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CUNEO - Tuesday 14 April 2026, 09:38

Cuneo, il colera e l'impegno delle prostitute

Durante l'epidemia del 1835 fu fondamentale (e mai ufficialmente riconosciuta) l'opera di assistenza svolta dalle donne che lavoravano nelle case chiuse
L'attuale via Peveragno: all'incrocio con corso Giovanni XXIII sorgeva casa Serra, utilizzata come lazzaretto nel 1835
L'attuale via Peveragno: all'incrocio con corso Giovanni XXIII sorgeva casa Serra, utilizzata come lazzaretto nel 1835

M’è capitato di rileggere recentemente un articolo apparso su Cuneodice a febbraio del 2023, che parlava della prostituzione (i bordelli) nella Cuneo dei primi del ‘900. La lettura mi ha ricordato quanto ho scritto nel libro “Piumla Basa” a proposito del colera del 1835 in Cuneo e dell’eccezionale comportamento delle prostitute del tempo. Ancora una volta emerge dal racconto la straordinaria curiosità della nostra Cuneo, e, aggiungo, il senso di accoglienza che l’ha sempre caratterizzata. Comincio dalla prima parte del racconto, la parte che potrebbe essere anche una delle tante barzellette cuneesi.

Prima, però, mi sia consentito un breve accenno al colera, brutta malattia, che si ripeté per parecchi anni  (ben sei volte fino al 1893) e colpì prevalentemente quelle che eran chiamate “classi inferiori” (circa il 97-98% della popolazione), a causa delle allucinanti condizioni igieniche in cui erano costrette a vivere nella Cuneo di quei tempi, come nella stragrande maggioranza delle città italiane.

Riporto dal mio libro citato: “Al giorno d’oggi ci è quasi impossibile comprendere come la stragrande maggioranza delle persone (il popolo) vivesse a quei tempi e quanto ‘schifose’ (il termine non è esagerato) dovessero essere le città. Un’inchiesta parlamentare del 1885-1886 rivelò che in Italia su oltre 8 mila Comuni più di 6 mila erano ancora privi di rete fognaria, che ben poche case (quelle dei ceti benestanti) disponevano di latrine e che molti Comuni non avevano l’acqua potabile (l’acqua arrivava in condotte a cielo aperto)”. È facile immaginare quale fosse la situazione, ancor peggiore, cinquant’anni prima. I poveri erano costretti a vivere in stanze malsane (ancora ai primi del '900 migliaia di poveracci in Cuneo vivevano in scantinati, e sempre nei primi anni del Novecento ancora correva nel centro dell’attuale via Roma la “bealera" di acqua sporca), costretti a vivere in dieci e più persone in due stanze o in una sola stanza (che faceva da cucina, con camino e camera da letto, tutti insieme in una promiscuità assoluta). Non c’erano latrine; i più fortunati vivevano negli ultimi piani di caseggiati con latrine comuni a decine di famiglie. Le strade erano piene di rifiuti di ogni genere: scarti di macellazione e della concia delle pelli, letame degli animali, rifiuti organici ed escrementi di animali e di esseri umani. Non c’era l’acqua nelle case e la si doveva andare a prendere nei pochi pozzi, spesso alimentati da condotte a cielo aperto in cui poteva cadere di tutto, e il popolo la beveva! Il fetore delle strade sarebbe al giorno d’oggi insopportabile. La gente (si parla sempre dei ceti bassi) non aveva possibilità di lavarsi. In più l’alimentazione delle “classi inferiori” era al limite della sopravvivenza.

Ed ecco la prima curiosità, proprio cuneese: come combattere il malanno? Ci pensarono, a dire il vero senza alcun successo, il sindaco (il conte Alessandro Ferraris di Celle) e il Consiglio comunale su indicazione di uno spagnolo, “don Javier di Pamplona”. L’uomo, che parlava un italiano accettabile, raccontò che la malattia era miracolosamente scomparsa da Pamplona grazie alle pecore. Ebbene sì. Le pecore. Una mandria di pecore merinos era entrata nella città nel pieno dell’epidemia e, dopo quel passaggio, la terribile malattia era rapidamente scomparsa. Furono comprate quattrocentosettantuno pecore, che furono fatte girare più volte per la città e per le frazioni: “Mossi a ciò – così recita l’ordinato della Ragioneria civica – dalla notizia che il passaggio non previsto di una mandria di merinos presso le mura della città di Pamplona in Spagna, mentre essa era afflitta dalla stessa malattia, aveva prodotto il salutare effetto di questa far scomparire immediatamente”. Naturalmente la cura non ebbe l’effetto sperato. I poveri, però, l’apprezzarono. 

