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DEMONTE - Wednesday 04 March 2026, 16:15

I quattro argomenti: quando il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune

Tra i documenti storici emergono gli atti con cui il Marchese di Saluzzo riconobbe ai demontesi una lunga serie di diritti non scontati per l'epoca
Un'immagine storica di Demonte
Un'immagine storica di Demonte

Cos’erano nel Medioevo i quattro argomenti? Rappresentavano il potere del signore sui luoghi da lui dominati. Erano l’aria, l’acqua, il fuoco e la terra. Quindi le fonti di vita: i terreni, anzitutto, gli animali di terra, di acqua e di aria, il legname per costruire case, riscaldarsi, cuocere i cibi, e l’acqua, in particolare i corsi d’acqua, sui quali nel Medioevo erano costruiti i mulini, la più importante fonte di energia dell’epoca. Interessanti per capire come funzionava tale potere dei signori sono gli atti a cui si fa risalire la data della nascita del Comune di Demonte, cioè gli atti con cui il Marchese di Saluzzo riconosce al borgo taluni diritti sulle fonti della vita e quindi gli concede una certa autonomia e il ruolo di città.  

Il borgo di Demonte divenne ufficialmente Comune con atto verbale del 1214-1215 del Marchese, che poi lo confermò con atto scritto nel 1231. In tale atto fu regolamentato l’uso dei quattro argomenti che non erano del borgo, ma del signore (il marchese appunto). Non va dimenticato che nel Medioevo vigeva la tripartizione funzionale della società, vale a dire che il mondo era diviso in oratores (religiosi), bellatores (coloro che combattono assicurando la difesa delle terre, cioè nobili e cavalieri, proprietari di ogni bene) e laboratores (tutti gli altri, in particolare i contadini legati alla terra che non potevano lasciare e dovevano coltivare, costretti in condizioni di servitù verso gli oratores e i bellatores). La proprietà delle terre e dei quattro elementi era come già detto dei signori (“bellatores”, nobili di vario grado, e “oratores”, religiosi di alto lignaggio). Con la crescita dei liberi Comuni la condizione di semi schiavitù dei “laboratores” andò poco a poco migliorando e nacquero nuovi uomini liberi (vigeva il detto: “L’aria della città rende liberi”) e ciò costrinse poco per volta i nobili (i bellatores) a riconoscere via via più diritti ai borghi ed ai loro abitanti.

Ecco dunque l’importanza dell’atto sopra ricordato (e di altri successivi), poiché Demonte era il borgo più importante della valle Stura e costituiva una via di mezzo fra le comunità più piccole e meno libere e i Comuni più importanti, e quindi più forti e indipendenti, come quello di Cuneo. Era quindi la comunità principale della valle Stura e come tale il marchese volle (o dovette) riconoscerla, ed ecco il contenuto di tali atti, utilissimi per comprendere la mentalità del tempo.

Rivediamo quali erano i quattro argomenti così come li descrive don Alfonso Maria Riberi: “Aria (diritto di caccia), acqua (diritto di molini e battitoi), fuoco (i forni), terra (diritto di fodro e albergaria)”. Ebbene, nell’atto del 1231 il marchese di Saluzzo conservava la signoria sui quattro argomenti, ma in modo solo simbolico, in quanto riconosceva ai demontesi il diritto di caccia “dell’astore e dell’orso”, ma si doveva dare a lui (al marchese) “un astore per ogni nidiata e il terzo di ogni orso ucciso”. Pretendeva, inoltre, un barile di miele e un moggio di cera all’anno. Quanto all’acqua e al fuoco, il marchese concedeva ai demontesi la libertà di impiantare mulini, battitoi e forni purché in terreno privato.

Curioso, vero? Nidiate di astori (il rapace simbolo di potenza e controllo), orsi (a quell’epoca erano probabilmente ancora tanti in valle Stura) e miele e moggi di cera, mulini, battitoi, forni. Il marchese rinunciava, infine, a ogni tipo di prestazione personale, ai servizi d’arme e alle roide (che erano giornate lavorative organizzate almeno due volte all’anno, in primavera e in autunno, in cui ognuno doveva prestare gratuitamente la propria opera manuale per la sistemazione delle strade e dei fossi). Rinunciava inoltre a ogni altra fornitura, se non resa volontariamente.

Restavano il “fodro” (una tassa di cui si parlerà in altra occasione) e il diritto di “albergaria”, il diritto cioè del marchese di essere ospitato, lui e il suo seguito di familiari e di armati, a spese degli ospitanti tutte le volte che saliva in valle e si fermava in un borgo. Nell’atto in questione tale diritto era, però, ridimensionato e fissato in due sole albergarie all’anno.

Poi c’erano le guerre, e il marchese ne faceva spesso. In tal caso il Comune gli doveva trenta “somate” (trenta carichi di muli, cavalli o altre bestie da soma) di cibarie. In compenso, sempre in caso di guerra, il marchese rinunciava a ogni altra pretesa fatta valere in passato: null’altro poteva essere chiesto ai signori e agli abitanti di Demonte e degli altri paesi, che non erano più tenuti quindi a forniture e prestazioni d’ogni genere a vantaggio del marchese; gli uomini della valle potevano, inoltre, continuare relazioni di pace e di amicizia anche con i nemici del marchese ed erano unicamente tenuti ad aiutare gli uomini del borgo di San Dalmazzo, ma soltanto nel territorio compreso fra il Gesso e lo Stura (tale concessione è assai significativa sia della reale autonomia degli abitanti, sia della crescente importanza dei commerci e della nascente borghesia). 

Tutti questi “benefici” e riconoscimenti di libertà in favore degli abitanti del borgo erano già un grande passo avanti rispetto al passato e un riconoscimento della autonomia dei borghi stessi. Tuttavia non venivano certo dati gratuitamente, perché il nobile continuava ad incassare il fodro, la tassa annuale, e altre tasse che, anche se con altri nomi, non erano a quei tempi tanto diverse da quelle attuali, come Imu, Iva, tasse di successione e sulla vendita degli immobili, e altre ancora, ma di queste si parlerà in altra occasione.


FONTI
Documenti contenuti nell’Archivio Storico del Comune di Demonte 
“RAM Repertorio di Antiche Memorie” di Don. Alfonso Maria Riberi, Primalpe

Mario Rosso
luogo DEMONTE
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Tag:
Demonte
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