Da Alba alla scena: il debutto teatrale di Ilaria Castellazzi con “Non chiamatele streghe”
In Calabria, a Soverato, domenica 12 luglio l’autrice, musicologa e divulgatrice albese porterà in scena il suo primo spettacolo, interpretato da Annalisa InsardàDomenica 12 luglio, alle ore 22, al Teatro al Borgo di Soverato, in provincia di Catanzaro, debutta in prima assoluta “Non chiamatele streghe – Donne di lirica nella parola contemporanea”, atto unico di voce e musica ideato e scritto da Ilaria Castellazzi, in scena nell’ambito di Armonie d’Arte Network.
Nuova produzione originale di Armonie d’Arte, lo spettacolo è interpretato da Annalisa Insardà, su testo di Ilaria Castellazzi, con coreografie di Filippo Stabile per la Compagnia Create Danza e regia condivisa di Chiara Giordano e Filippo Stabile. Ilaria Castellazzi è autrice, musicologa, pianista, divulgatrice e podcaster, da anni impegnata nel racconto del teatro d’opera, della musica classica e delle loro connessioni con il nostro presente.
Con “Non chiamatele streghe”, Ilaria Castellazzi debutta nella scrittura teatrale portando sulla scena un progetto che attraversa opera lirica, teatro di parola e riflessione contemporanea. Al centro non c’è soltanto la tradizione del melodramma, ma una domanda più ampia: che cosa accade quando una donna esce dal ruolo che le è stato assegnato? Quando smette di essere personaggio, oggetto di giudizio, corpo da desiderare, da punire o sacrificare, e rivendica il diritto di raccontarsi con la propria voce?
Il titolo richiama una parola antica e ancora pericolosamente attuale: “strega”. Nei secoli è stata usata per isolare, colpevolizzare, delegittimare, rendere sospetta ogni forma di libertà femminile. Nella storia, nella mitologia, nella cronaca e nella cultura occidentale, la donna che conosce, sceglie, desidera, disobbedisce o semplicemente non si lascia definire diventa spesso un’anomalia da contenere. Il teatro musicale non fa eccezione: le sue eroine sono state amate, cantate, applaudite, ma anche giudicate, sacrificate, condannate.
Da questa frattura prende forma lo spettacolo: dall’esigenza di restituire parola a figure femminili rimaste troppo a lungo imprigionate in narrazioni costruite da altri. Donne consegnate alla bellezza della musica, ma spesso private della possibilità di dire la propria verità; donne che il pubblico conosce, o crede di conoscere, e che tornano oggi a interrogare il modo in cui la società continua a nominare, giudicare e raccontare il femminile.
Senza rinunciare alla forza del mito teatrale, “Non chiamatele streghe” guarda al presente e interroga il modo in cui il linguaggio può diventare violenza. Le parole non sono mai innocenti: possono proteggere o ferire, liberare o condannare, illuminare una storia o deformarla.
Anche nella cronaca contemporanea, la violenza contro le donne viene ancora troppo spesso attenuata, spiegata, quasi addomesticata attraverso formule che spostano l’attenzione dall’atto alla passione, dalla responsabilità al raptus, dalla vittima al movente sentimentale.
In questo spazio di confine tra scena e coscienza, il melodramma diventa allora uno specchio del nostro tempo.
Le figure femminili dell’opera non appartengono soltanto al passato o alla storia della musica: tornano a interrogare il presente, le sue contraddizioni, le sue parole tossiche, i suoi meccanismi di esclusione, la difficoltà ancora viva di riconoscere pienamente la libertà di una donna senza trasformarla in colpa.
Il progetto non si limita però alla denuncia. “Non chiamatele streghe” apre una riflessione più ampia sulla responsabilità emotiva, sulla costruzione degli stereotipi, sulla possibilità di rileggere il femminile fuori dalle categorie del giudizio.
Non una contrapposizione sterile tra maschile e femminile, ma un invito a ripensare le relazioni, il linguaggio, l’ascolto e il modo in cui le storie vengono tramandate.
La prima assoluta si inserisce nell’ambito di Armonie d’Arte Network. In questo orizzonte, “Non chiamatele streghe” diventa un approdo simbolico: un luogo scenico in cui ciò che è stato marginalizzato, frainteso o messo a tacere può finalmente emergere, non come memoria immobile, ma come domanda attuale rivolta al nostro presente.
“Scrivere ‘Non chiamatele streghe’ è stato come dare corso a un’esigenza profonda: attraverso la mia penna, queste donne perseguitate, imbavagliate nelle loro parole, etichettate come streghe e costrette all’impotenza nelle loro azioni, hanno potuto ritrovare una voce. Non la voce familiare delle opere liriche, ma una voce nuova, moderna, a volte cinica, a volte appassionata, in ogni caso espressione di un’affermazione di sé urgente e necessaria”, afferma Ilaria Castellazzi.
ALBA teatro - Alba - Ilaria Castellazzi - Non chiamatele streghe - Armonie d'Arte

Condividi