeltà, di puntiglio, di sacrificio nel presente perché questo presente è il crogiuolo del domani, dei figli, delle cose”.
Confindustria ha aperto con questo messaggio un’assemblea tutta dedicata alla celebrazione dell’“industria che fa la storia”, della piemontesità operosa, orgogliosa ma modesta, comunque attenta a non fare mai il passo più lungo della gamba. Forse anche perché, come ricorda ancora Tibaldi, “la storia dell’industria piemontese parte dalle campagne, in quella sapienza del lavoro che sa plasmare il paesaggio, un linguaggio, una mentalità”.

“La nostra forza va difesa ogni giorno”
“Cuneo non è soltanto una terra di eccellenze riconosciute” dice il presidente degli industriali cuneesi Mariano Costamagna: “È una delle aree più produttive e più solide del Paese. Lo dicono il valore del suo Pil, il peso dell’industria, la forza dell’agricoltura, la capacità di esportare meccanica e componentistica, l’alimentare e il vino. Sono numeri molto importanti ma prima, prima ancora, sono la fotografia di una provincia che produce, che ha fatto del made in Italy il suo mantra”.
Se anche dopo la pandemia il territorio “ha mostrato una capacità di reazione che non possiamo dare per scontata”, continua Costamagna, pure non va sottovalutato che “il primo trimestre 2026 presenta luci ed ombre, il totale dell’export provinciale segna una flessione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: è un segnale che dobbiamo cogliere. La nostra forza va difesa ogni giorno con investimenti, competenza e capacità di adattamento”.

La Granda fra le prime 15 province del made in Italy
Esageruma nen, come si dice. Anche se i numeri confortano, ancor più di quanto non si dica di solito, l’immagine di una provincia che sa fare: l’economista Marco Fortis sottolinea che la Granda ha la prima posizione, tra le province italiane, come export pro capite di prodotti alimentari vari, prodotti da forno, articoli in gomma e prodotti per l’alimentazione animale. Il settore bevande la vede al secondo posto dopo Verona, con un quinto posto per produzione di vini dop stimata in migliaia di ettolitri.
Tra tutte le province italiane, nel decennio 2014-2023 Cuneo si è piazzata fra le prime quindici province per crescita del Pil a valori correnti, con un più 35,9%. I dati dell’export, in linea con quelli del Piemonte, vedono una difficoltà nell’ultimo anno non disgiunta però dalla forte tenuta di alcuni settori: per quanto concerne le vendite sui mercati extra Ue il contributo della regione Piemonte copre il 7,1% dell’export europeo totale e la provincia di Cuneo è all’1,6%. Nelle esportazioni vitivinicole i dato sale al 2,1% per la Granda.

Solo gli Usa crescono più dell’Italia nel G7
E l’Italia? Anche qui i numeri raccontano una realtà di lavoro e competenze che non sempre emerge nel dibattito pubblico. “L’Italia era l’ottavo esportatore mondiale, oggi siamo il quinto escludendo i Paesi di puro transito come l’Olanda e Hong Kong” osserva l’economista, direttore della Fondazione Edison: “Da maggio 2025 ad aprile 2026 l’Italia ha superato il Giappone ed è diventato il quarto esportatore. A fine anno - avverte - non sarà più così, ma solo perché Taipei e Corea del Sud stanno esportando quantitativi enormi di microchip per alimentare la bolla dell’intelligenza artificiale: molte vengono fatte tre o quattro volte”.
Una dinamica interessante è quella della crescita del Pil pro capite: l’Italia l’unico grande Paese oltre alla Cina che abbia incrementato il suo surplus commerciale ed è seconda nel G7 per crescita dietro agli Stati Uniti, con l’8,4% in più dal 2020 al 2025 contro il +10,9%. Nel caso degli Usa, peraltro, questa crescita è finanziata dall’incremento del debito pubblico per altri settemila miliardi di dollari. “Ci sono Paesi, - aggiunge Fortis - come la Gran Bretagna e il Canada, il cui Pil complessivo cresce solo perché cresce la popolazione. La crescita della Spagna, che sembra fortissima, in termini pro capite vale la metà del Pil”. A proposito di confronti tra “cugini”, “abbiamo 10mila imprese esportatrici medio-grandi che da sole esportano più dell’intera Spagna: le piccole fanno comunque più di 50 miliardi in esportazioni”.

Il debito pubblico? Mai stati pecore nere
Resta la “bestia nera” del debito, che in realtà è soprattutto un tema di interessi. “L’Italia - conferma la relazione - è in avanzo statale primario già dal 2024 e lo siamo già stati dal 1992 al Covid: siamo il Paese più frugale del mondo, restiamo in rosso solo per colpa degli interessi. L’Italia è anche creditore netto verso il mondo con 385 miliardi, pur avendo 1000 miliardi di debito pubblico in mani straniere: Francia e Spagna hanno invece stock di posizione patrimoniale sull’estero negativi”. Gli Usa, si prevede, supereranno il nostro rapporto debito/Pil nel 2030, la Francia fra i 2030 e il 2035 e probabilmente anche la Cina: “Tra dieci anni tutti i paradigmi del passato saranno spazzati via e l’Italia non sarà più la pecora nera del debito pubblico mondiale che in realtà non è mai stata. Anche perché il debito rapportato non al Pil ma alla ricchezza finanziaria privata è molto più basso rispetto alla Francia, alla Spagna e a molti altri. Sennò non si spiegherebbe perché abbiamo 450 miliardi di debito pubblico detenuto da famiglie e imprese”.
“La vera sfida - conclude Fortis - sarà come far crescere il Pil dopo i superbonus edilizi e il Pnrr. Serviranno dopo il 2027 35 miliardi di investimenti per evitare che il Pil freni: serve soprattutto sbloccare le autorizzazioni per le energie rinnovabili e gli investimenti per le infrastrutture”.
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