Multe, fustigazioni, torture, impiccagioni: il destino di chi delinqueva nella Cuneo del Medioevo
Un viaggio tra le pene previste per ladri e assassini (ma non solo). Uno spaccato della realtà cuneese del tempoSa chi legge da cosa deriva il motto “andar di culo”? Deriva da una pena medievale inflitta a chi? Ai falliti. Già, il fallimento era assai mal visto al punto da essere punito, non essendo possibile farlo economicamente perché i falliti non avevano più soldi, mandando il fallito ad “andar di culo”.
Venivano legati mani e piedi, appesi a una corda, tirati su in alto e poi lasciati cadere, in modo che sbattessero a terra violentemente il sedere. Doveva essere terribile, e per di più la gente che assisteva alla pena se la rideva a crepapelle. È facile immaginare che qualcuno non si alzava più o rimaneva per sempre invalido. Le pene poi diventavano ancor più crudeli per i responsabili di furto e qui, come si vedrà a breve, valeva la bontà d’animo del tempo. Con i responsabili di furto non si scherzava, ma in modo pressoché uniforme in tutto il territorio cuneese le pene erano in ordine progressivo: la multa, la fustigazione (in Cuneo dalla porta Caranta alla porta del Borgo), il marchio in fronte col ferro rovente, il taglio di un orecchio, il taglio di una mano o di un piede. E qui vien fuori lo spirito umanitario del tempo, perché al condannato era lasciata la scelta: o il piede o la mano.
Ai ladri colpevoli di furti più gravi o recidivi era data la morte per impiccagione o annegamento. In Beinette si andava dalla multa (se il reo non pagava veniva fustigato) alla mutilazione di una mano o di un piede (sempre a scelta); se il furto era eseguito di notte, la multa era doppia e si procedeva sempre alla mutilazione; la condanna a morte era certa se il valore del furto era superiore a lire 100. Il ladro, se per tre volte recidivo, poteva anche essere sottoposto a tortura (Boves) al pari dei sospettati di lesa maestà o tradimento. Agli omicidi, tutto sommato, andava meglio perché venivano semplicemente impiccati, decapitati o annegati. In taluni luoghi, però, si faceva uso della “gabbia” in ferro in cui il reo veniva chiuso e appeso alle mura e qui lasciato morire di fame. Veniva poi lasciato per giorni e giorni fino a imputridire. In molti statuti è contenuta un’ulteriore precisazione. Nel caso di condanna in contumacia, il latitante non aveva comunque scampo: chiunque l’avesse incontrato poteva ucciderlo senza incorrere in alcuna pena.
L’impiccagione era il tipo di esecuzione più usato, perché il condannato veniva appeso in luoghi pubblici e ben visibili e vi veniva lasciato per giorni, monito per tutti. Basti ricordare quanto accaduto a Arcembaldo d’Abzat e ai suoi uomini. Arcembaldo era un guascone e comandante di una compagnia di ventura. Furono moltissime le compagnie di ventura chiamate dai nobili locali per difendere i loro interessi e spesso, dopo aver svolto l’incarico, tali compagnie si fermavano causando gravi danni alle popolazioni. Arcembaldo si insediò in Centallo, e di lì scorrazzò nel 1457-8 nelle nostre terre. Fu un vero flagello pari alla peste. La sua fine è, però, assai significativa della mentalità del tempo. Non solo, quando Ludovico di Savoia lo prese, lo fece decapitare. E fin qui sarebbe normale. Il fatto è che, non contento, lo fece squartare e tagliare in tanti pezzi quanti erano i borghi vittime delle sue violenze, e a ognuno ne inviò un pezzo perché venisse opportunamente esposto. Infine, per soddisfare il desiderio di giustizia e vendetta delle popolazioni oppresse, più di cento banditi furono inviati in ognuno di quei borghi e città e là appesi per il collo, affinché ne rimanesse indelebile memoria nei luoghi in cui il bandito e i suoi scherani avevano lasciato il triste ricordo di sé.
Quelli erano i tempi.
CUNEO Storia

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