“Il germe morboso o elemento miasmatico o principio volatile o effluvjo colerico, seminio morbifero, fomite choleroso, come avevano preso a chiamarlo i medici a seconda della loro preparazione, continuò a mietere vittime. Il lazzaretto e l’ospedale Santa Croce continuarono a riempirsi di malati, che prendevano il posto di quelli usciti in orizzontale, dopo aver lasciato i loro effluvi morbosi nell’aria, sui materassi e sui pavimenti; sulle pareti persino, perché c’era chi vomitava spruzzando ovunque il fomite choleroso. Diarree tremende, incontenibili e poi lo ‘stato algido’, il male al cuore e la respirazione affannosa, mentre non si riusciva più a urinare e riprendevano le diarree sempre più acquose; la sete, infine, insaziabile e la morte in pochi giorni”. Questo era il colera.

Solo ancor un piccolo accenno alle prostitute. V’erano già allora le case chiuse, ma molte lavoravano anche per strada. Ovviamente, salvo quando davano soddisfazione ai clienti, erano disprezzate e mal viste, spesso ritenute contagiose e accusate anche di essere untrici (come ai tempi della peste). Ebbene cosa accadde? È la moglie di Roberto d’Azeglio (fratello di Massimo) ad averci ricordato quanto accaduto in una lettera inviata al figlio Emanuele (lettere riportate nel libro “Il giornale degli anni memorabili” edito da Cino del Duca Editore nel 1960). 

Segue il brano tratto dal libro Piumla Basa. “‘Conosco una…’, disse una giovane suora al Vescovo (Amedeo Bruno di Samone, il primo vescovo di Cuneo), e il viso si fece rosso, si fece forza: ‘Una della casa’, respirò profondamente, ‘di una casa chiusa’. Amedeo sollevò sorpreso un sopracciglio. ‘Continua’, disse. ‘È venuta a curare il fratello in ospedale. Lui è morto, ma lei è voluta rimanere a curare gli altri’. ‘Bene’ disse in un sospiro Amedeo, ‘così potrà fare ammenda dei suoi peccati. E con questo?’. ‘È che non è la sola. Dice che altre’. ‘Donne da strapazzo’ sussurrò il vescovo. La giovane suora lo fissò smarrita. Sospirò, riprese coraggio: ‘Quella che ho conosciuto era più brava degli infermieri e di noi suore”. ‘Far di prostitute delle infermiere. Questo sei venuta a propormi?’, chiese, mostrando un pizzico di irritazione, il Vescovo. Solo un pizzico, però. ‘Chi meglio di loro – pensò il prelato – chi meglio di loro abituate a vederne di tutti i colori, a maneggiar uomini’, al pensiero Amedeo alzò gli occhi al cielo, ‘può sopportare tanto orrore?’. ‘Sono brave’, Amedeo udì la voce della giovane. ‘E così’, disse, ‘si guadagneranno anche il Paradiso’”. 

E così fu. Amedeo Bruno incaricò un prete, che sapeva frequentatore delle case chiuse, di prendere contatto con le tenutarie e di far loro la proposta, che poteva sembrar folle, ma folle non era.  “Cui ‘d Cuni”, disse qualche tempo dopo una dama in tono ironico e sprezzante in casa d’Azeglio. Costanza, moglie di Roberto d’Azeglio la fissò con disprezzo. “Mi riferisco alle pecore”, aggiunse la dama chinando il capo per farsi perdonare. Anche Costanza aveva riso delle pecore, ma aveva apprezzato la scelta del Vescovo e, al contrario della sua ospite, ammirava le poverette. “Le prostitute”, rispose, “si sono dimostrate le infermiere più attente e più devote. Non è mai stato possibile rimproverarle e, evidentemente, per la salute delle loro anime il buon Dio ricava profitto anche dal colera”. 

Quando la terribile epidemia cessò, in ringraziamento per l’opera che avevano svolto durante l’epidemia di colera, re Carlo Alberto concesse al vescovo e al sindaco di Cuneo l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro. Nessuna onorificenza fu riconosciuta alle prostitute.

Mario Rosso
luogo CUNEO
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Tag:
cuneo - Storia - prostitute - colera
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